Sam Peckinpah, l’anarchico

David Samuel Peckinpah è nato il 21 febbraio 1925 a Fresno in California ed è morto a Los Angeles il 28 dicembre 1984.
E’ stato il violento cantore di un cinema sporco e brutale. Ha trasformato in epopea il degrado e il disfacimento di un mondo e di una frontiera. Nei quali vincitori e vinti hanno lo stesso destino.

Sam Peckinpah

Mutande di lana sporche, voglie di alcool e di sesso, sigari fetenti, prostitute imbellettate per sconfessare tabù consacrati e puritani, il dettaglio della bocca di un fucile fumante per le pallottole appena scaricate, ultimi avventurieri che osano sfidare gli dei quando il destino del West sembra implacabilmente concluso, ultimi buscaderos che cercano continuamente di affermare la propria virilità, cani di paglia che prendono fuoco.
Questi alcuni simboli e uomini del cinema di Samuel David Peckinpah, regista problematico di dirty western, definito di volta in volta, e con qualche contraddizione: pazzo, genio, innovatore, figlio di puttana, bugiardo, egocentrico, uomo leale fuori dal tempo, anarchico di destra, criminale con un sacco di talento.

Sam Peckinpah
Sierra Charriba (1965)

Di vero c’è che ha fatto entrare (ha spinto) lo spettatore nella scena corrusca e infernale della storia e colto tutti i segni di disfacimento, di corruzione, di morte, di oltraggio che sono sottotesi alla vera dimensione umana.
Per primo ha messo in scena l’estinzione progressiva dell’Old West, il tema dell’amicizia e quello della vecchiaia, contro il West struggentemente idealizzato di John Ford.

Sam Peckinpah
Cane di Paglia (1971)

Le lotte feroci con i produttori hanno puntellato la sua carriera dall’inizio alla fine. Molti sono stati i suoi film oggetti di tagli gravissimi da parte dei produttori, tra questi il più massacrato resta “Sierra Charriba” (1965), suo primo “vero” film (in realtà aveva già alle spalle due pellicole), in cui iniziano ad emergere forti le sue tematiche.
Dal 1965 al 1969 fu relegato a sceneggiatore di secondo piano e dovette accettare lavori di completamento, arrangiarsi alla radio e chiedere soldi in prestito.
Neanche il successo del suo film più famoso “Il mucchio selvaggio” (1969), cambiò la vita disordinata, segnata come da un irriscattabile sentore di sconfitta. Lo stesso che aveva profuso nelle storie di Cable Hogue e Junior Bonner, Doc McCoy e Billy Kid.

Sam Peckinpah
Pat Garret and Billy The Kid, James Coburn e Sam Peckinpah (1973)

“Se questo mondo e tutto per i vincitori, che cosa resta ai perdenti?”, si chiedeva con rabbia il padre di Junior Bonner-Steve McQueen in “L’ultimo buscadero” (1972).
L’evidenza di una negazione fatale della vita, il prevalere delle forze distruttive, il simbolismo ieratico di una civiltà disgregata dall’uomo, le stragi che coinvolgono inseguiti e inseguitori, carcerieri e prigionieri, patrioti e banditi nello stesso bagno di sangue, il fascino incoercibile del tempo perduto e del fallimento, sono fattori ricorrenti nelle ricostruzioni cinematografiche di Peckinpah, dove può anche accadere che una scena finale riesca a riscattare un film intero.

Il mucchio selvaggio (1969)

L’uso magistrale del ralenti, l’attenzione per le armonie cromatiche, la messa in scena di una violenza pittorica e ritualistica sono invece i segni della sua retorica.
Tutto deve essere smitizzato perché si possa sognare ancora più avidamente il mito stesso.
Una contrastata esistenza, alla fine annebbiata dall’alcool, dal fumo e dalla cocaina, avvilita da manie psicotiche e tre pacemaker.
E alla fine la lavorazione del suo ultimo film, “Osterman Weekend” (1983). Fu attraversata da ritardi e impuntature e i produttori gli strapparono il lavoro dalle mani, allontanandolo pure dal montaggio, ma il vecchio Sam riuscì almeno a dimostrare, allontanando in extremis alcool e droghe, di poter morire come uno dei suoi uomini veri.

Getaway! (1972)

 

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