Recensioni FilmL'Amour ouf - Di amore si può morire

L’Amour ouf – Di amore si può morire

L’Amour ouf (o come recita il titolo nostrano, L’amore che non muore) è un film del 2024 diretto da Gilles Lellouche e presentato alla 78°edizione del Festival di Cannes.
La pellicola, adattamento cinematografico del libro ‘Jackie Loves Johnser OK?’ , si presenta come un’intrigante avventura dai molteplici strati, flessibilità che ha riscosso un grande successo tra le fila del pubblico francese ma non ha saputo animare la critica, dal canto suo mostratasi invece abbastanza tiepida.

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L'Amour ouf

L’Amour ouf – La trama


La pellicola, ambientata nel suo primo atto durante gli anni Ottanta, tesse la burrascosa storia d’amore adolescenziale tra Jackie (Mallory Wanecque) e Clotaire (Malik Frikah). I due ragazzi, metaforicamente introdotti su grande schermo dalla classica ma allo stesso tempo immancabile dicitura “gli opposti si attraggono” e legati tra loro da un sentimento tanto ingenuo quanto viscerale, dovranno sin da subito fare fronte comune contro le insidie della vita. Quest’ultime, manifestate nel film dalle influenze negative provenienti dalla compagnia di “amici” di Clotaire, porteranno il ragazzo sulla via del carcere, dove il suo cammino sarà costretto a distaccarsi da quello della sua dolce amata. Dopo dieci anni di lettere, sogni e occasioni mancate però, ecco l’amore a bussare la porta. Toc toc. Le due giovani vite sono destinate a rincontrarsi. Sarà di nuovo colpo di fulmine?

L’Amour ouf – Recensione di un’odissea

C’è un tipo di cinema che non tradisce mai se stesso, che rimane fedele alla propria natura e alla sua vorace voglia di osare, ma che allo stesso tempo sa adattarsi alle difficoltà della vita. L’Amour ouf appartiene a questa categoria. Come i suoi protagonisti (i cui panni da adulti sono vestiti da Adèle Exarchopoulos e Francois Civil) infatti, anche il film nella sua fase di crescita si piega ma non si spezza, affrontando le prove dell’esistenza senza perdere la sua forza espressiva. Perché in fondo la vita è un’odissea, magari priva di quella gloria – e automaticamente glorificazione- con cui, immersi nel contesto mediatico, abbiamo imparato inconsapevolmente a convivere, ma rimane pur sempre un viaggio, accidentato, sfumato, sorprendente nella sua messa in atto.

Motore della pellicola in tal senso la trama, capace sin dai primi secondi di sapersi muovere a proprio agio attraverso i vari e differenti tra loro ambienti narrativi: nel medesimo luogo azione, romanticismo e dramma si trovano così a confluire in un ecosistema globale magari non privo di macchia, ma sicuramente esente da alcun percettibile grammo di paura.

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È proprio da questa sicurezza che prende forma, pur nel contesto americano, un intrigante dialogo tra affinità e differenze, un confronto tra simil-omonimi lontano da ogni logica di vincitori e vinti. In totale contrasto con la visione autoriale di Wes Anderson, più affezionata al proprio guscio (in quella che il panorama odierno tenderebbe a denominare “comfort zone”), Lellouche mostra infatti di condividere con Paul Thomas Anderson l’ossessione interna per il reinventarsi a ogni film, immergendosi ogni volta in un universo narrativo radicalmente diverso dal precedente (basti pensare al passaggio, o per meglio dire divario, tra il Licorice Pizza del 2021 e la nuova creatura andersoniana prossima all’uscita, One Battle After Another).

Un film con tanto cuore

L’Amour ouf non brilla necessariamente per originalità narrativa -bene dissociarsi quindi dal conterraneo immaginario canoro e impegnato socialmente di Jacques Demy (il riferimento a “Une chambre en ville viene in tal senso piuttosto spontaneo) , a cui però L’Amour ouf dimostra di guardare con l’ umiltà e l’occhio vispo di chi è affamato di conoscenza- bensì per la sua capacità di coinvolgere e tenere incollato lo spettatore allo schermo nella sua non accessibile a tutti durata di due ore e quaranta.
La minaccia implicita nel minutaggio — che a una lettura superficiale potrebbe far temere un’esperienza cinematografica all’insegna della noia— viene progressivamente disinnescata da una narrazione fluida e coerente, dove immagini e musica si intrecciano con naturalezza incitandosi a vicenda.

Immerso nel suo continuo mescolare linguaggi e toni diversi, il film si apre al pubblico come un racconto intenso e vitalissimo, sospeso tra il tragico e il grottesco, il romantico e il pulp. Un’opera che invita a interrogarsi – talvolta in modo esplicito, talvolta sottopelle – su questioni profonde, perfino esistenziali. C’è vita dopo la morte? O, in una versione meno amletica: può esserci amore nonostante tutto? E se così non fosse, siamo davvero pronti a convivere con tale consapevolezza?

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A queste domande il film non risponde con saccenza né con pretese di verità. L’Amour ouf è , prima di tutto, una dichiarazione d’amore per un cinema che osa, che mescola e rischia, e che – proprio come i suoi protagonisti – continua a cercare sé stesso nel caos del mondo.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

L’Amour ouf è una dichiarazione d’amore per un cinema che osa e che, proprio come i suoi protagonisti, è alla continua ricerca di sè stesso
Redazione
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