Portare sullo schermo un personaggio già sviluppato al cinema senza risultare ripetitivi o troppo celebrativi è un’impresa titanica. Se poi il personaggio è uno dei villain migliori mai realizzati nel mondo dei fumetti e nel cinema, allora il compito diventa praticamente impossibile. Eppure Joker di Todd Phillips è davvero un capolavoro assoluto.

Intendiamoci, il film non è il classico cinecomic e questo lo si è potuto leggere e sentire dappertutto, ma non è nemmeno una pura origin story o un semplice stand-alone, ma un’autentica e spietata indagine sulla psicologia umana dal disturbo fino alla psicopatia più efferata. Oppure, per usare i termini impropri con cui ormai si è soliti chiamare i disagi basandosi sull’apparenza esteriore, dalla depressione alla mostruosità inumana.

Leone d’Oro a Venezia, sorprendente solamente per coloro che interpretano e giudicano il cinema solo in base al precetto dell’ “O Tempora, O mores!”, secondo cui dovrebbero trionfare sempre pellicole tradizionaliste e ossequiose dei bei tempi andati (ma spesso a scapito del progresso del medium), il film del regista di Una notte da leoni e Trafficanti si candida a giocare un ruolo di primo piano anche nella corsa agli Academy Awards 2020.

Joker

Il primo motivo per cui il trionfo del film nella Serenissima ha fatto scalpore è che per la prima volta un film tratto dai fumetti e quindi considerato un prodotto commerciale e tendenzialmente dalle basse aspettative artistiche (almeno sulla carta), ha battuto altri titoli di autori blasonati e pluripremiati in passato (Polanski su tutti). Prima di tutto questo non è vero: moltissimi grandi film contemporanei sono stati tratti dal mondo delle nuvolette. Tra di essi titoli candidati all’Oscar (Era mio padre, A History of Violence), lo splendido La vita di Adele (Palma d’Oro a Cannes nel 2013) e alcuni instant cult come i coreani Snowpiercer e Oldboy, per non parlare della serie di Men in Black o di tutto la galassia anime giapponese. Anche nell’universo supereroistico, sia con film tratti dalla Marvel sia dalla DC, non sono mancati lavori di altissimo livello di qualità (Logan, la trilogia del Cavaliere Oscuro di Nolan) e titoli molto enfatizzati dalla critica spesso per motivi extracinematografici (Black Panther, Wonder Woman). In più, nel caso specifico di Joker, guardando la pellicola ci si rende conto di come essa sia molto più celebrativa del grande passato della storia del cinema di tanti altri titoli in concorso, con omaggi soprattutto alla New Hollywood degli anni ’70 e ai film scorsesiani degli anni ’80.

Joker

Il dato forse più interessante di Joker è la riscrittura di un personaggio già profondamente indagato in sala. In passato la nemesi di Batman era stata interpretata da Cesar Romero negli anni ’60 dapprima in TV e in seguito dal film tratto dalla serie, da Jack Nicholson nel Batman di Tim Burton del 1989, da Jared Leto in Suicide Squad nel 2016. Ma l’interpretazione più intensa e che ha reso maggior giustizia ad un personaggio così sfaccettato com’è il Joker dei fumetti è stata quella del compianto Heath Ledger ne Il Cavaliere Oscuro di Nolan, che è valso all’interprete australiano un Oscar postumo al miglior attore protagonista. Inutile dire che il prescelto per un ruolo del genere avrebbe avuto sulle sue spalle una pressione non indifferente.

La scelta è ricaduta su un attore piuttosto sottovalutato ma che si è comportato egregiamente praticamente in tutti i ruoli della sua carriera, Joaquin Phoenix. L’intento che sta alla base del film è infatti quello di portare sullo schermo il Joker più umano di sempre. Non è un criminale che dopo essersi sfigurato nell’acido diventa un serial killer-terrorista psicopatico ossessionato dall’uomo pipistrello come l’abbiamo sempre pensato, ma un sognatore depresso bistrattato dalla società, che manda giù per un’ora e mezza bocconi amari e che nel finale si scatena, quasi come a far capire a tutti che esiste anche lui. Per operare una trasformazione del genere, direi quasi ontologica e sicuramente radicale, serviva un volto lontano da quelli già visti nella parte, sofferente ed emaciato, che in qualche modo rendesse evidente anche solo visivamente il distacco di un uomo dalla sua umanità.

