Diretto da John Patton Ford e prodotto da Graham Broadbent e Pete Czernin, Ricchi da morire – Delitti in famiglia (2026) è una commedia nera dai toni thriller che ruota attorno a Becket Redfellow (Glen Powell), giovane escluso da una potentissima dinastia miliardaria e deciso a reclamare l’eredità che ritiene gli spetti di diritto. Tra omicidi pianificati, satira, e personaggi moralmente ambigui, il film promette un racconto dai toni grotteschi in cui avidità, vendetta e sete di riscatto si intrecciano fino a un inevitabile confronto finale.
Ricchi da morire – trama
Becket Redfellow è un giovane cresciuto lontano dalla sua famiglia biologica, una potente dinastia miliardaria che lo ha rinnegato alla nascita. Convinto di essere stato privato della vita che gli spettava, decide di riconquistare la propria eredità eliminando uno dopo l’altro i parenti che lo separano dall’immensa fortuna familiare.

Ricchi da morire – recensione
Diciamolo subito, Ricchi da morire – Delitti in famiglia, è una commedia nera mediocre a cui manca soprattutto mordente. La componente comico-grottesca si inserisce con eccessiva leggerezza e finisce per scalfire appena la superficie della pellicola, senza mai emergere con la forza necessaria. Il problema principale risiede nella sceneggiatura, che sembra priva di una vera identità: siamo di fronte a una commedia nera che però rinuncia quasi completamente a quella sensazione di irriverenza che solitamente caratterizza il genere, preferendo invece un approccio più leggero.
I momenti ironici non mancano e sono legati principalmente agli omicidi compiuti dal protagonista. Tuttavia, anche questi risultano poco incisivi. Avrebbero potuto essere più creativi, più accattivanti e, perché no, anche più brutali, permettendo così alla storia di valorizzare quella componente grottesca che invece rimane soltanto accennata. La progressiva eliminazione delle vittime presenti nella “blacklist” si rivela anonima e priva di sequenze realmente memorabili. Inoltre, gli omicidi sono il risultato di elaborate pianificazioni che evidenziano le sorprendenti capacità del protagonista come killer, abilità che però la sceneggiatura non si preoccupa mai di giustificare adeguatamente, dando spesso l’impressione di essere inserite in maniera forzata.
Tra cambi di tono e caratterizzazioni superficiali
Inoltre, a tratti il film sembra quasi dimenticarsi di essere una commedia per abbracciare una dimensione più seria e drammatica. Questa scelta emerge soprattutto nel finale che, pur risultando coerente con lo sviluppo della narrazione, appare eccessivamente cupo. In questo modo, finisce per entrare in contrasto con il tono che l’opera aveva cercato di costruire fino a quel momento.
Il protagonista possiede indubbiamente il volto giusto per il ruolo e riesce a risultare immediatamente simpatico agli occhi dello spettatore, seppur in alcuni momenti dà l’impressione di essere una pallida imitazione del personaggio interpretato da Christian Bale in American Psycho. Le motivazioni di Becket sono esplorate in maniera superficiale e senza una solida base narrativa. Lo stesso discorso vale per la sottotrama romantica: la storia d’amore tra Becket e Ruth (Jessica Henwick) si sviluppa in modo frettoloso e poco credibile; tra i due personaggi manca un autentico percorso emotivo che possa giustificare il loro legame.
Risulta inoltre sprecata la presenza di Ed Harris (The Truman Show), probabilmente il nome più prestigioso del cast. Il suo personaggio beneficia di un’introduzione breve ma efficace, capace di suscitare aspettative che però vengono rapidamente disattese. Quando riappare nel finale, il suo contributo si limita a poche scene dal peso narrativo ridotto, senza lasciare un’impronta realmente significativa sugli eventi conclusivi. Una scelta che finisce per relegare un attore del suo calibro a un ruolo marginale e sostanzialmente irrilevante, accentuando la sensazione di un’occasione mancata.

Tra prevedibilità narrativa e anonimato stilistico
Il terzo atto contiene probabilmente la sequenza migliore dell’intero film, ma anche in questo caso manca una reale suspense: infatti, la scelta di aprire la pellicola con il protagonista, che racconta gli eventi in prima persona attraverso una struttura a flashback, finisce infatti per ridurre notevolmente la tensione narrativa, poiché lo spettatore conosce già in parte l’esito degli eventi.
La parte conclusiva risulta inoltre leggermente dilatata e appesantita dalla presenza dell’antagonista Julia Steinway, interpretata da Margaret Qualley (The Substance): Il personaggio è scritto in modo ambiguo e le sue motivazioni appaiono poco convincenti. La sua ossessione nei confronti del protagonista viene presentata come un elemento centrale del conflitto, ma risulta decontestualizzata proprio perché tra i due personaggi esistono pochissime interazioni e manca un reale sviluppo drammaturgico in grado di renderla credibile.
Sul piano tecnico, infine, il film si mantiene su livelli semplicemente anonimi. La regia di John Patton Ford dimostra professionalità, ma non trova mai l’occasione per distinguersi attraverso scelte stilistiche particolarmente ispirate. Si limita a svolgere il proprio compito con correttezza, senza infamia e senza lode, esattamente come il resto del comparto tecnico, tra fotografia e montaggio.

Conclusioni
In definitiva, Ricchi da morire – Delitti in famiglia è una commedia nera che possiede alcuni spunti interessanti ma non riesce mai a sfruttarli pienamente. La mancanza di una chiara identità, una sceneggiatura poco incisiva e una componente grottesca costantemente trattenuta finiscono per trasformare quello che poteva essere un film cinicamente divertente in un’opera dimenticabile e incapace di lasciare un segno duraturo.
