Dopo l’esperimento ben riuscito di WandaVision della commistione di due diversi format televisivi, distinguibili per genere e numero di macchine da presa utilizzate, arriva nello stesso anno (2021) Kevin Can F**k Himself, dark comedy con Annie Murphy ideata da Valerie Armstrong. Con la regia di Anna Dokoza e Oz Rodriguez, la serie alterna le risate delle sitcom multicamera con i toni cupi del drama monocamera.
Il titolo è ispirato a quello della sitcom della CBS, Kevin Can Wait, diventata oggetto di derisione dopo la rapida e ingiustificata eliminazione del personaggio della moglie.

La trama di Kevin Can F**k Himself
A Worcester, nel Massachusetts, Allison McRoberts è la moglie di Kevin, un uomo infantile, volgare e superficiale, incapace di assumersi le proprie responsabilità. Tuttavia, di fronte alla serietà della moglie, lui diventa il classico protagonista di una sitcom, divertente, simpatico, affabile per il pubblico, che vive vicende esilaranti, riuscendo sempre a farla franca. È quando cambia la fotografia, e il multicam diventa monocam che Allison può vendicarsi, e studierà un piano per fare fuori Kevin. La mogliettina da sitcom si ritroverà perciò in un giro di crisi di identità, spaccio e soluzioni drastiche ma per lei necessarie.

Kevin can F**k Himself – il cast
Allison Devine-McRoberts, la protagonista e moglie di Kevin, alle prese con una doppia vita, è interpretata da Annie Murphy, mentre lo snervante marito Kevin McRoberts è Eric Petersen. Patricia “Patty” Deirdre O’Connor, interpretata da Mary Hollis Inboden, è la vicina dei McRoberts, parrucchiera e spacciatrice. La compagnia di Kevin, formata dal migliore amico Neil O’Connor e dal padre Peter McRoberts, ha i volti di Alex Bonifer e Brian Howe. L’amico di lunga data di Allison, Sam, è invece Raymond Lee.

Kevin can F**k Himself – la recensione
Kevin can F**k Himself utilizza intelligentemente il format della sitcom, che ormai ha superato la sua epoca d’oro ed è in forte discesa. Approfittando della scarsa produzione di situation comedy negli ultimi anni, in favore di serie più introspettive (a volte solo apparentemente), la serie riprende dal baule impolverato un genere in disuso per dargli una forma nuova, seguendo la scia di WandaVision che avrebbe potuto portare a una nuova era televisiva.
Ogni genere e format corrisponde a una visione specifica della realtà, in cui le vicende e il sentire dei personaggi è visto e analizzato a livelli di consapevolezza diversi. La commistione dei generi si rivela quindi come una lente che zooma gradualmente, permettendoci una visione paradossalmente più completa. Il prodotto parte quindi da un concept molto forte: da una parte le inquadrature multicamera, le risate e la fotografia rassicurante delle sitcom, che accompagnano ruoli e stereotipi prestabiliti. Dall’altra, la fotografia cupa, inquadrature monocamera fatte di silenzi senza pubblico che ci rivelano la verità dietro la facciata.
I ruoli e le credenze si invertono dando vita a un quadro quasi schizofrenico. Nella sitcom le vicende del marito sono esilaranti, e la moglie perfettina rompe questi momenti con il suo eccesso di serietà. Allison è una che non si sa divertire, ma è importante nell’economia della casa per svolgere il ruolo di moglie e viziare il marito, alzando gli occhi per le sue bravate ma poi chiudendone uno alla fine dell’episodio. Basta lasciare una sola macchina da presa per fare vedere la vera natura delle cose, e l’inconsistenza delle etichette che i personaggi indossano.

Il valore della sitcom
La sitcom è un format che ha fatto la storia della televisione e che, nonostante la sua discesa, potrebbe farlo all’infinito. Chi non vuole la riflessione può concedersi dell’intrattenimento poco impegnato. Chi ha bisogno di distrarsi dalle preoccupazioni reali può immaginare una vita in cui la preoccupazione maggiore è, la maggior parte delle volte, nascondere il vaso rotto.
Sono diversi, tra l’altro, gli esempi di prodotti che sono riusciti a regalare realismo, personaggi tridimensionali e delle analisi se non approfondite, accennate. Capostipite, un umorismo intelligente (The Big Bang Theory, How I Met Your Mother, The Good Place) che accompagna lo spessore che la comicità può portare con sé senza mai vantarsene.
Quello che la sitcom non potrà fare mai è essere veramente e coraggiosamente introspettiva. Può al massimo accennare a delle riflessioni che se vogliamo vedere svilupparsi, dobbiamo cercare un altro prodotto. La sitcom rappresenta quindi quello sguardo superficiale alle nostre vite, dove tutti abbiamo un’etichetta apposta dall’ambiente e che non può contenere delle contraddizioni. Allison può essere solo la rompiscatole, Kevin spassoso e irrazionale, la vicina Patty la parrucchiera sfrontata.
Fuori da quel mondo di dialoghi preconfezionati le cose prendono altre forme. La rompiscatole era forse l’unica persona intelligente in quel giro? Allison stessa non può saperlo, perché è l’ambiente a darci un’identità. Allison è abituata a quell’etichetta e ha plasmato la sua vita su di essa. Si vede come una donna per niente autosufficiente e che vive per accontentare un marito che non riconosce la sua individualità.

Kevin can F**k Himself cancellato: l’esperimento funziona?
Il passaggio dalla sitcom al drama rappresenta i momenti in cui Allison può riscoprirsi e chiedersi chi sia senza che sia il punto di vista distorto della sitcom e delle persone con cui vive a definirla. Il risultato è soffocante e per i primi episodi molto efficace: l’alternanza continua fa sì che appena ci sembra che Allison recuperi integrità, la sitcom la porta a restringersi di nuovo in quel contenitore in cui sta stretta e le cui risate dal pubblico in studio, non le permettono di ascoltarsi.
Lo stesso vale per Patty, che diventerà complice della protagonista. Nella sitcom recita la parte della parrucchiera superficiale ma sicura di sé. Fuori da lì vediamo il suo disperato bisogno di adattarsi all’idiozia dell’ambiente. Piccolezze come assecondare Kevin e gli amici nella sitcom, e poi fare di testa sua nel drama rendono chiaro il personaggio. Allison e Patty si riscopriranno (o tenteranno di farlo) l’una grazie all’altra.
Uccidere Kevin è quindi uccidere la sitcom, o quello che la sitcom rappresenta. È la morte simbolica della facciata sociale. La serie, seppur convincente all’inizio, non possiede però un filo conduttore che unisce i due piani, portandoli a sembrare due serie diverse. Le scene comedy avrebbero dovuto invece dare dei messaggi sottintesi, poi approfonditi nel drama. Sembra invece che i due format non si incontrino mai veramente. Sembra che le scene insopportabili della sitcom, con battute per nulla esilaranti, siano solo una rappresentazione ripetitiva dello stereotipo stesso della sitcom, diventando esso stesso un elemento banale in una serie che voleva sfidare la banalità.
Conclusioni
Kevin can F**K Himself è una serie dramedy che parte da un concept molto forte e affronta la stessa trama da due punti di vista diversi, ma che tende a perdersi man mano che questi due piani si separano sempre di più, finendo per farli sembrare due prodotti diversi.
