Con soltanto due film in attivo, e un terzo (The Northman) in pre-produzione, Robert Eggers è già uno dei nomi di punta del cinema indipendente d’Oltreoceano, capace di rinvigorire il filone mystery-horror con opere conturbanti e fuori dagli schemi. Il suo esordio The Witch – Vuoi ascoltare una favola? (2015), tetra e funerea storia di una famiglia a sfondo stregonesco, aveva giustamente fatto gridare all’istant-cult gli appassionati del genere per le sue atmosfere rarefatte e intrise di una costante e ancestrale inquietudine e il suo secondo lavoro, ancora inedito in Italia (ma in arrivo nei prossimi mesi, anche grazie alla spinta data dalla candidatura agli Oscar per la miglior fotografia), non fa che confermare quanto di buono visto in precedenza. The Lighthouse nasce da un tentativo di adattamento da parte del fratello Mark di un racconto incompiuto di Edgar Allan Poe, ma è con l’entrata in scena di Robert che il progetto ha assunto la forma definitiva, e la sceneggiatura stessa è diventata un elemento a sé stante rispetto all’iniziale fonte di partenza: l’unico punto in comune è infatti rimasto il misterioso faro sull’isola sperduta dove si trasferiranno come custodi i due protagonisti.

La storia di The Lighthouse è ambientata sul finire del diciannovesimo secolo, con il giovane Ephraim Winslow pronto a prestare servizio come guardiano del faro, sotto la supervisione dell’arcigno e più anziano marinaio Thomas Wake, su una remota isola della costa del New England. Il rapporto tra i due uomini non è inizialmente dei migliori, con il ragazzo vittima di scherzi e tiranneggiato dal suo esperto compagno che lo costringe a turni di lavoro massacranti. Allo stesso tempo Winslow inizia a notare inquietanti fenomeni sull’isola e non di rado è colpito da visionarie allucinazioni e incubi inerenti sirene e creature mostruose. Wake inoltre vieta al sottoposto di visitare la parte superiore del faro, il luogo da dove si diffonde la luce d’aiuto alle imbarcazioni che scorrono nelle vicinanze, scatenando in Winslow una morbosa curiosità e improvvisi scatti di rabbia: in uno di questi uccide un gabbiano, evento considerato un cattivo presagio dagli uomini di mare. Da quel momento una tempesta si abbatte con violenza sul luogo e, mentre i due uomini sembrano rinsaldare il loro rapporto (complice l’alcool, che scorre in quantità sempre più copiosa), il mistero verrà infine rivelato…

Un formato simile al 4:3 (ossia il 1,19:1, spesso utilizzato nel cinema muto), una fotografia in bianco e nero e una messa in scena limitata a due soli protagonisti e ad un’unica ambientazione. The Lighthouse non va certo per il sottile nelle sue scelte piacevolmente oltranziste, respingenti per il grande pubblico odierno ma che sono state apprezzate dall’occhio cinefilo, capace di scorgere nelle scelte visive l’intento del regista, ossia quello di ingabbiare metaforicamente i propri malcapitati personaggi all’interno di un recinto filmico claustrofobico e opprimente. Una scelta magnifica per resa e impatto estetico, ideale palcoscenico per una vicenda che al suo interno nasconde rimandi a grandi autori passati, citazioni a scrittori leggendari e impensabili risvolti mitologici che piano a piano vengano lentamente in superficie. La limitata location e alcune scelte visuali rimandano a certe opere di Ingmar Bergman, L’ora del lupo (1968) in primis, e l’imprinting esoterico può ricordare lo stile di David Lynch o Guy Maddin, ma Eggers dimostra una personalità graffiante e unica nel panorama contemporaneo, in grado di destabilizzare le certezze dello spettatore con disarmante semplicità. Tra dialetti e filastrocche marinareschi memori degli scritti di Melville, Stevenson e Sarah Orne Jewett (dichiarata quale maggior fonte d’ispirazione sul tema), i violenti e vibranti scambi di battute tra gli alter-ego di Willem Dafoe e Robert Pattinson caratterizzano gran parte della visione, con i due attori impegnati in uno strepitoso tour de force che conduce entrambi ai propri limiti, in una schermaglia attoriale, senza vincitori ne vinti, da applausi a scena aperta dall’inizio alla fine.

I tempi dilatati, l’apparente reiterazione di eventi che si ripetono uguali solo nella forma ma in realtà evolvono progressivamente verso un fine superiore, preparano il campo ad una resa dei conti finale che si offre anche come parziale colpo di scena nel rivelarsi una sorta di utopistica trasposizione del mito greco di Proteo e Prometeo, della sete di conoscenza e delle punizioni divine inflitte a chi non ha voluto adempiere alle regole imposte. The Lighthouse è sporco e grezzo nel suo marcato e affascinante autorialismo, si apre a molteplici interpretazioni come il miglior cinema cerebrale sa e deve fare e concede spazio al fantastico nei suoi furenti squarci visionari, con le magistrali scelte fotografiche di Jarin Blaschke (per l’appunto candidato alla statuetta) che rendono ogni singola una immagine una sorta di macabro dipinto in movimento, con almeno una manciata di scene madri che chiedono totale adesione e trasporto alla straordinaria coppia di interpreti. Per un film che usa raffinati virtuosismi registici, da sali e scendi a sussulti meta fino ad una marcata accentuazione dei rumori ambientali, e li mette al servizio di un cinema puro e senza compromessi oggi più prezioso che mai.

Voto Autore: 4.5 out of 5 stars

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