domenica, 17 Ottobre, 2021

Monos

Monos, ovvero scimmie in spagnolo ed anche soli in greco: è il nome in codice di un gruppo di adolescenti che vivono sugli altopiani delle Ande, totalmente isolati dalla città, armati di mitra, addestrati al combattimento, abituati alla selvaticità della natura, alle gerarchie, ai rapporti di forza e a quelli carnali, sorvegliati da un misterioso Messaggero che li raggiunge periodicamente assegnando loro varie missioni e che riporta ogni novità per radio ad un comando supremo. Lupo, Lady, Piedone, Rambo, Svedese, Puffo, Boom Boom e Cane sono i loro nomi da battaglia: animali istintivi, soldati-poco più che bambini in missione per qualcosa o qualcuno, cellula minorenne di una misteriosa Organizzazione, palesemente di origine paramilitare.

Monos

E’ un branco di senza famiglia allo stato brado, in lotta per difendersi, crescere, definirsi e sopravvivere all’interno di uno scenario geografico che rappresenta un Sud America imprecisato, probabilmente la Colombia: i Monos detengono una prigioniera americana, una dottoressa (Julianne Nicholson) tenace e stremata che non riesce ad essere liberata, nonostante non manchino sanguinosi attacchi ed imboscate al rifugio del gruppo. Dalle Ande alla foresta equatoriale, le scimmie sole si muovono sul filo della morte, con un fardello più grande di loro, in cerca di una libertà individuale quasi impossibile, in sfida ipodermica contro un destino di schiavismo, militanza coatta e guerra, sognando forse, senza mai dirselo, una qualche normalità.

Ispirato espressamente alle dinamiche del gruppo protagonista de Il signore delle mosche, romanzo cult di William Golding e allo spirito avventuriero del Cuore di tenebra di Conrad, la terza opera di Alejandro Landes, animo da documentarista e nazionalità colombiana, sviscera, insiste e ricrea la metamorfosi di otto giovanissimi, in una condizione limite, complessa, colma di responsabilità feroci e premature, tesa, disarmonicamente innaturale eppure terrigna, in cui le pulsioni, i legami, i caratteri si scontrano, si scoprono, si alleano, si disalleano, rivelando il peggio ed il meglio della natura umana.

Monos

Perfetti adulti dentro perfetti bambini, o meglio il lato oscuro dell’adulto racchiuso nei limiti del bambino: alchimia rischiosissima e straziante. Così appare il profilo di queste pedine di guerra, soldati allenati alla morte, bestie avvezze a correre, toccarsi, strisciare, tradirsi, baciarsi, picchiarsi, per rabbia o per amore, per festeggiare o per punire, come in un continuo rito escatologico che scandisce e fonda la loro piccola abnorme società, una riproduzione in piccolo di un qualsiasi inferno dei grandi, esponenzialmente più dannato e pericoloso.

Presentato al Festival di Berlino 2019 nella sezione Panorama, premiato al Sundance ed al San Sebastian degli stessi anni, il film richiama alla mente scenari come quelli di Beasts of no nation di Fukunaga, sul dramma dei soldati bambino nel cuore scuro dell’Africa, oltre a ricordare vagamente certe prospettive di Apocalypse now in alcune riprese delle zone di guerra. Landes non racconta nulla; tratta, non compatisce; costruisce vettori, non sottolinea; gestisce un soggetto in situazione, senza occuparsi dello sviluppo della trama, frammentando ed indulgendo su dettagli umani e naturali che causano o rivelano la formazione e la trasformazione degli animi degli adolescenti.