Joker

E dire che Phoenix stava quasi per rifiutare il ruolo che, salvo sorprese clamorose, gli regalerà il suo primo Oscar dopo tre candidature. Lui stesso ha affermato di non aver mai letto i fumetti e di non conoscere a fondo il suo personaggio. Quando però Todd Phillips gli ha riferito che non avrebbe realizzato una pellicola basata sul fumetto, ma interamente concentrata sulla mente di un personaggio devastato a livello psicologico, il progetto gli è piaciuto non poco.

Ovviamente appena il film è uscito nelle sale è cominciata la solita gara alla miglior prova d’attore tra Ledger e Phoenix, fin da subito considerati di un livello superiore agli altri Joker del cinema. Il paragone è impossibile: il personaggio che i due divi portano in scena è sì lo stesso, ma è sviluppato in una maniera tale da renderli diversissimi, per non dire opposti, pur essendo entrambe interpretazioni che rasentano la perfezione assoluta. Il villain de Il Cavaliere Oscuro è un criminale finalmente arrivato ai vertici di Gotham dopo anni di “gavetta” criminale, pronto a mettere sotto scacco chiunque e potenzialmente in grado di uccidere il suo acerrimo nemico Batman. Il comico spiantato Arthur Fleck di Phoenix, invece, è prima di tutto un uomo, per quanto mentalmente devastato. Anzi le radici della sua follia vanno ricercate proprio nella sua umanità e nel tentativo di migliorare la propria condizione.

Se di fronte al Joker di Ledger rimaniamo impressionati e parzialmente affascinati dalla sua mostruosità (molto legata ad esempio al tema del terrorismo), quello di Phoenix ci colpisce perché è uno di noi, che però ha toccato il fondo e che alla fine del film vuole risalire verso la superficie. La parola chiave per definire il primo è “stranezza” (“Io penso che ciò che non ti uccide ti rende…più strano!” è la sua prima battuta), mentre per il secondo è “pietà”. Arriviamo a comprendere il personaggio e quasi a tifare per lui, perché tutti almeno una volta ci siamo sentiti schiacciati dall’esistenza come Arthur e tutti sappiamo quanto è difficile ma anche necessario risalire la china e riportarsi in carreggiata. E’ logico, i mezzi che Arthur usa non sono condivisibili, ma “ci stanno” nell’economia dello sviluppo drammaturgico del character. La molla sanguinaria scatta quasi per caso nella testa di Fleck ed è all’inizio uno strumento di legittima difesa della propria dignità umana.

E’ per questo che alla fine Arthur Fleck, ormai per tutti Joker, diventa una sorta di capopopolo per tutti gli oppressi della società. Non si può non compatirlo, almeno in parte e alla fine, sotto sotto, si tifa per lui.

Ovviamente il film, vietato ai minori di 17 anni negli USA e di 14 in Italia, ha scatenato l’ormai consueta problematica delle possibili imitazioni dei comportamenti criminali rappresentati nella pellicola nella vita comune. A questo tipo di polemiche ormai siamo abituati, ma il Joker di Phillips ha sollevato un’altra questione pressoché inedita. Il rischio del film, secondo molti, è quello di dipingere la malattia mentale come potenzialmente pericolosa non solo per sé stessi, ma per tutta la società. A questa questione ha risposto egregiamente lo stesso Phoenix. L’attore ha infatti affermato che in Arthur più che una malattia si vede il disagio. Un disagio generato da tutti i traumi che ha avuto e che continua avere e dal fatto che nessuno lo aiuti davvero, nemmeno chi è pagato per farlo. Nessuno sa come approcciarsi di fronte a questi problemi e allora semplicemente li argina, prescrivendo medicinali senza cercare di estirparli alla radice, ma di sedarli. In questo senso si può leggere il film anche secondo una prospettiva politica. Chi ci governa non è davvero in grado di risolvere le piaghe sociali delle città (americane e non), ma è solamente capace di occultarle, di placarle temporaneamente con delle medicine mai veramente utili.

