Il tempo delle mele è il film coming of age, uscito nel 1980, primo di una trilogia, che ha rapito il cuore di un’intera generazione. Il film ritrae un’epoca che ci appare lontana, ma dipinge perfettamente la vita, le emozioni e i conflitti di una fase della vita che tutti noi abbiamo vissuto: l’adolescenza. Il film, diretto da Claude Pinoteau, è diventato un cult e ha lanciato la carriera della tredicenne Sophie Marceau, che ha costruito una vita artistica brillante negli anni a seguire.
Il tempo delle mele – La trama
La tredicenne Vic Beretton (Sophie Marceau), si trova alle prese con i drammi e gli amori dell’adolescenza. Perdutamente innamorata di Mathieu (Alexandre Sterling) cerca di farsi notare con l’aiuto della bisnonna (Denise Grey), una donna di mondo, energica e pronta all’avventura, che la consiglia e le dà supporto nelle sue esperienze amorose. Nel frattempo, Vic dovrà fare i conti con due genitori, François (Claude Brasseur) e Françoise (Brigitte Fossey) Beretton, in crisi matrimoniale da cui sente di essere stata abbandonata.

Il tempo delle mele – Recensione
“Ma cos’ha?” chiede François alla moglie dopo aver assistito allo sfogo della figlia, “Tredici anni” risponde sua moglie.
Basterebbero queste semplici parole per riassumere ciò che il film ci vuole raccontare. Assistiamo, infatti, alla vita tormentata di Vic. Un’altalena di emozioni fortissime, tra la gioia e il tormento per quel ragazzino, Mathieu, di cui è innamorata perdutamente, arrivando a usare la sua immagine quasi come santino. La tragedia di non avere un vestito adatto per la festa e l’estasi per la possibilità di usarne uno della mamma in grado di farla sentire adulta. La frustrazione di non essere capita dai genitori, da cui non si sente compresa, che ama ma di cui si vergogna allo stesso tempo. L’eccitazione e il dolore, la grinta e la confusione. Ma cos’ha Vic?
Vic ha solo tredici anni, è un adolescente nel pieno di una fase affascinante ma complicata, fatta di sperimentazione. Una fase in cui un giorno ti senti il re del mondo e l’altro alla fine della tua vita. Una ragazza con una grande energia vitale che esplora il mondo e sé stessa in un contesto sociale, quello degli anni ’80, totalmente diverso da quello in cui viviamo oggi.
Infatti, se il film racconta un periodo dell’esistenza che tutti hanno vissuto o stanno vivendo, dando la possibilità di un riconoscimento universale in ciò che sta attraversando Vic, è imprescindibile pensare come sia anche la bandiera di una generazione, rappresentando il loro mondo e la società in cui sono cresciuti.

Nostalgia da anni ‘80
Motorini, jeans a vita alta, vestiti coloratissimi, telefoni fissi, inviti di carta e cabine telefoniche. Così appare il mondo di Vic ed è così che appariva negli anni ’80. In questo il cinema ci aiuta, trasformandosi in una grossa macchina del tempo. Ci permette di osservare come le persone a quel tempo vivevano, come interagivano tra di loro e con la società di cui erano espressione.
Questa sorta di sospensione nel tempo ha permesso alla pellicola di diventare un cult. Un simbolo per quei ragazzi che da lì a pochi anni avrebbero visto il loro mondo analogico sparire lentamente, cedendo il passo al progresso tecnologico fatto di iperconnettività. Anni in cui si diffonde una grossa sottocultura giovanile, in grado di raccontare sé stessa attraverso l’arte, il cinema e la musica. In quel periodo si affermano storie, immagini e stili che permangono nel tempo e che oggi, colpiti dalla nostalgia, si tende a riproporre, creando intorno a quell’epoca un’aura magica in grado di elevarla e divinizzarla.

Crescita e conflitto
Claude Pinoteau, con il tempo delle mele, riesce a raccontare attraverso il linguaggio della commedia, un periodo fondamentale e di transizione della nostra vita. Affronta temi importanti come l’amore, il divario generazionale, la crescita e la sessualità, raccontando con ironia e leggerezza la delicata fase dell’adolescenza.
Il film ci mostra, attraverso la vita della protagonista, il rapporto con sé stessi, con i genitori e con chi ci sta intorno. Improvvisamente Vic e i suoi genitori sono separati da un muro di incomprensione. La figlia comincia a voler affermare la sua individualità e la sua autonomia. Così comincia a scontrarsi col mondo degli adulti, trovando conforto nella bisnonna che la rincuora, la stimola e la sostiene. Non avendo infatti un ruolo genitoriale, riesce a comunicare con lei quasi come un’amica, diventando un ponte intergenerazionale. Ma non è solo la vita di Vic ad essere travolta emotivamente. I genitori, François e Françoise Beretton, devono fare i conti con la loro relazione messa a dura prova dal tradimento del primo. Questa doppia rappresentazione dei problemi amorosi ci mostra la complessità nella gestione delle relazioni e dei sentimenti che rimane trasversale a tutte le fasi della nostra vita.
Amore e musica
Infine, non si può non parlare della meravigliosa colonna sonora che completa il film e accompagna la crescita di Vic. “Dreams are my reality” recita una delle canzoni più famose che compongono la colonna sonora. Cantata da Richard Sanderson, è la ciliegina che ha reso questo film indimenticabile. La musica diventa protagonista della vita di tutti i personaggi. Lo fa accompagnando le loro emozioni, come in una delle scene più famose in cui Mathieu e Vic ballano un lento che ascoltano attraverso un walkman mentre intorno a loro i ragazzi ballano il rock.
Giovani e innamorati. Durerà per sempre? Improbabile. Citando Scarface: “Gli occhi Chico, loro non mentono mai”, o per lo meno così siamo tentati a pensare guardando l’ultima scena. Cosa rimarrà a Vic? Sicuramente il dolce ricordo di un’esperienza adolescenziale.

Conclusioni
Il film ci fa rivivere la vita adolescenziale, costellata di amori improvvisi e grandi delusioni. Claude Pinoteau ci regala una pellicola che è stata in grado di entrare nell’immaginario collettivo, raccontando una storia capace di parlare a tutti superando le differenze generazionali.
