Chiunque conosca, in parte o del tutto, lo stile e le gesta di Martin Scorsese, avrà provato un brivido di nostalgia guardando The Irishman, l’ultima fatica del regista americano. È un brivido lento, ma soprattutto lungo, che dura quasi trent’anni, esattamente quelli che intercorrono tra il Novembre del 2019 e il Settembre del 1990, periodo in cui uscì, con la medesima firma, Quei Bravi Ragazzi.

Basata sul romanzo “Il delitto paga bene” di Nicholas Pileggi, l’opera racconta la parabola del famigerato Henry Hill, che dal quartiere “per bene” dove nasce e cresce, giunge sino agli altipiani dorati della criminalità newyorkese, negli anni a cavallo tra i ’60 e gli ’80. Abbandonati i toni drammatici di film affini come Il Padrino, la pellicola indossa per larghi tratti i panni di una vera e propria celebrazione, talvolta rude, talvolta fine, di tutto ciò che striscia tra le maglie inermi della legge.

Quei Bravi Ragazzi

Basta leggere il titolo, e tutto diventa subito chiaro: “Quei Bravi Ragazzi”. E chi sarebbero i bravi ragazzi? Semplice. Sono quelli che non devono mai chiedere, che non aspettano al ristorante, che non fanno la fila. Sono quelli che è meglio non far incazzare, perché ti va bene, ma solo alla prima. Henry Hill, interpretato da Ray Liotta, è uno di loro. È cresciuto con i lavoretti, piccole cose, per farsi le ossa. Poi è finito dentro, ma non ha parlato. E questo non sfugge a chi lo vede dall’alto. Da quel punto in poi, è un costante salire, sempre più su, fino alla caduta.

Di cos’hanno paura, i bravi ragazzi?

Di nulla, sembra, o meglio quasi nulla, perché c’è una cosa che proprio non potrebbero accettare. “To be nobody”. Essere nessuno. È da tutta la vita che lottano, rubano e uccidono, perché la gente li tema, li rispetti, più di ogni altro. Ecco chi è Henry. Ed ecco chi non vorrebbe mai essere.

Quei Bravi Ragazzi

Lo accompagnano in tanti, come Tommy DeVito, dietro cui si nasconde lo splendido Joe Pesci. Come Jimmy Conway, perfettamente rappresentato dal talento immortale di Robert De Niro, e come Karen, o meglio Lorraine Bracco, diventata poi celebre per l’interpretazione della Dottoressa Melfi nei Soprano, una serie che a Scorsese deve tutto, o quasi.

Ogni personaggio è un mondo a parte. Tommy è un uomo leale, ma è anche un esaltato instabile e pericoloso. Jimmy è furbo, svelto e intelligente. Al cinema tifa per i cattivi, ma fa i suoi interessi, e quelli di nessun altro. A muovere le fila, almeno in parte, è il boss Paul Cicero, appartenente alla Famiglia Lucchese, unico punto di contatto tra la vecchia malavita sobria ed austera e quella moderna, fatta di abiti sgargianti, macchine sportive e quintali di droga.

Quei Bravi Ragazzi

Non c’è onore, nei Bravi Ragazzi, non più. E sono in molti ad abbracciarti e a sorridere, prima di farti fuori. Quei Bravi Ragazzi è un film senza soluzione di continuità. Una sequenza unica, che parte con Henry e finisce con Henry, ma che in mezzo lascia tutto il resto, facendo in modo che gli occhi dello spettatore non vadano mai altrove.

Nonostante l’arco narrativo particolarmente diluito, ogni fase della storia riceverà il giusto spazio, fluendo in maniera naturale sino al passo successivo. In alcuni punti, filtra tra le righe una lontana ma sempre tangibile sensazione di nostalgia, come se il passato rappresentasse un ricordo tanto per i protagonisti, quanto per noi.

Quei Bravi Ragazzi

Altro fattore interessante da segnalare è il modo in cui la pellicola tratta determinati argomenti.

Piuttosto che contestualizzare la violenza, giustificarla un po’ goffamente come altri titoli hanno fatto e fanno ancora, Scorsese capovolge il quadro, decidendo di mostrarla in tutta la sua evidenza. Non si preoccupa di spiegare a cosa serva, né tenta di mascherarla con elaborate sottotrame dal sapore banale e l’esito scontato.

La mette in scena, e basta. I morti danzano, inseguendosi l’uno con l’altro, fino alla fine, accompagnati da musiche spesso allegre e scanzonate che rendono il tutto meravigliosamente grottesco.

Il risultato è un mosaico perfetto, in cui chiunque può trovare qualcosa, dove ognuno può sentirsi a casa. Ed è solo alla fine, durante i titoli di coda, che un piccolo dettaglio da tempo sepolto diventa evidente: I Goodfellas non sono buoni.

Sono cattivi, fino al midollo. Eppure, tutti abbiamo fatto il tifo per loro. Forse Jimmy Conway aveva ragione. Fu così che nel 1990, Martin Scorsese riuscì nell’impresa più difficile, e forse irripetibile:
Renderci tutti, ma proprio tutti, dei Bravi Ragazzi.

Ma solo per due ore.

Voto Autore: 5 out of 5 stars