Il cinema di Ruben Östlund parte spesso da situazioni semplici: un gruppo di amici, una rapina davanti a una banca, alcuni ragazzi in un centro commerciale, un museo d’arte contemporanea o una crociera di lusso. Basta però qualcosa di minimo per alterare l’equilibrio e cambiare completamente il comportamento delle persone coinvolte.
È proprio in quel momento che il regista svedese sembra trovare il materiale che più gli interessa. Östlund osserva la distanza tra ciò che pensiamo di essere e il modo in cui ci comportiamo quando entriamo in relazione con gli altri. Educazione, morale, denaro, appartenenza e buone intenzioni diventano così molto più fragili di quanto vorremmo ammettere.
Da Involuntary a Play, fino a The Square e Triangle of Sadness, cambiano le dimensioni dell’esperimento, ma non il meccanismo. Östlund costruisce una situazione, stabilisce alcune regole e inserisce al suo interno degli esseri umani, aspettando che qualcosa incrini l’equilibrio.

Ruben Östlund: l’individuo dentro il gruppo
Già in Involuntary sono presenti molti degli elementi che accompagneranno il cinema di Ruben Östlund. Il film attraversa diverse situazioni e personaggi, ma al centro rimane soprattutto il rapporto tra comportamento individuale e pressione collettiva.
Le persone sanno spesso quale sarebbe la scelta corretta. Il problema nasce quando quella scelta rischia di metterle in contrasto con il gruppo. Östlund osserva così piccoli compromessi, silenzi e comportamenti apparentemente insignificanti. Si concentra soprattutto sul momento in cui qualcuno decide di adeguarsi o proteggere la propria posizione.
È già evidente anche il suo modo di filmare queste situazioni. La macchina da presa mantiene spesso una certa distanza e non cerca continuamente il volto o la reazione che dovrebbe guidare lo spettatore. Siamo lasciati davanti alla scena e costretti a decidere autonomamente dove guardare.
Proprio questa distanza rende il comportamento umano ancora più evidente.

Händelse vid bank: osservare senza intervenire
Händelse vid bank condensa questo metodo in pochi minuti. Östlund ricostruisce un tentativo di rapina realmente osservato davanti a una banca, ma evita di trasformarlo in una sequenza costruita secondo le regole tradizionali della tensione.
La rapina assume così qualcosa di stranamente quotidiano. Accanto ai criminali ci sono persone che osservano, continuano a muoversi o cercano semplicemente di capire cosa stia succedendo.
Il centro della scena non è soltanto l’evento, ma il comportamento che quell’evento produce. In questo senso, il corto sembra contenere in miniatura buona parte del cinema successivo di Östlund.
La macchina da presa stabilisce uno spazio e lascia che siano le persone a riempirlo. Non ci viene indicato immediatamente dove concentrare l’attenzione. Proprio per questo diventiamo osservatori della scena quasi quanto il regista.
Il cortometraggio vincerà l’Orso d’Oro alla Berlinale nel 2010, confermando quanto questo metodo fosse già riconoscibile prima dei suoi successi internazionali successivi.

Ruben Östlund: Play e le regole del potere
Con Play, Ruben Östlund trasforma nuovamente il gruppo in un laboratorio sociale. Un gruppo di ragazzi utilizza un elaborato gioco psicologico per derubarne altri. La violenza fisica rimane spesso sullo sfondo. A dominare sono invece il linguaggio, l’intimidazione e la capacità di stabilire le regole della situazione.
È proprio questo a rendere il film così interessante. Il potere non appartiene necessariamente alla persona più forte, ma a chi riesce a convincere gli altri ad accettare il ruolo che gli è stato assegnato.
Östlund osserva la costruzione di questa gerarchia senza offrire soluzioni semplici. Anche quando sarebbe possibile interrompere il meccanismo, i personaggi rimangono intrappolati nelle convenzioni sociali e nella paura delle conseguenze.
Play mostra quindi quanto una situazione possa cambiare modificando il rapporto tra chi stabilisce le regole e chi decide di rispettarle. Il potere, prima ancora di essere esercitato, deve in qualche modo essere riconosciuto.

