The Great Flood è l’ultimo disaster movie di Netflix, pubblicato lo scorso 19 dicembre. Dopo il successo di Jay Kelly (qui la nostra recensione), Netflix torna a far parlare di sé con questa nuova uscita. Il film sta spopolando ed è attualmente al n.1 tra i più visti sulla piattaforma. La pellicola è di origine sudcoreana ed è diretta da Kim Byung-Woo. An-na, la protagonista, è intepretata da Kim Da-mi. Park Hae-soo è l’interprete di Son-Hee Jo, l’agente deputato a recuperare An-na durante il diluvio. Il piccolo Kwon Eun-seong è il figlio Ja-in.
Il film è stato presentato in anteprima mondiale al Busan International Film Festival, tenutosi lo scorso 18 settembre. Si tratta di un’opera apocalittica, che ci mette di fronte all’ultimo giorno di vita sulla Terra. È un film fantascientifico, in cui la tecnologia e la sua capacità di replicare le emozioni umane sono temi centrali.
The Great Flood – Trama
An-na è una ricercatrice di intelligenza artificiale. Siccome ha sviluppato un software dal nome Emotion Engine, è una risorsa preziosa per le Nazioni Unite. Durante un diluvio che sta per inghiottire tutto sulla Terra, cerca di mettersi in salvo insieme al piccolo Ja-in, suo figlio. An-na vive in un appartamento situato in un grattacielo altissimo: deve raggiungere il piano più alto per salvarsi, sopravvivendo al panico generale. Nel frattempo, Son-Hee Jo, un agente inviato dalle Nazioni Unite, ha raggiunto il posto con l’intento di mettere in salvo An-na e suo figlio. Sul tetto del grattacielo c’è un elicottero che li sta aspettando.
Raggiungerlo non è compito facile. La donna rischia più volte la vita e quando raggiunge il punto più alto, si rende conto che gli agenti vogliono separarla dal figlio e portarla da sola su una navicella spaziale.
A questo punto, riviviamo più volte l’ultima ora di vita sulla Terra di An-na, comprendendo come nulla è in realtà come sembra.

The Great Flood – un film diviso in due parti
La pellicola risulta, specie nelle battute iniziali, difficilmente decifrabile per lo spettatore. Ci troviamo inizialmente di fronte ad un survivor movie: l’obiettivo è quello di sopravvivere ad un’inondazione che ingloberà tutto e tutti. Assistiamo ai tentativi di An-na di sopravvivere alle onde che penetrano nell’edificio e allagano interi piani, mentre il piccolo Ja-in risulta disperso. An-na lo perde di vista e deve recuperarlo. Qualche avvisaglia di come questo sia più di un survivor movie lo abbiamo durante la ricerca del bambino: inaspettatamente assistiamo ad una conversazione tra la donna e l’agente Hee-Jo sull’intelligenza artificiale e sulla possibilità di recuperare la memoria del bambino successivamente.
Questa conversazione risulta un’anticipazione di ciò che sarà protagonista nella seconda parte: la pellicola acquisisce gli stilemi di un film di fantascienza, con tinte futuristiche e prive di realismo. A questo punto è chiaro come si tratti di una simulazione, in cui An-na si trova immersa in un loop che termina sempre nello stesso modo.
Il montaggio è protagonista assoluto
The Great Flood non ha un montaggio regolare, con una serie di scene che si susseguono in maniera chiara e continuativa. Il montaggio è inverso. Il film parte in medias-res, il diluvio è già cominciato e i protagonisti cercano di salvarsi. Non c’è una costruzione narrativa pregressa che crea tensione e attesa per questo evento climatico inarrestabile. Non c’è sviluppo dei personaggi. Proseguendo nella visione, le informazioni sui personaggi e su quello che sta succedendo ci vengono fornite. Molti degli elementi narrativi fondamentali vengono sviscerati solo nelle scene finali.
Questa scelta, chiaramente voluta e autoriale, non è risultata vincente. Il film risulta disorientate per lo spettatore in maniera ingiustificata. Si fa fatica a cogliere il motivo di determinati dialoghi ed avvenimenti perché mancano informazioni narrative di contesto. Inoltre, questa scelta depotenzia alcuni dialoghi centrali per le tematiche del film. Uno in particolare (tra An-na e l’agente) incentrato sulle emozioni e su come queste rappresentino forza e debolezza dell’essere umano si perde ed è inserito in un momento in cui appare fuori luogo. Il finale vuole essere rivelatore, sorprendente, fornendoci informazioni mancanti essenziali. In realtà risulta uno spiegone prevedibile.
Infine la pecca più grande di questo montaggio. Il film sembra diviso in due parti: la componente survivor classica e quella tecnologica. I dialoghi già anticipati sopra, tra An-na e l’agente, appaiono poco sensati ad una prima visione perché contestualizzati male. Non c’è una buona amalgama tra le due anime di questo film.

