lunedì, 27 Settembre, 2021

Tutti pazzi a Tel Aviv: la recensione del film di Sameh Zoabi

Tutti pazzi a Tel Aviv è il titolo maldestramente addomesticato in italiano del film Tel Aviv on fire, terzo sforzo registico del palestinese Sameh Zoabi, presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 2019, nella sezione Orizzonti, dove ha destato curiosità e giusti sorrisi.

Commedia sagace ed inaspettata che svincola dai luoghi comuni ed utilizza in modo originale la finzione della scrittura per disegnare i profili ed i rapporti endemici di un paese controverso e rigoroso, devoto a missioni opposte, disciplinato e superficiale, spezzato con e contro la sua volontà, confinato geograficamente ed idealmente, eppure sottopelle stanco di interessarsi ad una condizione che è storia sempiterna, eredità del passato in cui le nuove generazioni stanno strette, uno stigma di cui si farebbe volentieri a meno.

Spunto accattivante, tono leggero, sguardo sornione di chi sa e lascia sapere senza fare troppo rumore, il lavoro che Zoabi in Tutti pazzi a Tel Aviv sta nel normalizzare l’assurdità di una separazione, ridimensionandone lo spessore con uno sguardo al quotidiano di due popoli conviventi, uno controllato, l’altro controllore: entra nei loro desideri, banalissimi e condivisibili, li radica e li estrapola inaspettatamente, li ritrae mentre si barcamenano nel compromesso per poter essere esauditi o anche solo restare a galla.

Tutti pazzi a Tel Aviv

Tutti pazzi a Tel Aviv trama

Protagonista della vicenda è Salam (Kais Nashef, premiato a Venezia proprio come miglior attore della sezione Orizzonti), giovane palestinese dallo sguardo buono, luccicante e l’aspetto perennemente frastornato, che vive a Gerusalemme, ma lavora a Ramallah, dove lo zio, produttore televisivo lo ha assunto come stagista della telenovela Tutti pazzi a Tel Aviv, un successo strepitoso di pubblico trans religioso, sia israeliano che arabo; sul set si narrano le gesta di una spia palestinese divisa tra due uomini, il ribelle arabo che vuole la distruzione degli occupanti semiti ed il generale israeliano che progetta la disfatta dei nemici, all’alba della Guerra dei sei giorni, nel turbolento 1967.

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Per lavoro Salam deve attraversare ogni giorno il check-point militare delle niente affatto morbide truppe d’Israele: qui viene fermato per un equivoco ed incontra il colonnello Assi (Yaniv Biton), fan sfegatato della soap di cui si occupa. Il giovane per ingraziarsi il prezioso e pericoloso soldato si auto dichiara autore del programma, scatenando la curiosità del militare in cerca di scoop, anticipazioni sulla trama (da condividere con la famiglia altrettanto patita della serie) ed uno spazio di pubblicità per la causa israeliana e per la gloria personale delle proprie capacità di attore e sceneggiatore.

Salam deve reggere il gioco, mantenere l’equilibrio tra le sue mire di scrittura e quelle altrui, deve portare a compimento le ritrovate volontà sentimentali, deve accontentare la diva francese, capricciosa prima interprete della telenovela pronta ad intromettersi su tutto, non può deludere gli investitori arabi, il pubblico super affezionato e nemmeno il suo nuovo alleato-nemico in divisa con stella a cinque punte, che minaccia di bloccargli il transito da una zona all’altra se i suoi desideri di sviluppo della trama dovessero andare inascoltati.

Tutti pazzi a Tel Aviv

Tutti pazzi a Tel Aviv recensione

Andamento calmo, ma mirato, per un lavoro che sfoca i confini tra chi è dentro e chi è fuori, fa ironia degli assolutismi, della diversità, della corruzione presente laddove sorgono innaturali e durature imposizioni, svendendo i presunti cattivi al prezzo di una comparsata in una telenovela, dipingendo i presunti buoni come stakanovisti della vocazione con un occhio allo share televisivo, ipnotizzati tanto gli uni quanto gli altri dalla firma su una battuta per nulla brillante, dall’illusione di superiorità, dal servilismo verso i finanziamenti, poiché pecunia non olet da una parte e dall’altra del muro.

