lunedì, 19 Aprile, 2021
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La ragazza d’autunno

La guerra non ha le sembianze di una donna. Non ne asseconda la tenerezza, né vuole raccontarne la fierezza. Eroi, sconfitti, trionfatori, caduti. Sono tutti uomini. La guerra, anche quando, esausta, si arrende al tempo e volge al termine, non ha mai il volto di una donna. “La ragazza d’autunno” restituisce anima e corpo alle donne che i resoconti bellici hanno cancellato. Fra i palazzoni in rovina di Leningrado, pochi mesi dopo la fine di uno dei più lunghi assedi della storia moderna, l’immobilismo silente di Ija e la disperata dissennata speranza di Maša rivelano l’altro sesso della guerra: donne morse dalla fame, vinte nel corpo e calpestate nell’animo da un dopoguerra feroce che continua a negare loro il diritto di appartenersi.

Kantemir Balagov aveva già inebriato gli occhi del pubblico con “Tesnota”, un esordio alla regia più che convincente, ambientato nel clima di diffidenza e contrasti di fine anni Novanta nella terra d’origine del regista, il Cabardino, al termine della prima guerra cecena. Con “La ragazza d’autunno” (liberamente ispirato al racconto “La guerra non ha un volto di donna” di Svjatlana Aleksievič) si fa un doloroso balzo all’indietro, cadendo in un’epoca che in fondo non è neppure troppo distante.

Siamo nel 1945, in quella che oggi chiamiamo San Pietroburgo, in quella che chiamavano Leningrado. Ma non ci sono cupole dorate e neppure il fascino oscuro dell’impero zarista, solo macerie, muri scrostati e facce vuote. In un ospedale in cui si rimettono insieme i frammenti dei reduci di guerra, conosciamo l’infermiera Ija, bionda, pallida e altissima. (Alla sua eccezionale statura si devono il titolo originale dell’opera -“Dylda”- che indica il gambo del granturco). Nemmeno nel suo smisurato corpo sembra esserci sufficiente spazio per tutto il suo silenzio, e così spesso si blocca: a Ija manca il respiro e il mondo intorno a lei si appanna. I suoi black-out sono il motivo del suo congedo dall’esercito. Saranno anche la causa di un penoso incidente, che provocherà nuova colpa, altra assenza, e ripetuta desolazione.

La ragazza d'autunno

Balagov non ha ancora trent’anni e già è considerato uno dei talenti più interessanti del cinema russo contemporaneo. Qualora vi sovvenisse alla mente un uso del colore maggiormente eloquente, un cinema altrettanto elegante, traboccante di verità così come il suo, che sembra sporcare persino l’aria di polvere, freddo, vita e miseria, accorrete a farcelo sapere. “La ragazza d’autunno” è prova di padronanza di mezzi e misura, di raffinatezza che non detrae nulla al valore del contenuto. Un film di valore come non se ne vedono tanti. Splendido per fotografia e scenografia, questa pellicola pone dinnanzi agli occhi personaggi dotati di una forza narrativa autentica, indelebili fin dalla prima scena.

1945 – Leningrado. Le bombe non esplodono più. Ma la guerra non ha ancora smesso di uccidere. La fame piega i corpi e i ricordi spezzano ciò che sembrava essere rimasto intatto. Ija (Viktoria Miroshnichenko) accudisce i reduci di guerra. Uomini che hanno perso gambe o braccia, con ancora il peso del fucile fra le mani e i rumori della morte in testa. Quella ragazza così alta e fuori sincrono non sembra sapere molto della vita. Sorride dolcemente agli allettati e poi rientra a casa, dal suo Pashka. Un bambino altrettanto impacciato, affidato alle sue cure, da un’amica che la guerra ha tenuto lontana.

Ija soffre di un disturbo post-traumatico che le causa degli attacchi: estranianti black-out che la costringono immobile, impietrita, per minuti interi. Mentre gioca con il piccolo Pashka a terra, ha uno dei suoi arresti, che la barricano fuori dal mondo. Il suo grande corpo rimane sopra quello del bambino, per un tempo interminabile. La piccola mano di Pashka smette di muoversi. Quando l’amica Maša (Vasilisa Perelygina) fa rientro dal fronte saprà presto che l’urgente bisogno di riprendere a vivere dovrà attendere. Suo figlio non c’è più. E mentre il desiderio di Maša di creare nuova vita diventerà totalizzante, l’ossessione di Ija di ripagare l’amica della sua perdita si fa disperato.

Corpi che si toccano, che si annientano, che si cercano. Corpi mutilati, corpi che accordano la vita e altri che implorano la fine. “La ragazza d’autunno” è un film di incessanti contatti umani, che, recisi, perseverano a comporsi.

Nel corso della narrazione saremo tentati di augurarci che le strade delle due protagoniste possano separarsi, consentendo ad entrambe di rialzarsi senza il perenne rischio che l’una faccia del male all’altra. Ma presto intuiamo che se queste donne sono ancora in piedi è proprio grazie al fatto che i loro due corpi si sono sorretti, riacciuffati, salvati l’uno con l’altro per tutto quel tempo.

