mercoledì, 14 Aprile, 2021
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Ma Rainey’s Black Bottom

 “Ma Rainey’s Black Bottom” non è un film sul blues. Questo è il blues. Straziante, ardente, viscerale. I bianchi “lo sentono uscire” ma ignorano da dove provenga. I bianchi lo apprezzano, si divertono, applaudono. Ma non sanno che Gertrude “Ma” Rainey non canta per guadagnarsi da vivere, ma per capire la vita.

Il film è l’adattamento dell’omonimo spettacolo teatrale di August Wilson: una pièce del 1984 contenuta nel secondo capitolo del Ciclo di Pittsburgh. Si tratta di una raccolta di dieci opere teatrali dedicate alle vite degli afroamericani, una per ogni decennio del XX secolo. Nella stessa raccolta affonda le radici anche “Fences – Barriere” (2016) di Denzel Washington, pellicola che regalò a Viola Davis l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Viola Davis torna vestita di lustrini giganti per un ruolo dinamitardo come “Madre del Blues” in quest’ultimo trasposizione cinematografica del lavoro di Wilson, in cui Washington è nuovamente produttore. A tenerle meravigliosamente testa su di questo palco teatrale vestito di cinema c’è Chadwick Boseman, nella sua ultima intensa interpretazione.

Il volto del T’Challa/Black Panther del Marvel Cinematic Universe, solo qualche mese, atterrava sul pianeta Netflix con “Da 5 Bloods”, l’ultima infiammata denuncia dell’agire del suprematismo bianco verso la comunità afroamericana firmata Spike Lee. Se quello del Capitano Norman del film di Lee può essere letto oggi come un ruolo dal triste valore profetico (una squadra di reduci di guerra fa ritorno in Vietnam per recuperare la salma del loro leader, interpretato proprio da Boseman), i panni vestiti in “Ma Rainey’s Black Bottom” sono perfetti per lasciar risplendere l’attore del suo stesso talento. L’ultima prova di un interprete intenso che sarebbe potuto diventare, con qualche anno in più a disposizione, ancora più grande.

“Ma Rainey’s Black Bottom” è un viaggio che punta dritto al nocciolo del mondo. Si maschera di rumorose chiacchiere, si colora di pomposi abiti e piume, ma si svolge tutto là dove la vita sa raccontarsi. In uno studio di registrazione, dove si suona con profondo orgoglio il blues.

Ma Rainey’s Black Bottom

Gli anni ’20 stanno per terminare e la Grande Migrazione ha visto moltissime persone di colore muoversi verso Nord. L’industrializzazione crescente promette nuovi impieghi, ma in città sembra esserci solo un’altra malcelata forma di schiavitù. A Nord troneggia il pregiudizio, e l’intolleranza mantiene gli afroamericani ben lontani dai loro sogni di riscatto. Eppure anche a Nord il blues è cosa assai gradita, e Ma’ Rainey e la sua band hanno cominciato a farsi strada con il suono caldo della loro musica.

In un torrido e appiccicato pomeriggio del 1927, facciamo il nostro ingresso in una sala di incisione del Southside di Chicago. Levee – il trombettista (Chadwick Boseman), Toledo – il pianista (Glynn Turman), Cutler – il trombonista (Colman Domingo) e Slow Drag – il bassista (Michael Potts) scaldano gli strumenti. Il discografico Sturdyvant (Jonny Coyne) sta diventando nervoso. La grande star si sta facendo attendere. Il suo stressato manager bianco Irvin (Jeremy Shamos) resiste eroicamente alla fortissima tentazione di mandarla al diavolo. È così stanco dei suoi capricci. Ma’ Rainey (Viola Davis) è da tutti definita la “madre del blues” e le sue irragionevoli richieste da star devono essere soddisfatte. Oltretutto qualcuno si è appena schiantato contro la sua nuova auto. Lei è furibonda. Poco importa che l’incidente all’adorata carrozzeria sia dovuto alle inesistenti capacità di guida del suo stesso autista.

Ma’ Rainey ha un volto inzuppato di trucco e sudore, e non ha alcuna fretta di regalare la sua meravigliosa voce ai bianchi. “Ma Rainey’s Black Bottom” è un dramma incentrato sullo sfruttamento dei musicisti afroamericani e sull’appropriazione culturale che riecheggia fino ad oggi.

Nel frattempo, all’interno del gruppo di musicisti che l’accompagna, un irrequieto trombettista sogna di registrare canzoni tutte sue. Ricolmo d’orgoglio per le sue luccicanti scarpe nuove, ha imparato a nascondere rabbia e delusioni dietro ad un sorriso. Levee (Boseman) suona come farebbe un incantatore di serpenti, ammaliante e impetuoso. È sufficientemente sveglio da sapere di essere piuttosto bravo, ma troppo giovane per non sprofondare nella sbruffoneria. L’ambizione del giovane piantagrane crea dissenso. Qualcuno dei musicisti lo richiama al senso di realtà. Altri gli ricordano che dei bianchi non c’è da fidarsi. Eppure il discografico sembra interessato alla sua musica; deve esserlo per forza, il giovane ha davvero talento. Ma la prepotente Ma’ Rainey vorrà condividere il palco con un’altra star?

Ma Rainey’s Black Bottom

Le prove vanno per le lunghe. A causa degli improvvisi cambi d’umore di Ma’ Rainey quel torrido pomeriggio sembra non avere fine. In quel piccolo polveroso studio la pressione è palpabile. Gli scontri di vedute diventano ben presto contrasti imprudenti. La rabbia dilaga a tempo di blues, fino a raggiungere vertigini insopportabili. Le rinunce e le vessazioni subite dai bianchi sono ancora tutte lì, pronte a sgorgare fra parole disperate e musica irruente.

