Recensioni FilmPulse - Recensione dell'horror sulla solitudine digitale

Pulse – Recensione dell’horror sulla solitudine digitale

Pulse (2001) ha segnato un prima e dopo importanti nella storia della cinematografia dell’orrore. Diretto dal maestro Kyioshi Kurosawa e attualmente disponibile su Mubi, il film rappresenta uno dei maggiori cult del filone J-Horror, che ha avuto l’intuizione di sperimentare con le nuove forme visive di quegli anni (da Internet ai siti Web e ai primi social) per reinterpretarli in chiave di genere (come fatto ultimamente anche da Kane Parsons con il suo Backrooms, in sala in questi giorni).

Un viaggio all’interno dei lati oscuri della tecnologia, con la pretesa di esplorarne gli abissi più profondi e insondati.

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Pulse – La trama

Due archi narrativi diversi si intrecciano all’interno di un’unica, inquietante, storia. Quando l’impiegato Taguchi (Kenji Mizuhashi) si impicca davanti alla collega Michi (Kumiko Aso), all’interno del floppy disk su cui stava lavorando vengono ritrovate delle tracce inquietanti del defunto, la cui figura è seguita da una misteriosa ombra nera. Parallelamente, gli studenti Harue (Koyuki) e Ryosuke (Haruhiko Kato) combinano le forze per cercare una spiegazione alle terrificanti immagini comparse su un misterioso sito Web.

E se il digitale fosse utilizzato dai fantasmi come un canale di comunicazione per accedere al mondo dei vivi?

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Una matrioska di schermi, tra realtà e virtuale

Lo stile della pellicola è uno dei primi fattori che saltano subito all’occhio. La fotografia perennemente spenta, sui toni del grigio, si integra perfettamente all’atmosfera nebbiosa del film, che vuole puntare più sul piano evocativo per tenere alta la suspense, evitando di utilizzare la tecnica del jumpscare o altri cliché narrativi. Il demonio che trapela dal digitale è reso quindi tramite inquadrature lente e fisse sugli schermi dei vari dispositivi utilizzati dai protagonisti (le quali anticipano il gioco metacinematografico che chiuderà poi il film), rappresentando piani infiniti di “schermi dentro schermi” che si avvolgono sempre più uno dentro l’altro. Lo schermo della TV dello spettatore, alla fine, è esso stesso metaforicamente contenitore di questa matrioska.

Sembra quasi uno studio di prossemica, la scienza che studia le relazioni di vicinanza tra le persone: una riflessione sul piano di realtà effettivo che possiamo riscontrare all’interno del mondo digitale. E su quanto il virtuale influenzi il mondo concreto che tenta di rappresentare.

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“Il sogno di un’ombra”

Pindaro dice degli uomini che sono solo “il sogno di un’ombra”. Una definizione che si presta bene alla filosofia del film, che vede gli umani divenire sempre più immagine dei fantasmi che cercano di contrastare. In un dialogo a metà del film, infatti, è la stessa Harue a sottolineare come i morti non siano così diversi dai vivi; in un mondo dove Internet sembrava promettere di amplificare l’interconnessione tra le persone, il disincanto dell’attualità smentisce questa speranza e rivela quanto invece abbia amplificato ancor più la percezione che si ha della propria solitudine, istituendo un costante paragone con l’altro. Internet non connette più, ma divide.

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Alcuni personaggi sopravvivono quindi al loro destino fatale, mentre altri cominciano ben presto ad abbandonarsi a esso. Capendo come la promessa dell’aldilà non garantisca il raggiungimento di una comunione con gli altri, quanto l’avvento di un isolamento ancora più marcato. I fantasmi sono figure sole, che vogliono abitare il mondo dei vivi per stabilire un contatto umano, più vicine alla depressione e al vuoto esistenziale che alla volontà di terrorizzare, allontanandosi dalla tradizione che normalmente li vedrebbe come anime in cerca di redenzione. Si moltiplicano quindi i suicidi, sintomo di un’angoscia esistenziale che si disperde a macchia d’olio su tutta Tokyo.

Nota di merito per gli attori. Grazie alla loro recitazione rallentata, che segue il ritmo volutamente dilatato dell’opera, essi rendono infatti perfettamente l’assenza sostanziale di divergenze tra gli spiriti e gli umani.

Michi, eroina della resistenza relazionale

In questo quadro si muove una delle protagoniste, Michi, vera eroina femminista dell’opera. Si distingue infatti dagli altri personaggi perché, nonostante lo sconforto per i contunui decessi, continua comunque a cercare il contatto umano. Se la scoperta dei video inquietanti e la visione dei fantasmi fa cadere in disperazione molti dei protagonisti, infatti, ella tenta costantemente di aiutare gli altri a uscire dalla propria solitudine. Mantenendo saldi i legami sociali che li tengono in vita contro l’entità.

Non una forza mossa da un ottimismo forzato, ma una forma di resistenza all’individualismo radicale che domina il film. Un’ultima ancora di speranza, in un mondo che invece di combattere sembra lasciarsi coinvolgere dal sentimento di depressione che si sta espandendo sempre più in una Tokyo alienata e deserta.

Non è l’eroina tradizionale che sconfigge il “mostruoso”. È l’incarnazione dei valori storicamente e culturalmente associati al femminile (cura, empatia, attenzione all’altro), che qui vengono però risemantizzati per assumere su di sé il compito di strumenti di sopravvivenza contro un mondo che si sta progressivamente svuotando della sua energia vitale.

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Pulse – Conclusioni

Pulse è un’opera che prende spunto dalla rivoluzione digitale dei primi anni 2000 per provare a calarne gli elementi in un contesto horror. Il risultato? Uno dei cult più riusciti sul tema, che ha dato il via a una serie di eredi che ne hanno voluto imitare l’approccio.

Pulse è un’opera da riscoprire, che ha anticipato le ansie contemporanee legate all’iperconnessione.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Un cult dell'horror sulla solitudine digitale, da riscoprire su Mubi.
Carlotta Pedercini
Carlotta Pedercini
Cresciuta tra film d'animazione, horror e drammi d'autore, per me una buona scrittura viene prima di tutto. Ho un debole per Jason Schwartzman e mi muovo tra Xavier Dolan, Alice Rohrwacher e Nanni Moretti: Megamind, però, rimane sempre la mia Bibbia.

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