Non manca la beffa ai grandi attori internazionali pavoni fragili in cerca di riscontro, nè una sana, timida, vena romantica quasi adolescenziale in cui è racchiusa la maturità del protagonista, sbloccato dagli incontri coatti, dai limiti imposti, dai no ricevuti, dai si non ricercati, dalla scrittura improvvisata, carpita in un bar, al telefono con la madre, nei deliri azzeccati di un colonnello fanatico, nelle frasi ricordate di un amore che vuole la riconquista.

Tutti pazzi a Tel Aviv

Il popolo arabo non si fa solo saltare in aria, così come quello israeliano non mastica mitra e basta: sono stanchi entrambi di questa descrizione univoca; lo dimostra l’appeal trasversale di una soap opera popolare, comicamente melodrammatica, parossistica, che coinvolge e prende in giro gli spettatori con il loro beneplacito. Il regista non ci nega spazi di ripresa delle varie puntate in cui si coniugano spasso e riflessione sull’immaginario che la tv di una fazione o dell’altra costruisce: tra artefazioni e buoni sentimenti, sembra muoversi il conflitto per antonomasia di quelle terre, quando in realtà Tel Aviv brucia di vitalità e non di morte e la domanda pressante è con chi si sposerà la bella Matha Hari protagonista, con l’arabo rivoltoso o con il capitano di ferro israeliano.

Perché telenovela è una stagione di intrallazzi tra potere e letti importanti, ma telenovela è anche la storia che intercorre tra suolo palestinese e stato israeliano, una saga infinita, in cui tutto può succedere, anche se poi a ripetersi sono sempre le stesse macabre scene, in un diagramma interminabile che si autoalimenta e di cui ormai si fa fatica a ricostruire la genesi storica. Qualcosa di archetipico, di mitologico e di conflittuale: elementi vincenti per ogni struttura soap.

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Tutti pazzi a Tel Aviv significato

Tutti pazzi a Tel Aviv non ne nega uno, pur se i suoi effetti in chi la guarda sono di unificazione non di inasprimento: si prende distanza dai clichè rappresentati, da immaginari storici oppressivi e fini a se stessi, si allargano orizzonti, si spinge verso la contaminazione, tra chi c’era, chi c’è stato e chi ci sarà in quelle regioni, si umanizza la leggenda.

A significare che una pace, una tregua, un armistizio è possibile compierlo senza inventarsi sempre e solo arcani capolavori di diplomazia, ma anche partendo dal prosaico, colloquiale, sott’ordinario tipico di una specie di Boris in salsa palestinese/israeliana, più comico che tragico nella resa. Il gusto popolare abita già il futuro, che piaccia o no.

D’altronde ciò che l’uomo divide e schiera, l’arte ha il compito di ricongiungere: è la scrittura in questo caso a far avverare la realtà. Con un finale strappato e non facilmente prevedibile, nel complesso probabilmente manchevole nel ritmo, che accoglie spazi e tempi non sempre necessari, fuori schema rispetto alle nelle nostre narrazioni da commedia occidentale, Tutti pazzi a Tel Aviv conta un cast convinto, divertito, osservatore ed osservato, che aderisce a ciò che dice, ma lo guarda da fuori contemporaneamente, e lascia emergere un senso di satira schiva e lungimirante, una timidezza nostalgica e certe stoccate di sfrontatezza che possono essere concesse solo a chi è cresciuto e conosce a menadito i vicoli di un paradosso geopolitico internazionale.

Tutti pazzi a Tel Aviv cast

  • Kais Nashef: Salam
  • Lubna Azabal: Tala
  • Yaniv Biton: Assi
  • Maisa Abd Elhadi: Mariam
  • Nadim Sawalha: Bassam
  • Salim Dau: Atef
  • Yousef ‘Joe’ Sweid: Yehuda
  • Amer Hlehel: Nabil
  • Laëtitia Eïdo: Maisa
  • Ashraf Farah: Marwan
  • Ula Tabari: Sarah

Tutti pazzi a Tel Aviv trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Salam è un giovane palestinese; vive a Gerusalemme, ma lavora a Ramallah, sul set della telenovela Tel Aviv on fire, cult per arabi ed israeliani. Bloccato per un equivoco ad un checkpoint d'Israele, finge di essere l'autore della soap, ignorando che il colonnello che lo ha in custodia ha velleità da sceneggiatore. Commedia dallo spunto sagace, che ironizza sugli assolutismi e le diversità, masticando unione in una zona di atavico conflitto, tramite l'arte della scrittura che plasma e lascia immaginare e il potere prosaico della televisione. Paradosso sornione, satira senza chiasso, originale anche se pigro nel ritmo.
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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