Orphan è l’ultimo film del regista e sceneggiatore ungherese László Nemes. L’artista ha debuttato nel 2015 con il il lungometraggio Il figlio di Saul, grazie al quale ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes, il premio Golden Globe per il miglior film straniero e il premio Oscar nella medesima categoria.
Inutile dire quindi che la sua ultima opera Orphan sia davvero molto attesa. Il film approfondisce un lato intimo e personale del regista, mettendo in scena la storia del padre.
Nello specifico, la vicenda rievoca il momento in cui il padre di Nemes dovette affrontare, all’età di dodici anni, un importante segreto della sua famiglia.
Nemes stesso ha spiegato: “Mio padre scoprì che suo padre non era il suo genitore biologico. E l’uomo che bussò alla porta non era, beh, quello che si aspettava”. E ha aggiunto: “Mio padre è cresciuto con questo trauma personale e, per di più, la Seconda Guerra Mondiale ha plasmato la sua vita in modo estremamente drammatico. Lo ha tormentato, tanto da tormentare anche me”.

Il protagonista
La storia è ambientata nel 1957 a Budapest, pochi mesi dopo la fallita rivolta ungherese. Andor è un ragazzo testardo, nato negli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale. La sua esistenza rispecchia tutte le oppressioni sistemiche del XX secolo in Europa.
La sua è una vicenda archetipica – paragonata dal regista stesso – ai dilemmi di Edipo o di Amleto.
Il film non indaga soltanto il dramma storico e le complesse dinamiche intergenerazionali. Orphan affronta in modo critico e sentito il legame tra il singolo individuo e il tempo in cui si ritrova a vivere. Nemes ha infatti dichiarato: “Sono profondamente legato al legame tra il soggetto umano e il suo tempo. Ci sono tantissime tragedie nei cuori degli individui, soggetti a forze storiche che vanno ben oltre la loro comprensione e la loro possibilità di azione”.
