lunedì, 27 Settembre, 2021

Rebecca

Rebecca non è soltanto il titolo di un film pubblicato da Netflix in questo infausto 2020, ma è anche, e soprattutto, un romanzo gotico del 1938, meravigliosamente adattato sul grande schermo due anni dopo dal maestro Alfred Hitchcock.

Paragonare, o anche solo accostare due opere distanti ottant’anni l’una dall’altra, è semplicemente impossibile. Eppure, lo spettro di quella pellicola uscita durante la Seconda Guerra Mondiale aleggia ancora in ogni fotogramma. Un po’ come la silenziosa ed ineffabile protagonista della storia.

Siamo in un albergo di Monte Carlo. Una giovane dama di compagnia svolge il suo servizio presso una spocchiosa e decadente signora inglese, Mrs. Van Hopper. Un’atmosfera rarefatta e patinata avvolge le sue giornate. L’ambiente è tranquillo, ma sotto lo sfarzo raffinato dell’hotel, si nasconde il nucleo di una società divorata dai pregiudizi e dal classismo.

Tutte queste contraddizioni spunteranno fuori quando, ammaliata dal fascino della giovane dama, il ricchissimo vedovo Maxim de Winter, proprietario della prestigiosa tenuta inglese di Manderley, s’innamorerà di lei. Divorata dall’invidia e dal disprezzo, la signora Van Hopper tenta di troncare questo rapporto non convenzionale, organizzando un viaggio che porterà entrambe a New York.

Maxim de Winter, però, non ci sta. Eppure, l’unico modo per strappare la sua nuova fiamma dalle grinfie della signora sarebbe quello di sposarla, e portarla via. Alla fine, andrà esattamente così. Finalmente libera, quella che d’ora in poi si chiamerà Mrs. de Winter, spera davvero di cominciare una nuova vita tra le calde pareti della tenuta di Manderley. Non sarà così.

Ad aspettarla, oltre all’ombroso e malinconico marito, troverà anche una governante sinistra e misteriosa, una servitù costantemente imbarazzata ed una presenza sfuggente come l’aria, ma immobile come la pietra. Il suo nome è Rebecca, la prima moglie di Maxim, amata da tutti, e morta annegata poco tempo prima. Non esattamente quello che Mrs. de Winter si aspettava.

La struttura di Rebecca si divide in tre blocchi ben distinti l’uno dall’altro. L’inizio, ambientato a Monte Carlo, sembra vergato dalla penna inconfondibile di Jane Austen. L’atmosfera colta e distaccata, l’amore interclassista tra i due protagonisti, e soprattutto la figura ingombrante e per certi versi quasi caricaturale della signora Van Hopper. Tutto ciò dona alla prima parte un aspetto fiabesco, destinato, però, a durare ben poco.

La seconda parte, infatti, che comincia nell’esatto istante in cui la coppia giunge nella tenuta, s’incupisce ad una velocità disarmante, e probabilmente eccessiva. Le pochissime ombre gettate qua e là durante l’incipit, si trasformano in pochi attimi in macigni oscuri e sempiterni. In questa fase, Rebecca abbandona qualunque pretesa romantica, mutando il suo spirito in una versione alleggerita di The Haunting – Bly Manor. Una sorta di ghost-movie castrato, che punta tutto su di una serie contenuta di inquietanti scoperte.

La terza parte, quella finale, muta ancora natura, divenendo quasi a sorpresa un thriller con forti elementi da giallo giudiziario. Questa caratterizzazione camaleontica della sceneggiatura, pur rispettando appieno l’originale adattamento di Alfred Hitchcock, fallisce però nel suo scopo principale, ovvero il coinvolgimento.

Invece di concentrarsi su di una storia sulla carta appassionante, la pellicola perde ben presto quel mordente di base, essenziale per seguire il filo attraverso mutazioni così repentine.  Le motivazioni principali sono una caratterizzazione debole e scontata dei personaggi, ed una narrazione tediosa ed oltremodo confusa.

Lily James, apprezzata e lodata per il suo ruolo in Guernsey, in questa pellicola appare invece molto più a disagio. Il suo è un design piatto, privo di forza e quasi sempre passivo. L’evoluzione del suo personaggio, apparentemente dietro l’angolo per buona parte del film, tarda invece in maniera frustrante, presentandosi con colpevole ritardo solo verso il finale. Discorso similare per il taciturno Maxim de Winter, il cui atteggiamento misterioso, dopo un po’, semplicemente comincia ad annoiare.

A salvare la situazione, almeno in parte, provvede la governante Kristin Scott Thomas, che mette in scena un lavoro di grande attenzione e scrupolosità, anche se incapace di arrestare il degrado emotivo in cui versa la restante parte del cast.

A gravare ulteriormente sulla produzione, sussiste, come detto, anche una narrazione troppo frammentaria e sfilacciata. Una sorta di mare paludoso dove i pochi elementi degni d’interesse finiscono per sciogliersi senza rimedio. La vicenda, dopo l’ennesimo accenno lasciato lì a decadere, diventerà puramente superflua ed accessoria. In questo senso, non capiamo davvero la scelta di annacquare questo brodo pur di raggiungere i centoventi minuti ormai canonici di durata. Con qualche taglio ben affilato, il lavoro sarebbe risultato infinitamente migliore.

Questo aspetto, unito alla natura schizofrenica della struttura, rende l’immedesimazione alquanto difficoltosa. Le buone premesse gettate dall’incipit non basteranno infatti a giustificare l’interesse dello spettatore per le successive due fasi.

Cosa salvare, dunque, di questa pellicola? Senza dubbio l’atmosfera perfettamente cristallizzata degli anni ’30-’40, riprodotta con fedeltà ed attenzione nei costumi, nelle auto e negli atteggiamenti. Da segnalare, soprattutto nella fase iniziale, anche la presenza di musiche di ottimo livello, in grado di restituire un’immagine vivida e credibile del periodo.

Quello che forse colpisce di più è invece la fotografia, capace di affrescare dei veri e propri dipinti in movimento, fatti di panorami mozzafiato e distese bucoliche. Anche se sembra curioso, sarà proprio l’ottimo lavoro svolto in questa fase a tenere l’interesse attivo per buona parte dell’opera.

Rebecca è un film che nonostante i numerosi spunti non trova la propria strada. Pur offrendo una storia interessante sulla carta, la pellicola di Ben Wheatley perde il filo molto presto e non lo recupera più.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Alla fine dei conti, quello che vedrete sarà un po' romantico, un po' tenebroso, un po' particolare, un po' intrigante e un po' alienante. Un po' di tutto, insomma. Ma, soprattutto, un po' di niente.
Diego Scordino
Amante di tutto ciò che abbia una storia, leggo, guardo e ascolto cercando sempre qualcosa che mi ispiri. Adoro Lovecraft e Zafòn, ho passato notti insonni dietro Fringe e non riesco a smettere di guardare Matrix e Il Padrino. Non importa il genere, mi basta sentire i brividi.

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