Cantante, ballerina e attrice di grandissimo talento, Judy Garland è stata una delle stelle più brillanti e tragiche dell’era d’oro di Hollywood. Dotata di una grande presenza scenica e di una voce profonda e intensa, è stata un personaggio molto amato, divenuta celebre all’età di 16 anni interpretando Dorothy ne “Il mago di Oz” (1939). Il suo eccezionale talento e la sua storia travagliata viene ripercorsa in Judy, film biografico diretto da Rupert Goold, uscito in Italia lo scorso 30 gennaio, che segue la leggendaria Judy negli ultimi mesi della sua vita, intrecciata con flashback sulla sua giovinezza negli studi MGM. Il film ruota attorno alla straordinaria e straziante interpretazione di Renée Zellweger che coglie i modi sfiniti e stanchi della Garland: la tristezza che permeava persino nei suoi momenti più felici, perché la bambina ferita viveva ancora dentro di lei, ma anche la sua instancabile forza e ironia. E, nelle performance canore, la Zellweger cattura i bordi sfrangiati di una voce sentita e, incanala Judy, non solo per il modo in cui si muoveva sul palco, ma anche per l’emozione pura che riversava nelle sue canzoni. Il suo caos e le sue sue ferite vengono ben rappresentate, senza farci mai dimenticare il grande cuore, la speranza e lo spirito combattivo di questa donna. Un’interpretazione da brividi quella della Zellweger che è stata meritatamente premiata anche agli ultimi Oscar 2020 come miglior attrice protagonista.

Judy

Nella scena di apertura, Judy sta fissando un muro mentre il capo dello studio, Louis B. Mayer, le chiede: “Cosa vedi oltre questo muro?”. Lui le descrive un mondo ricordandole costantemente che ci sono ragazze più belle e più magre di lei che potrebbero sostituirla, e quindi la incita e la supporta a continuare e a fare del suo meglio. La Garland si sta preparando per interpretare Dorothy, il ruolo che avrebbe poi mandato la sua carriera oltre l’arcobaleno. Il successo fu straordinario, ma per sopportare i ritmi di lavorazione fu spinta da Mayer ad assumere consistenti dosi di farmaci, dai quali rimarrà dipendente per tutta la vita. Nei flashback vediamo scene terribili e opprimenti della sua esperienza di attrice bambina. La giovane Judy è affamata, manipolata e drogata, trattata come una scimmia addestrata, ma anche molto decisa a brillare per il mondo. Le pressioni e l’ambiente la affliggevano completamente. I dirigenti del cinema le dicevano continuamente che non era attraente e la costringevano ad innumerevoli ore senza mangiare e dormire. Un’adolescenza infernale che ha segnato per sempre la vita di Judy, come possiamo vedere dalle immagini da adulta. Cosa succede quando la popolarità inizia a sbiadire e il sistema che ti ha creato decide poi di distruggerti lanciandoti oltre il muro? Distrutta da cattivi investimenti e mariti, nel 1969 la Garland accetta un’offerta redditizia da parte dell’impresario Bernard Delfont di impegnarsi per cinque settimane esibendosi in una serie di spettacoli al teatro Talk of the Town di Londra. Lo fa per i soldi, certo, ma soprattutto per mantenere la custodia dei suoi due figli più piccoli. Lei stava cercando solo di sopravvivere ed essere una buona madre. C’è un momento in cui Judy dice che avere dei figli è come vivere con il cuore fuori dal tuo corpo. Anche guardare questo film è un po’ così. È crudo e doloroso, ma anche tenero e reale.

Judy

Il film del regista Rupert Goold presta certamente attenzione ai costumi, al trucco e alle scenografie, ma Goold prende la strada più prevedibile e meno fantasiosa nel raccontare la sua storia. La struttura del film, purtroppo, è una lista di tragiche convenzioni biotopiche. La guardiamo crollare sul palco e dirigere i capricci verso quelli più vicini a lei, mentre la telecamera si ritrova sempre attirata dallo stesso numero di pillole appoggiate su un comodino. Gran parte di Judy è un po’ inerte, forse quasi troppo focalizzato sul triste capitolo della carriera della Garland. Ma vale comunque la pena vedere la performance di Renée Zellweger che, invece di fissarsi nell’imitazione, cerca il mezzo tra lei e la Garland. Siamo sempre consapevoli, in una certa misura, che stiamo guardando la stella dei film “Chicago” e “Il diario di Bridget Jones”, ma è toccante. C’è qualcosa di più ambizioso qui di un semplice tributo, la sua Garland racchiude le sue battute d’arresto, i sacrifici di innumerevoli altri nel suo settore, nonché il dolore di ogni donna che è stata schiacciata sotto il tallone delle esigenze della società. La famelica fame che vediamo negli occhi della Garland è impressionante, come se avesse paura che il suo talento potesse sfuggirle di mano in qualsiasi momento. C’è un momento straordinario in cui Judy svuotata dallo sfinimento e paralizzata dal dubbio, è costretta a salire sul palco per il primo spettacolo di Londra. Comincia a cantare provvisoriamente all’inizio. Ma poi l’orchestra parte, i suoi occhi si spalancano all’improvviso e subentra la piena potenza trionfante di Judy Garland. Poi, dietro le quinte, la vediamo accartocciata, con le spalle incurvate e imbrattata di lacrime: “E se non riuscissi più a farlo?”

Judy

I momenti migliori del film sono proprio quelli più piccoli che rivelano tanta tenerezza di fronte al dolore. Come quando Judy trascorre una serata insieme a due superfan che, ogni sera, seguono i suoi spettacoli o come quando Judy mangia per la prima volta un pezzo di torta. Il cast di supporto fa un lavoro encomiabile, specialmente Jessie Buckley come sua assistente e Finn Wittrock come suo quinto e ultimo marito. Tuttavia, il loro principale servizio nella storia è quello di guardarla impotenti mentre si spinge verso l’autodistruzione. Il film termina con il celebre brano “Over the rainbow”, con l’applauso e l’adorazione da parte del suo pubblico mentre chiede: “Non vi dimenticherete di me, vero? Promettetemelo”.
Non lo faranno e non lo faremo. Come non dimenticheremo mai la straordinaria bravura di Renée Zellweger che ha avuto la capacità di strappare la paternità di questo film a tutte le persone che lo hanno creato. Questa Judy non appartiene al regista né allo sceneggiatore, bensì alla Zellweger che alla fine ti lascia con le lacrime agli occhi, ma anche con un’inspiegabile speranza, di cui tutti abbiamo bisogno, come dice lei stessa nel discorso finale. La stessa speranza decantata nelle parole del suo celebre brano.

Da qualche parte, sopra l’arcobaleno, i cieli sono blu, ed i sogni che osi sognare si avverano realmente. Un giorno giurerò su una stella e mi sveglierò laddove le nuvole sono lontane alle mie spalle, dove i guai si sciolgono come gocce di limone, ben al di sopra dei comignoli. È là che mi troverai.

– Judy Garland, Over the rainbow

Voto Autore: 4 out of 5 stars