Le città di pianura è un film italiano del 2025 diretto da Francesco Sossai e presentato al Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard. La pellicola rende protagonista il Nord Italia, in particolare il Veneto. La camera si addentra in una terra poco raccontata, mostrandoci i paesaggi solitari e i contrasti architettonici che la animano. A guidarci è una coppia di personaggi, esponenti di una realtà fredda e desolata, ma allo stesso tempo magnetica e affascinante.
Sossai racconta una periferia malinconica dove il futuro si incontra con un presente immobile e amaro, formato da speranze disattese, sogni spezzati ed esistenze che si ripetono ciclicamente. Eppure, accanto al sapore acre delle occasioni mancate, aleggia per tutto il film una lieve dolcezza, fragile ma persistente, che attenua la disillusione e dona una sorta di “resistenza all’umana sofferenza” ai suoi personaggi. Tra i protagonisti di questo road movie è presente Filippo Scotti (È stata la mano di Dio) nei panni di un universitario che si troverà difronte a un percorso di crescita donatogli da un viaggio evocativo e quasi surreale.

Le città di pianura: Trama
Le città di pianura racconta l’incontro di tre personaggi. Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla) sono due uomini che vagano per le zone di provincia del Veneto, sostando nei piccoli bar dei vari paesini che incontrano. I due si devono rincontrare con un amico di vecchia data, ma l’ossessione di bere l’ultimo bicchiere prima di congedarsi li spinge fino a Venezia. Qui, infiltrandosi in una festa di laurea, fanno la conoscenza del giovane Giulio (Filippo Scotti), studente di architettura proveniente dal Sud Italia. Turbato per una ragazza con cui crede di aver perso l’occasione di uscire, Giulio accetta il passaggio verso Mestre offertogli da Carlobianchi e Doriano. Da quel momento prende avvio un viaggio inatteso, destinato a spingerlo a rimettere profondamente in discussione la propria visione della vita.

Le città di pianura: Recensione
Il cinema italiano è costantemente attaccato su ogni fronte. Si rimpiangono i vecchi tempi, quando le pellicole realizzate nel nostro paese erano sinonimo di prestigio e artigianato raffinato. Fellini, Antonioni, Mastroianni, Loren e Magnani erano nomi che riempivano le sale di tutto il paese. Ancora oggi queste figure abitano la memoria collettiva, esibite come vetrine rassicuranti a cui aggrapparsi per sentirci galvanizzati da una fama e da una reputazione che l’Italia aveva un tempo. Così tanti anni ad autodefinirci di terzo o quarto piano rispetto alla scena internazionale che ormai quasi quasi ci abbiamo finito per credere. Ma poi nelle sale arrivano gioielli come Le città di pianura, con la sua aria sospesa, i personaggi disillusi e il racconto di una terra come non l’abbiamo mai vista, che ribaltano questa percezione. Il cinema italiano vivrà pure un periodo di fragilità, ma gli artisti sono vivi come non mai.
Sossai aveva qualcosa da raccontare e la pellicola lo dimostra. Nel guardare questo film siamo catapultati in un mondo che sembra sospeso. Inquadrature che rendono lo spazio attivo e protagonista accompagnano una sceneggiatura che porta in scena personaggi che sono i prodotti di un contesto storico e culturale ben preciso. In questo l’architettura e i luoghi sono fondamentali. Parti di un habitat che i protagonisti abitano e attraversano. Paesini immersi nella nebbia, semafori rossi nel mezzo di una strada isolata e bar di provincia simbolo di una quotidianità ormai lontana, nostalgica, ma così famigliare da renderli ancora oggi dei punti di ritrovo. L’ultima bevuta è l’espediente che permette l’inizio di questo road movie, mentre l’alcol conferisce una leggerezza solo apparente all’aura di Carlobianchi e Doriano, due figure sopraffatte, ma resistenti e ancora in cerca del “segreto del mondo”.

Un viaggio agrodolce
Carlobianchi e Doriano, cristallizzati in una routine che sembra svuotata di prospettive, incontrano Giulio. Giulio non rappresenta soltanto una novità, ma incarna una possibilità di confronto e di scambio generazionale. Nel percorso che li conduce simbolicamente verso “L’ultimo bicchiere”, si mettono a confronto due uomini che hanno conosciuto la concretezza della vita, con le sue frustrazioni e i suoi compromessi, e un giovane studente che ha elaborato la realtà solo in forma teorica, attraverso lo studio.
Nel film ci sono riferimenti ad eventi come la crisi del 2008, che hanno particolarmente modificato il tessuto di quel territorio e in particolare si parla della teoria economica dell’utilità marginale decrescente. I riferimenti a questa teoria assumono un valore fortemente simbolico. L’ultima bevuta, infatti, non è un semplice espediente narrativo, ma diventa metafora di una ricerca ossessiva di appagamento che, proprio nel suo ripetersi, perde progressivamente significato. Più si accumula, meno si prova soddisfazione, ed è in questa dinamica che si manifesta il disagio interiore dei protagonisti, incapaci di trovare un senso che vada oltre la reiterazione di gesti ormai svuotati di valore.

Conclusione
Le città di pianura è un film che parla di Veneto, di provincia, di disillusione e immobilismo. Una pellicola reale, malinconica e dolce allo stesso tempo. Un viaggio agrodolce che vi aprirà una nuova visione sulla provincia del Veneto contemporaneo.