Monos

Con eleganza si ascende alle vette andine, che guardano dall’alto pastose nubi come se fossero di loro proprietà, e con altrettanto stile si discende nelle foreste pluviali, nel sottobosco di melma e mangrovie, lungo il corso dei fiumi rapidi che nascondono oro e allevano zanzare, laddove iniziano a vivere l’Amazzonia e le sue tribù, entrambe perseguitate come in un certo senso sono i ragazzi di Monos. Nell’aria cristallina e pungente dei monti, in quella asfittica e bagnata della giungla, nell’alba grigia di una città che compare aliena dopo un’ora e mezza di natura indomita e tartassante, Landes lascia accadere il suo con pazienza e disciplina: il dichiarato intento è offrire una metafora sospesa, dolente, obliqua che vede nei giovani rivoluzionari armati, la stessa nazione colombiana, preda negli anni di sommosse civili, sconvolgimenti ed abbrutimenti politici, terra di corruzione tra narcotraffico e polizia, spartita tra FARC (Forze armate di liberazione comunista), sequestri infiniti, agguati sanguinari, istituzioni complici ed un’estrema, selvaggia povertà civile.

I giovanissimi protagonisti ne sono i figli ed i rappresentanti, sacrificati e dolenti, spettatori e coartati attori dello sfacelo, privi della loro infanzia, di un nome e di una famiglia, scimmie ammaestrate a sentire umanità come solo gli animali possono percepirla, scimmie solitarie ed incattivite contro nemici insidiosi, prima esterni, poi interni, in una faida fratricida che ha nel pianto finale di Rambo, anima più senziente ed enigmatica delle altre, (personaggio maschile, affidato significativamente ad una ragazza), la risposta al fardello portato finora e a tutta la stanchezza di un destino malato.

Monos

Ingente l’impegno attoriale che ha richiesto provini per oltre ottocento giovani e campi di addestramento militare e recitativo al termine dei quali sono stati identificati gli otto interpreti finali, i superstiti definitivi. Ai loro corpi minuti e tesi, a volte gracili a volte scolpiti con muscoli dolorosi che stonano sulle rispettive età, ai loro visi, multietniche mappe del mondo, provenienti da latitudini ovunque sparse, alle loro espressioni che racchiudono in partenza già un carattere o una maschera, dipinti di fango, terra, sangue e colori rimediati, infagottati in tute e stracci che attingono ai costumi dei naufraghi, alla fantascienza e al mondo militare, a questi piccoli miracoli è affidata la rappresentanza di un paese ferito, il suo specchio rovesciato di speranze perdute, compresse nella parabola di una micro comunità viziata ab-origine, sfruttata nelle proprie potenzialità, manipolata ed oppressa dallo spettro della corte marziale, minacciata ed attratta dal potere, succube del comando, orfana oggetto di piani estranei, abbandonata alla violenza interna ed esterna, depredata, e forse ignara, dell’ innocenza.

E il compito è ottimamente portato a termine: la squadra di adolescenti al loro debutto recitativo è energica e persuasiva, anche laddove la telecamera insiste su primi piani emotivamente indagatori di non comodo sostegno, neppure per attori navigati. Da quello stesso mondo sommerso di eserciti clandestini e terroristici emerge l’interprete cui è affidato il ruolo di Messaggero (Wilson Salazar), che militò tra le forze parastatali ribelli per oltre vent’anni prima di riuscire a fuggire.

Monos

L’ atmosfera volutamente non radicata, che schiva storie e geografie esplicite per rendere più efficace l’analogo allegorico è aiutata dalla splendida partitura musicale di Mica Levi, che solfeggia con fischi, soffi e timpani le diverse parti tematiche corroborandone inquietudine e spaesamento. Giusto, questa volta, il sottotitolo italiano del film: “un gioco da ragazzi”, locuzione che diventa molteplice ossimoro permettendo di legare l’adolescenza alla guerra, la semplice bravata ad un dramma radicale, la sorte di un paese all’ostaggio di un capriccio.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Monos è un gruppo di adolescenti soldato, isolati in un accampamento sulle Ande, agli ordini di una misteriosa Organizzazione, con una prigioniera americana al seguito. Metamorfosi delle dinamiche di un gruppo in bilico sulla morte e metafora della Colombia cicatrizzata da anni di guerra civile. Il lato oscuro di un adulto nel corpo in formazione di un adolescente: alchimia d'impatto, rischiosa e toccante.
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.
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