I personaggi e le interpretazioni
I personaggi principali di The Great Flood sono tre. An-na, il piccolo Ja-in e l’agente Son-Hee Jo. La scelta di far partire il film in medias-res non risulta convincente perché non permette allo spettatore di legarsi ai personaggi. Assistiamo sin da subito ad una situazione di pericolo, che coinvolge dei morti, ma non lo percepiamo davvero. La seconda parte risulta più convincente e interessante, la protagonista inizia ad acquisire un minimo di profondità. In ogni caso, non abbiamo di fronte personaggi particolarmente profondi e d’impatto. La caratterizzazione di An-na non risulta nitida: non capiamo davvero che cosa la spinga a far partire questo ”loop”, perché decida di essere lei la ‘cavia da laboratorio’ di questa storia. Il trauma del passato, la morte del marito, non è funzionale a nulla. C’è ma non ha effetti concreti sulla storia presente.
Lo stesso Hee Jo risulta superficiale: gli viene appiccicata l’etichetta di ”figlio abbandonato” ma è molto didascalica e peraltro non ha effetti particolarmente d’impatto sulla trama. Il piccolo Ja-in è più una meta narrativa per la protagonista, ha una caratterizzazione basica.
Sicuramente, ciò che è più apprezzabile sono le interpretazioni. In particolare, c’è un’ottima alchimia madre-figlio tra la ricercatrice e il piccolo. Kwon Eun-seong, nonostante le poche battute, è d’impatto per l’espressività del piccolo, in grado di suscitare pena e tristezza. Anche Kim Da-mi risulta convincente ed espressiva: una madre disposta a tutto pur di salvare il figlio.

The Great Flood – La regia di Byung-Woo
Da un punto di vista tecnico, è una regia sicuramente più convincente nella seconda parte. La prima risulta parziale. Non riusciamo a percepire la reale portata del pericolo dell’alluvione. È sempre di sfondo, in secondo piano. Mancano inquadrature lunghe che ci permettano di comprendere la vastità di questo evento. Alcune immagini promozionali del film sono molto più accattivanti delle inquadrature di questa regia. Sempre all’inizio, c’è poca presenza di fronte alla tragicità del momento. Vediamo gente cadere in acqua ma non viene dato risalto a questo. Anche alcune sequenze di tensione che vedono An-na in pericolo risultano smorzate da una regia troppo passiva. Peraltro, spesso ci sono dei tagli che non ci permettono di capire come i protagonisti riescano a sopravvivere sott’acqua.
La seconda, in cui c’è una commistione tra reale e virtuale, è migliore. La regia si sofferma sull’artificiosità della messa in scena, marcando i limiti di questo costrutto finzionale.

I temi della pellicola
Sono tre le tematiche centrali del film. La componente survivor, quindi la sopravvivenza di fronte all’inondazione; il legame madre-figlio, motore di tutta la storia; la commistione tecnologia-uomo, sicuramente la parte più riflessiva e che resta anche al termine della pellicola.
Da una parte, il film vuole promuovere il valore e la forza del legame madre-figlio: nulla si può mettere in mezzo all’amore di una madre per il proprio bambino. Se si vuole ricostruire una civiltà con dei valori positivi, bisogna ripartire da quello che è l’amore più puro.
Dall’altra, il film apre una riflessione su un tema che mai come oggi risulta centrale nella nostra vita. La possibilità di replicare artificialmente l’essere umano: come si muove, le azioni che compie, come pensa. E qui il messaggio del film si fa ambiguo, forse controverso. La tecnologia sviluppata dalla ricercatrice, l’Emotion Engine, copre con successo quella che è la mancanza più grande delle macchine: l’autenticità e il legame affettivo che caratterizza l’essere umano. È una vittoria della tecnologia sull’essere umano, che può anche smettere di esistere a questo punto.
Forse si tratta di un avvertimento. Come a voler dire, se continuiamo a perseguire un atteggiamento non curante del nostro pianeta (e non consapevole nell’utilizzo della tecnologia), non ci sarà altra soluzione che la subordinazione alle macchine, o la sostituzione totale con le stesse una volta che ci saremo estinti. In ogni caso, sicuramente trasmette tristezza e impotenza il fatto che, anche la parte più autentica e indecifrabile dell’essere umano, possa essere replicata.

Conclusioni
The Great Flood è una pellicola con una sceneggiatura poco profonda e brillante, penalizzata da un montaggio che disorienta e non valorizza. Il ritmo risulta subito troppo veloce, non permettendoci di immergerci in maniera adeguata nella vicenda. I messaggi della pellicola arrivano in maniera confusa. Le interpretazioni dei due protagonisti sono la parte più apprezzabile. Tutto sommato, un film da dimenticare.