Ija, nel suo corpo cresciuto fin troppo, è rimasta quasi bambina; rannicchiata nei suoi silenzi, nascosta ad un mondo di cui non sembra sapere molto. Maša è tutto il contrario, furba e indipendente. Ha imparato che il suo corpo ha un prezzo e che venderlo è l’unico feroce modo per sopravvivere. Si aggrappano l’una all’altra nei corridoi dell’ospedale, in cui non sono rimasti che brandelli di vita. Si scontrano, nelle cucine condivise di case dalle pareti sbucciate, a cui nessuna mano di vernice sembra poter rimediare.

Il sorriso di Maša è rabbioso, predatorio: ha un dolore dentro che si è fatto insopportabile. È il suo personaggio a divenire emblema di tutti i traumi implacabili che la guerra ha generato. Il suo corpo le è stato espropriato, venduto al fronte per confortare i soldati. La sua rinascita le è stata negata, a causa dell’infausta morte del figlio, e ora, di nuovo, il suo corpo martoriato dalle ferite di guerra, non può più consentirle di generare vita. E il suo dolore assorbe anche la mite Ija, divora tutto ciò che le sta intorno: ne sono impregnate le pareti, colmi gli sguardi, inzuppata l’aria. C’è dolore ovunque. Perché tutti in questo film hanno perso qualcuno, o qualcosa.

Ma se Ija permane immobile nell’impossibilità di superare il suo trauma, Maša è al contrario l’ostinata volontà di ignorare l’assenza, e procedere determinata verso la vita, o ciò che ne resta, al costo di produrre nuovo dolore.

“La ragazza d’autunno” demolisce l’eroismo bellico maschile ponendo al centro della sua esplorazione narrativa la femminilità calpestata e mortificata, ma non per questo vinta, dagli orrori della guerra. I personaggi maschili, dal medico responsabile dell’ospedale in cui lavora Ija al giovane sciocco invaghito di Maša, sono figure prudenti, vulnerabili, che lasciano che qualcun altro, ovvero una donna, scelga per loro. Alle donne spetta tenerli in vita, confortarli, decidere: aborto, eutanasia, prostituzione o arcaiche pratiche di “utero in affitto”. Le donne battagliano con la morale coraggiosamente, soffocando il dolore per salvare la vita stessa.

Il cinema di Balagov è vivo: il respiro dei suoi personaggi sembra di sentirlo addosso. E l’essenza di questa umanità, ancora in vita anche in mezzo al dolore e alla tristezza dilagante, è racchiusa in scene che possiedono una potenza pittorica sconvolgente. La sua è una ricerca estetica raffinata, stratificata, complessa. Il suo sguardo si insinua nei corridoi stretti, inciampa sulle pareti, incespica su primi piani disperati. La telecamera è immersa in quella realtà, si insinua fra gli oggetti, le donne e gli uomini sulla scena. Allo spettatore resta la percezione di essere stato davvero in quella stanza, seduto a quel tavolo, o accovacciato su quel letto. Quasi si fosse una comparsa, e non accomodati dall’altra parte dello schermo.

La ragazza d'autunno

“La ragazza d’autunno” è un film di contenuto con il grande merito di sapersi vestire di arte cinematografica di valore. La composizione della scena e la fotografia sublime (di Ksenija Sereda) rendono ogni scambio di sguardi denso di significato.

Anche i costumi e le scenografie (queste ultime di Sergej Ivanov) sono della stessa stoffa vitale. Lo spessore della lana pungente e ruvida che protegge dal freddo, l’odori acre che si propaga dalla cucina comune privando d’intimità anche le stanze da letto. Ogni dettaglio è tangibile, consistente, reale. Questa sensazione sembra essere veicolata dall’uso eccezionale del colore. Il giallo ocra, destabilizza, comunica la perdita, l’inesorabile perenne stato di lutto. E il verde, che affiora sulla scena, negli oggetti, nella stoffa, nella vernice: rilancia l’insaziabile desiderio di sopravvivere. Non tutto è stato ucciso.

“La ragazza d’autunno” è un racconto emozionante, che trasuda infelicità estrema. Un film che costruisce due personaggi forti, che continuano alimentarsi di tutte le riflessioni silenziose che inevitabilmente si agiteranno dopo la visione nelle nostre menti. Così come continuerà Maša, ragazza con la morte dentro, persa tra il vezzo e la pazzia, a far giravolte con il bell’abito verde indossato per caso. Vertiginosamente affranta, pervasa dal desiderio di sentirsi di nuovo donna e libera.

Un film che descrive un’epoca senza raccontarci la Storia, ma vivendo di storie, volti e corpi che si incastrano perfettamente tra loro al fine di tessere l’anima di un tempo disperato.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Un film che sovverte i canoni dei racconti post-bellici, e che per potenza drammatica e forza interpretativa delle due attrici protagoniste resta nella memoria dello spettatore oltre il tempo della visione. L'uso magistrale del colore e della luce donano alla pellicola una composizione perfetta per un racconto denso di poesia, disperazione e vita.
Silvia Strada
Ama alla follia il cinema coreano: occhi a mandorla e inquadrature perfette, ma anche violenza, carne, sangue, martelli, e polipi mangiati vivi. Ma non è cattiva. Anzi, è sorprendentemente sentimentale, attenta alle dinamiche psicologiche di film noiosissimi, e capace di innamorarsi di un vecchio Tarkovskij d’annata. Ha studiato criminologia, e viene dalla Romagna: terra di registi visionari e sanguigni poeti. Ama la sregolatezza e le caotiche emozioni in cui la fa precipitare, ogni domenica, la sua Inter.

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