Recensioni FilmLamerica: esuli alla ricerca di radici e identità

Lamerica: esuli alla ricerca di radici e identità

Lamerica è un film del 1994 diretto da Gianni Amelio.
Il regista calabrese ha dedicato gran parte della sua filmografia alla riflessione sul viaggio, inteso come continuo spostamento ed esigente ricerca di qualcosa o di qualcuno. E in effetti, a tessere la trama dei film sono i movimenti dei personaggi che li animano: bambini, padri, figli ed esuli.
Ne Lamerica è proprio l’esule a diventare protagonista. Ed è così che l’evoluzione dei personaggi va di pari passo con quella dello spettatore che li osserva e che si sposta con loro, in un vortice di corse su auto, treni, navi o a piedi.

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Lamerica

Lamerica – Trama

Giunto in Albania con l’affarista Fiore (Michele Placido) per aprire una fabbrica di calzature in un Paese arretrato economicamente e non solo, il giovane siciliano Luigi (Enrico Lo Verso) si ritrova ad affrontare un viaggio tortuoso per tornare in Italia. Ben presto, il percorso di Luigi, accompagnato da Spiro (Carmelo Di Mazzarelli), l’anziano e malato prestanome della fabbrica, diventa una vera e propria epopea.

Dal porto di Durazzo, dove sbarca con il complice Fiore, si sposta nel centro dell’Albania e, una volta rimasto solo, vaga per quelle terre arcaiche e aride, fino ad arrivare a Tirana, dove riesce ad imbarcarsi per l’Italia come tanti altri giovani albanesi in fuga.
L’evoluzione è evidente: da ragazzo facoltoso in una terra che non ha niente, se non violenza e fame, si ritrova a diventare un uomo qualunque, senza passaporto e simile a tutti gli altri esuli che lo circondano.

Lamerica

Lamerica – Recensione

Le varie difficoltà del viaggio, le attese, gli errori che Luigi commette per inesperienza e ingenuità, così come i tanti volti incontrati – grazie ai primi piani cari ad Amelio – rafforzano quel tono epico e, allo stesso tempo, innocente che contraddistingue il film.
L’innocenza della macchina da presa tende, infatti, a prevalere sull’artificio; a questo proposito, i modelli sono stati dichiarati più volte dal regista stesso: Ingmar Bergman e Roberto Rossellini. E in effetti ad Amelio più che la costruzione articolata e finzionale delle inquadrature, interessa la semplicità della messa in scena, quella semplicità che conferisce una certa casualità di osservazione. Una casualità che dipende a sua volta dal personaggio in azione, dalle sue scelte, dai suoi gesti e ancora dai suoi spostamenti.

Ecco che l’Albania esplorata da Luigi si trasforma presto in una terra di nessuno, in cui i soggetti perdono la loro identità nella speranza di acquisirne una nuova. Una terra desertica che porta alla memoria i non-luoghi del cinema del regista tedesco Wim Wenders, primi tra tutti il deserto di Paris Texas (1984).
La quête, come recupero o costruzione di radici identitarie, affiora anche nel secondo esule protagonista di Lamerica: Spiro o meglio Michele, un uomo anziano, soldato italiano giunto in Albania durante gli anni del regime fascista e poi fatto prigioniero. Convinto di avere vent’anni e di essere ancora in guerra, Michele è un uomo che vive in un tempo sospeso: presente per il suo individuale punto di vista e passato per il punto di vista della grande storia.

Una microstoria nella Storia

La fusione tra microstoria e Storia è un elemento chiave dello stile narrativo di Amelio: il racconto delle vite di singoli si intreccia con i grandi eventi collettivi, sociali e politici. Da Porte Aperte (1990), a Il ladro di Bambini (1992), passando appunto per Lamerica (1994), fino ad arrivare a film più recenti come Hammamet (2020), Il signore delle formiche (2022) e Campo di Battaglia (2024), Gianni Amelio ha la profonda e delicata capacità di umanizzare la Storia.

Un intento molto affine a quello perseguito da Elsa Morante, autrice apertamente apprezzata da Amelio, nel suo romanzo La Storia (1974). Non è un caso, infatti, che il titolo del film Lamerica riprenda un errore frequentemente commesso nel romanzo dal protagonista Useppe: il piccolo definisce più volte il Nuovo Mondo “la Lamerica”.
Ed è proprio l’America che il vecchio Spiro-Michele pensa di raggiungere, terminato il viaggio in mare, inconsapevole che al posto della terra dell’abbondanza troverà la costa italiana.

Lamerica

Esule tra gli esuli

Anche Amelio è un esule: come i personaggi della sua storia, egli giunge in uno Stato che non è il suo e lì cerca di scavare e modellare storie individuali per caricarle di un valore universale.
Ecco che, grazie ad un occhio registico empatico e attento ai dettagli di spazi e figure ai margini, L’Albania degli anni ’90, povera e desiderosa di mutamento – ennesimi i riferimenti alla televisione italiana e alla musica pop internazionale – si sovrappone perfettamente all’Italia degli anni ’50, incarnata da Spiro e intenzionata a raggiungere l’America.

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Fughe, quelle raccontate da Amelio, non solo esterne verso il continente americano, ma anche interne verso il nord Italia – ne è un esempio il viaggio che i due fratelli siciliani Giovanni e Pietro intraprendono alla fine degli anni ’50 nel film del 1998 Così ridevano per raggiungere Torino – che evidenziano in ogni caso la varietà e la ciclicità della peregrinazione umana.
L’uomo è per sua natura un esule in continua ricerca del sé, un vagabondo che costruisce, spesso a sua insaputa, le radici di una profonda memoria collettiva. 


PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazione
emozioni
Lorenza Sacco
Lorenza Sacco
Laureata in scritture e progetti per le arti visive e performative. Credo nel cinema capace di raccontare storie e di esplorare il reale contemporaneo. Penso che nelle immagini cinematografiche si nasconda una grande sensibilità umana. Proprio per questo, mi piace scoprire nuovi corpi attoriali che sappiano esprimere emozioni autentiche e viscerali.

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