È chiaro fin dall’inizio che la follia d’acciaio di Ma’ Rainey, a partire dal suo ritardo fino alla tenacia insistenza dei suoi capricci, sia progettata per assicurarsi il comando. È la battaglia che ha combattuto per tutta la vita. Il pubblico bianco la acclama, ma una volta che si sarà accaparrato la sua voce, sarà trattata alla stregua di una prostituta, pagata per il servizio offerto.

Tendente all’autodistruzione quando le sue richieste non vengono accolte, si tormenta pur di splendere di luce propria, senza prestare attenzione a chi la circonda, quasi fosse l’unico modo per continuare ad illudersi di avere pieno controllo sulla sua voce. Una voce che non appartiene solo a lei, ma a un intero popolo che ha sofferto. E Viola Davis riveste pienamente il suo ruolo. Vulnerabile e indomita, rude e disperata, con gli occhi infuocati e perduti al contempo, sopra quel martoriato trucco orgogliosamente in vista. 

Sull’altro lato del ring siede all’angolo Levee, insofferente alle retrovie. Lui ha imparato che l’unico modo per un uomo nero di godere della stessa libertà della sua controparte bianca è mediare un accordo. Per questo afferma: “Posso sorridere e dire ‘sì, signore’ a chiunque io voglia”. E ai compagni di blues che lo accusano di referente sudditanza nei confronti dei bianchi lui sa rispondere a tono. Con la battuta pronta.

Le tante parole versate in “Ma Rainey’s Black Bottom” esistono non per allungare forzatamente il minutaggio. Esistono perché lo studio di registrazione si rivela essere un luogo di smarrimento, dal quale risulta difficile uscire.

Il testo di August Wilson è condensato nell’abile sceneggiatura di Ruben Santiago-Hudson in poco più di novanta minuti in cui si alternano scontrose battute, vigorose esibizioni, e dannate confessioni. Una vita passata a combattere contro il razzismo e la prevaricazione dell’uomo bianco, per ritrovarsi tutti lì con il peso delle catene ancora indosso. Un cast di attori formidabili su cui svettano la “Ma” di Viola Davis, orgoglioso e ingestibile talento, decisa a mantenere il controllo sebbene consapevole dello sfruttamento della sua voce, e l’impertinente Leeve di Chadwick Boseman. Sfrontato, disperato, ambizioso, tormentato. Il doloroso ricordo d’infanzia e la furiosa lite con Dio sono d’una intensità toccante.

La regia di curata da George C. Wolfe (candidato agli Emmy per “Lackawanna Blues”), non tenta nemmeno per un istante di mistificare la sua origine teatrale. L’operazione di adattamento sembra essere maggiormente rivolta a non tradire l’opera di Wilson che a tributare il cinema, curando la messa in scena e la composizione dello spazio.

Ma Rainey’s Black Bottom

Il film è ambientato quasi esclusivamente in interni (ricostruiti nelle scenografie di Mark Ricker e illuminati dalla luce aurea di Tobias A. Schliessler). Fortemente debitore della sua origine teatrale, Ma Rainey’s Black Bottom ha una natura verbosa fatta di dialoghi spessi e incalzanti, che lasciano spazio alla musica del repertorio di Ma a cui si affianca il jazz di Branford Marsalis.

Il rammarico in cui si incespica durante la visione, probabilmente l’unico in cui è possibile imbattersi in questa pellicola estremante viva e riuscita, è che si avverta troppo prepotentemente il sapore del cartonato delle scenografie teatrali. Probabilmente le idee relative alla resa filmica si sono annullate dinnanzi ad un opera così ben scritta da permettere di aggiungere quasi nulla, ma la pellicola paga dazio per non essersi ritagliata un modo tutto suo per raccontare questi grandiosi personaggi.

Fortunatamente sono le prove attoriali a mantenere ben saldo il livello della narrazione filmica: Viola Davis sembra combattere non solo la guerra di Ma’ Rainey, ma anche la propria, e Chadwick Boseman, il cui personaggio è la vera anima della storia, porta in scena tutto il popolo afroamericano, pronto, per riscattare un passato ingiusto, ad affrontare chiunque.

“Ma Rainey’s Black Bottom” è una narrazione costruita sul ritmo. Le battute volano sincopate come le note del contrabbasso, le parole scivolano come le mani sui tasti del pianoforte. La voce degli attori si sincronizza con la musica aumentando la velocità con l’aumentare della tensione. Tutto è regolato da un metronomo invisibile. Ed è nella misura e nella melodia che l’equilibrio di questa disperata storia trova la sua essenza. I due pesi contrastanti, quelli da soppesare su due piatti opposti della bilancia, sono Ma’ e Leeve. Tra queste due infuriate zavorre la bilancia di “Ma Rainey’s Black Bottom” riesce ad imporre una riflessione sulla libertà individuale e sull’ ineguaglianza.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Un testo teatrale potente e rabbioso in un adattamento che non prende nemmeno in considerazione di fantasticare cinematograficamente sul tema. La fedeltà all'opera originaria è totale, ma la mancata originalità della messa in scena è compensata dal ritmo perfetto e dalle ottime interpretazioni.
Silvia Strada
Ama alla follia il cinema coreano: occhi a mandorla e inquadrature perfette, ma anche violenza, carne, sangue, martelli, e polipi mangiati vivi. Ma non è cattiva. Anzi, è sorprendentemente sentimentale, attenta alle dinamiche psicologiche di film noiosissimi, e capace di innamorarsi di un vecchio Tarkovskij d’annata. Ha studiato criminologia, e viene dalla Romagna: terra di registi visionari e sanguigni poeti. Ama la sregolatezza e le caotiche emozioni in cui la fa precipitare, ogni domenica, la sua Inter.
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