Il rombo dei motori, l’adrenalina che solo chi ha corso una gara può conoscere, il sudore e la concentrazione per raggiungere il traguardo prima di tutti: il cinema a sfondo automobilistico ha sempre cercato di raccontare le emozioni di chi siede dentro l’abitacolo, dovendo ovviamente fare i conti con l’introspezione privata del protagonista e il contorno narrativo atto a costruire una vicenda appassionante per il grande pubblico. Dalle contaminazioni leggere del trittico di La corsa più pazza d’America alle passioni, fuori e dentro la pista, di Giorni di tuono (1990) fino a classici passati e recenti del calibro di Rush (2013), Indianapolis pista infernale (1969) e Le 24 ore di Le Mans (1971), la Settima Arte ha tratto vantaggio da una materia narrativa già di per sé spettacolare nel suo assunto base. E proprio con gli ultimi due titoli citati Le Mans ’66 – La grande sfida (opinabile adattamento italiano dell’originale Ford v Ferrari) ha degli elementi in comune, e col secondo di questi addirittura la stessa, famosa, competizione francese.

Candidato come miglior film, ma è il meno quotato pur possedendo qualità non indifferenti, e a tre nomination tecniche all’imminente edizione degli Oscar, Le Mans ’66 – La grande sfida è tratto da un’intensa storia vera riguardante proprio l’omonima edizione della celeberrima gara avente luogo nella città d’Oltralpe. La storia ha inizio nel 1963 a Detroit, con Henry Ford (a capo della nota compagnia di autovetture) che cerca di fronteggiare la crisi con lo sviluppo di un mezzo da corsa, con il quale sfidare alle future 24 ore di Le Mans il marchio Ferrari, dominatore incontrastato da anni. Una potenziale vittoria alla manifestazione darebbe infatti maggior visibilità e un conseguente exploit sul mercato. Dopo essersi visto negare una potenziale collaborazione dagli acerrimi rivali italiani, Ford ingaggia il progettista Carroll Shelby perché realizzi un modello in grado di affrontare ad armi pari la concorrenza. Shelby si affida al collaudatore e pilota Ken Miles per sviluppare e provare il mezzo, e questi ottiene dei tempi record ogni volta che scende in pista; il carattere scomodante e fuori dai canoni dell’uomo lo mette però in cattiva luce nei confronti di alcuni vertici della compagnia, che cercano di “farlo fuori” in ogni modo possibile per sostituirgli un guidatore più accettabile da parte dell’opinione pubblica.

Il regista James Mangold firma un’operazione classica nel senso più positivo del termine, dando vita ad un vibrante ed avvolgente bio-pic ricolmo di una sana retorica e di raffinato equilibrio tra la componente agonistica e quella umana. Le Mans ’66 – La grande sfida emoziona e intrattiene con uno spettacolo intenso e ricco di scene memorabili, facendosi forza proprio sulle dinamiche base di un genere che prima ancora di grandi campioni ha bisogno di grandi uomini. Il regista tratteggia le due figure al centro del racconto, Shelby e Miles (i cui futuri destini vengono ovviamente poi espletati nelle info sui titoli di coda), come volti complementari della stessa medaglia e proprio nel rapporto tra i due il film trova un’energia potente e coinvolgente. Lo schematismo di questo parziale dualismo / complicità si esalta in particolar modo nella seconda metà di visione, quando la fase sportiva prende il sopravvento per offrirci alcune delle più belle riprese automobilistiche mai viste su grande schermo, capaci di appassionare anche chi solitamente non avvezzo a gran premi o gare tematiche di sorta.

Come detto il tutto all’insegna di un roccioso classicismo a prova di grande pubblico, tra situazioni familiari venate da un gradevole romanticismo e una solenne tragicità che permea i passaggi finali del racconto, ulteriormente amplificata dall’efficace, sontuosa e struggente al contempo, colonna sonora firmata da Marco Beltrami. Uno script che, pur con qualche leggera libertà narrativa e un personaggio nemesi inserito a forza (nonché una rappresentazione macchiettista di noi italiani, ma questo è un vizio del cinema hollywoodiano duro a morire), si erge a metafora degli sforzi spesso non riconosciuti e che permette una totale identificazione con il personaggio di Miles, il più talentuoso ma il meno indicato per un’America ancora affezionata a figure integerrime e di facciata. Le Mans ’66 – La grande sfida deve molto alle performance dei suoi principali protagonisti, con Matt Damon bravo a gestire un ruolo sì fondamentale ma infine di supporto e un Christian Bale assolutamente mostruoso nei panni del tenace pilota costretto a subire sulla propria pelle le ingiustizie del sistema.

Voto Autore: 4.5 out of 5 stars