Immaginate un uomo, solo come il deserto, con l’anima in tumulto mentre attorno filtra solo delusione. È Alan Turing. Il protagonista del film The Imitation Game. Siamo in Gran Bretagna, 1943. La Seconda Guerra Mondiale è in pieno svolgimento. Per coordinare gli attacchi, i nazisti comunicano tra loro in codice. Un codice chiamato Enigma

Considerato inespugnabile, il sistema permette ai tedeschi di comunicare senza limiti. I loro ordini viaggiano indisturbati. Contengono istruzioni, nomi, obiettivi. Ogni sillaba corrisponde ad una vita persa per sempre. Gli alleati arrancano. Per vincere la guerra, oltre alle armi, serve un miracolo. Niente fede, stavolta. Solo una valanga di complicatissimi numeri. 

Basata sulla biografia di Andrew Hodges, l’opera racconta una storia asciugata rispetto alla controparte cartacea, ma comunque fedele al materiale originario. Alan Turing è un giovane matematico. Ha scritto qualche articolo interessante, ma nulla di più. Il suo carattere scostante ed eccentrico non lo aiuta. Girano strane voci attorno a lui. Pare che sia un pervertito, della specie peggiore. Pare persino che provi attrazione verso gli uomini. 

Nella rigida e tradizionalistica Inghilterra degli anni ’30, quelli come Turing sono soltanto mine vaganti, guardati con sospetto, tenuti distanti. La situazione cambierà drasticamente allo scoppio del conflitto. Le menti rigide, antiquate e grette dei professori accademici riescono a concepire solo l’ordinario. Il resto rimane fuori. 

Per decriptare il codice Enigma, il governo britannico forma squadre di analisti che a mano, tutto il giorno, per tutti i giorni, cercano la chiave per sbloccare l’arcano. Ore ed ore di lavoro che svaniscono, puntuali, ad ogni mezzanotte, quando la chiave viene cambiata dai tedeschi. In sostanza, quello che rimane agli alleati alla fine di ogni giorno è il nulla. Un nulla che brucia ogni volta di più. 

È qui che entra in scena Alan Turing. Il suo approccio scontenta tutti, tranne la vecchia volpe Winston Churchill, che intuisce subito le potenzialità del giovane matematico. Il progetto è semplice. A mano, con un foglio ed una penna, non si decifra un bel niente. Serve una macchina. Complessa, ma semplice, che trovi la chiave una volta per tutte. 

The Imitation Game soddisfa tutte le aspettative. Per raccontare una storia così tesa e complessa serviva un’atmosfera credibile, intessuta del substrato politico e culturale di un’epoca ormai inflazionata. L’opera non si limita a raccontare Alan Turing, ma avvolge il suo protagonista con un contesto semplicemente eccezionale, fatto di intrighi, paura e umanità.

Il senso di frustrazione costante, i dubbi di una squadra che sente su di sé il peso di ogni singola vittima. Persino il quotidiano vivere assieme, per i cinque lunghissimi anni fino alla fine della Guerra. Ogni aspetto prende un posto sul dipinto, dandogli forma. All’interno del gruppo, avremo una moltitudine di sentimenti. Ed un insieme di rapporti che, con fatica, giungeranno a compimento.

L’incognita principale di prodotti del genere è la gestione del ritmo. The Imitation Game è una storia fatta di attesa, pazienza e sacrificio. Eppure, per lunghi tratti della pellicola sembra di stare assistendo ad un thriller. Questa capacità di trasformare la staticità in passione e la lentezza in suspance, rende il risultato pienamente completo. 

Per 113 minuti, resterete incollati allo schermo. Per 113 minuti non esisterà altro che Enigma. E questo clima renderà alcuni momenti all’interno dell’opera assolutamente memorabili. Apprezzabile anche la scelta di lasciare il conflitto, quella vero, fuori dalle scene. La Seconda Guerra Mondiale che vivremo sarà fatta di stanze buie, codici e macchinari. 

The Imitation Game è un’opera che non può prescindere da Benedict Cumberbatch. L’attore britannico, alla sua ennesima geniale interpretazione, si fonde alla perfezione con Alan Turing. Le due personalità si sovrappongono senza margini, rendendo l’immedesimazione praticamente una formalità. Turing, però, non è solo. Attorno a lui, una squadra di menti brillanti. Ed ognuno di loro avrà una personalità ben delineata, oltreché approfondita. 

La loro convivenza sarà una parte fondamentale del film. I loro rapporti formeranno una storia a sé, in grado di affascinare come e quanto lo sviluppo della macchina. L’assenza di un vero e proprio antagonista, eccettuato il sistema rappresentato da Enigma, fa sì che i personaggi “negativi” assumano un’aria leggermente forzata. Utile, in sostanza, solo per movimentare alcuni aspetti della trama. 

Menzione d’onore anche per la regia di Morten Tyldum. Il suo lavoro risulta eccellente da quasi tutti i punti di vista. In particolare, colpisce la rappresentazione di una Gran Bretagna poco in linea con i canoni del Politically Correct. I funzionari governativi saranno spesso burberi, frettolosi e limitati. Ben lontani dall’immagine galante e ottocentesca che ricordavamo. 

Anche l’inserimento del personaggio interpretato da Keira Knightley è stato curato fin nei minimi dettagli. Sola in un mondo comandato dagli uomini, la brillante analista Joan Clarke schiva con abilità ogni possibile sbocco retorico, emancipandosi dal crudo femminismo in favore di un approccio universale. 

The Imitation Game è uno dei migliori film usciti nel 2014. Ma non solo. Al netto di ogni suo aspetto vincente, l’opera di Tyldum si dimostra anche una delle migliori pellicole mai realizzate sulla Seconda Guerra Mondiale. Anche, e soprattutto, in virtù del paradosso accennato in precedenza. Per raccontare qualcosa, non sempre è necessario mostrarla. 

Eppure, la grandezza vera della pellicola è quella di raccontare l’unica guerra che forse non smetteremo di combattere mai. Quella contro l’ignoranza, la discriminazione, e la prepotenza. La Guerra che tutti i giorni, per tutta la vita, Alan Turing ha dovuto combattere. E stavolta i nazisti non c’entrano. Dall’altra parte delle barricate, in quest’orribile conflitto, siedono soltanto degli uomini. Sordi, impettiti, e tutti uguali. 

Voto Autore: 4.5 out of 5 stars

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