The Square: la società civile messa alla prova
Con The Square il cinema di Östlund allarga il proprio campo d’osservazione. Christian, interpretato da Claes Bang, è il curatore di un prestigioso museo di arte contemporanea. È colto, benestante e immerso in un ambiente che parla continuamente di solidarietà, fiducia e responsabilità.
Lo stesso “Square” rappresenta idealmente uno spazio nel quale tutti dovrebbero avere gli stessi diritti e doveri. L’idea nasce anche da un vero progetto artistico realizzato da Östlund insieme a Kalle Boman in Svezia.
Nel film, però, il furto subito da Christian innesca una serie di decisioni che mostrano progressivamente la distanza tra i valori che rappresenta e il suo comportamento.
Questo non significa necessariamente che quei valori siano falsi. Il problema emerge quando devono essere applicati fuori dallo spazio protetto nel quale vengono proclamati.
Östlund trova così uno dei bersagli più interessanti del proprio cinema: la convinzione di essere persone migliori semplicemente perché possediamo gli strumenti culturali per descriverci come tali.

Ruben Östlund e il disagio di The Square
La celebre performance interpretata da Terry Notary porta il meccanismo di The Square alla sua forma più evidente. Durante una cena elegante, l’artista interpreta una creatura simile a un primate. Gli invitati osservano divertiti perché esiste ancora una distanza rassicurante tra spettacolo e realtà.
Quando quella distanza scompare, la performance diventa aggressiva e il pubblico non sa più come comportarsi. Intervenire significherebbe rompere le regole implicite della situazione. Non farlo, invece, significa permettere alla violenza di continuare.
Per alcuni minuti Östlund trasforma così una sala piena di persone educate in un gruppo incapace di stabilire quando sia arrivato il momento di reagire.
Il regista non ci mostra semplicemente personaggi privi di morale. Mostra persone che possiedono dei principi, ma scoprono quanto sia difficile seguirli quando comportano un rischio personale.
Il problema non è riconoscere quale sarebbe la scelta giusta, ma trovare il coraggio di compierla.
Triangle of Sadness: quando cambia la gerarchia
Con Triangle of Sadness l’esperimento diventa ancora più grande. Carl e Yaya, interpretati da Harris Dickinson e Charlbi Dean, appartengono a un mondo nel quale bellezza, immagine e denaro determinano continuamente il valore delle persone.
Già la discussione iniziale sul conto del ristorante contiene buona parte del film. Un gesto apparentemente banale apre questioni legate al denaro, ai ruoli di genere e alle aspettative sociali.
La successiva crociera permette a Östlund di trasformare queste dinamiche in una vera gerarchia. Sullo yacht i passeggeri possiedono il denaro, mentre i lavoratori devono soddisfare praticamente ogni loro richiesta.
Il regista porta questo sistema progressivamente verso l’assurdo, fino a distruggerlo. Quando alcuni personaggi finiscono su un’isola, il denaro perde improvvisamente la propria funzione. Il potere passa quindi a chi possiede le competenze necessarie per sopravvivere.

Ruben Östlund: il potere cambia padrone
Abigail, interpretata da Dolly de Leon, sa pescare, accendere un fuoco e procurare il cibo. La gerarchia viene quindi completamente ribaltata e chi prima serviva diventa indispensabile.
Tuttavia, Ruben Östlund evita di trasformare questo cambiamento nella semplice rivincita di chi occupava il gradino più basso della scala sociale. Una volta ottenuto il potere, Abigail comincia a utilizzarlo.
Carl mette a disposizione il proprio corpo, mentre gli altri accettano il nuovo sistema perché dipendono da lei. Le persone sono cambiate di posizione, ma la logica della gerarchia rimane sorprendentemente simile.
È qui che Triangle of Sadness raccoglie molti dei meccanismi osservati nei film precedenti. Dal piccolo gruppo di Involuntary alla rapina di Händelse vid bank, passando per le dinamiche di Play e le contraddizioni morali di The Square, Östlund modifica l’ambiente per osservare come reagiscono le persone.
Il comportamento umano finisce così per dipendere anche dalla posizione che occupiamo all’interno di una determinata struttura.

L’essere umano sotto osservazione
Il cinema di Östlund può essere estremamente divertente proprio quando diventa più scomodo. Il regista costruisce situazioni assurde, prolunga i silenzi e lascia crescere l’imbarazzo. La risata diventa così una reazione alla difficoltà di capire come dovremmo comportarci davanti a quello che stiamo osservando.
Dietro quella comicità rimane però sempre un esperimento. Östlund si domanda cosa succeda quando il gruppo ci chiede di adeguarci. Oppure quando i nostri principi diventano sconvenienti o una nuova posizione sociale modifica il nostro comportamento.
Non sembra interessato a dividere le persone tra buone e cattive. Preferisce creare le condizioni necessarie per far emergere le loro contraddizioni.
Ed è forse questa la costante più interessante del suo cinema. I personaggi non devono necessariamente cambiare per rivelare qualcosa di nuovo su se stessi.
A volte basta cambiare la situazione.