Paradossalmente dunque Joker è stato creato non da una mente malata, ma dalla società tutta, crudele con chi è diverso e incapace di comprendere e di provare empatia per chiunque abbia una qualsiasi difficoltà. Come si fa a definire commerciale un film che affronta queste tematiche?

Joker

Dal punto di vista strettamente tecnico il film è di assoluto valore. La regia è semplicemente perfetta, soprattutto nella scelta di stringere la cinepresa sui primi e primissimi piano di Arthur in tutti i momenti clou della sua trasformazione, dalle scene di violenza ai momenti per così dire epifanici. La fotografia si fa arte soprattutto nella scelta delle luci e in generale dei colori, così come il montaggio quasi apatico, mai veramente repentino nemmeno nei momenti dove tradizionalmente dovrebbe esserlo. La sceneggiatura era sicuramente la fase più complicata del film per i motivi già detti, ma nel complesso è ottima, con alcuni picchi leggendari in certe scene e certi discorsi. L’interpretazione di Joaquin Phoenix è semplicemente disarmante. Riesce a farti soffrire con una risata o con un balletto, facendoti comprendere tutto il caos nella mente di Arthur. La risata del Joker non è più follia, ma disperazione. E’ una rilettura che cambia radicalmente la prospettiva su cui si muove un personaggio da sempre sviluppato partendo da alcuni presupposti irrinunciabili, qui tutti smentiti o rovesciati.

Ma Joker non è solo un prodotto al passo coi tempi e ben adattato ad un contesto sociale e culturale come quello odierno, ma anche un chiaro omaggio ad alcuni indimenticabili classici del passato. Qualsiasi appassionato di cinema può chiaramente riconoscere nella Gotham City portata sullo schermo da Phillips la New York fredda e crepuscolare di Taxi Driver di Scorsese. Così come di ispirazione scorsesiana è anche la scelta di inserire il protagonista nel mondo dello spettacolo, che riprende il tema della difficile strada verso la notorietà raccontato in Re per una notte sempre dal regista italo-americano nel 1983. In entrambi i casi il protagonista era Robert De Niro, che interpreta esattamente il ruolo che il suo personaggio nell’ultimo film citato voleva diventare, cioè una celebrità nel mondo dello spettacolo e che avrà un ruolo decisivo nella trasformazione di Arthur in Joker.

Joker

Insomma, il nuovo film di Todd Phillips è veramente un prodotto superiore. Non si può dire che non ce lo si aspettasse, data l’attesa fremente che ha colpito molti fan di quell’universo e non solo già molti mesi prima dell’uscita a Venezia della pellicola. L’impressione è che, pur non essendo un film direttamente prodotto dalla DC, per la casa concorrente dei Marvel Studios valga quanto ha affermato lo stesso regista poco fa. E’ inutile fare la gara con la casa degli Avengers riguardo agli effetti speciali e alla spettacolarità, in quello ormai sono imbattibili, anche in virtù della recente acquisizione da parte della Disney, che possiede budget pressoché illimitati. Bisogna quindi sforzarsi di trovare la chiave giusta per dare nuovo vigore e smalto alle proprie storie, aggiungendo, perché no, dettagli drammatici e, se necessario, ribaltando completamente il modo di vedere i protagonisti. Nolan forse l’aveva già profetizzato più di dieci anni fa ma evidentemente il messaggio non era stato colto e i risultati sono stati spesso deludenti (in certi casi imbarazzanti). Il prossimo Batman di Matt Reeves con Robert Pattinson nei panni di Bruce Wayne potrebbe portare effettivamente alla ribalta un nuovo modo di raccontare i supereroi; non più uomini inscalfibili e senza difetti, ma soggetti pieni di ombre e molto più umani.

Il capolavoro Joker potrebbe avere trasformato lo storytelling del genere cinematografico dominante di questi anni (numeri alla mano) per sempre. Attenzione Marvel, forse Thanos non era il nemico peggiore di sempre!

Voto Autore: 5 out of 5 stars