Le leggende non invecchiano mai. Questa massima vale per tutte le forme artistiche, e quindi sia per la letteratura che per il cinema. Così quando la 20th Century Fox, ora come tutti sanno in mano al colosso Disney, ha deciso di riportare in sala uno dei classici della letteratura americana come Il Richiamo della foresta di Jack London, l’hype che è immediatamente seguita all’annuncio è stata quantomeno impressionante. Se poi si aggiunge che, per interpretare uno dei principali personaggi è stata ingaggiata una leggenda della settima arte come Harrison Ford, allora l’attesa si è fatta esasperante per qualsiasi appassionato di cinema.

Il Richiamo della foresta

La trama arcinota è stata profondamente cambiata in modo da renderla più fedele ai dettami della Disney. E infatti la storia, che nel romanzo appare estremamente violenta e selvaggia (anche ad esempio nel descrivere le tribù indiane, a cui non si accenna nemmeno nel film), in questa trasposizione cinematografica si dimostra molto più monocorde. C’è un protagonista, il cane Buck, carismatico almeno come una persona in carne ed ossa, un affascinante aiutante, il cercatore d’oro John Thornton (Ford), un paio di altri personaggi positivi, come il postino Perrault (Omar Sy) e sua moglie Françoise, e un cattivo crudele e insensibile (Dan Stevens), perfettamente in linea con i canoni narrativi disneyani. Insomma, la storia viene semplificata parecchio dal punto di vista dell’intreccio, ma non troppo sotto l’aspetto delle tematiche affrontate, sorprendentemente attuali a distanza di quasi centovent’anni dalla pubblicazione dell’opera da parte di London. Vediamo infatti la maturazione di Buck, da viziatissimo cane di una famiglia altolocata a mastino domato da padroni crudeli, secondo la “legge della zanna e del bastone”, fino a diventare uno straordinario cane da slitta per le traversate lungo la freddissima Alaska. Il risultato finale si può leggere come una riedizione estremamente intelligente e al passo coi tempi di un classico che bisognerebbe leggere e rileggere sempre.

Il Richiamo della foresta

Dietro alla macchina da presa del nuovo Il Richiamo della foresta c’è Chris Sanders, alla prima esperienza da regista di un lungometraggio non d’animazione dopo aver diretto molti ottimi cartoni animati quali Lilo & Stich, Dragon Trainer e I Croods, e aver collaborato per tutti gli anni ’90 con la Disney in tutti i suoi migliori film. Pur essendo un esordio, però, la mano del regista sembra quella di un veterano del cinema live action, anche grazie a un’ottima sceneggiatura, scritta per l’occasione da Michael Green (Blade Runner 2049, Assassinio sull’Orient Express). La macchina da presa si muove senza grandi picchi ma in maniera estremamente chiarificatrice, come da tradizione nei film live action della Disney. Il film dev’essere prima di tutto un’avventura per tutta la famiglia, e tutte le parti in causa devono remare in questa direzione, senza troppi artifici. Tutto dev’essere immediato e accattivante, soprattutto per gli spettatori più piccoli.

Non perfettamente riuscito è invece l’uso della CGI, sfruttata sia sui cani sia nelle scene dove si percepisce la forza della natura selvaggia. L’uso del computer non riesce mai davvero a mimetizzarsi all’interno della trama, e alla lunga tale aspetto può risultare un po’ fastidioso.

Il Richiamo della foresta

Essendo un film spiccatamente commerciale, non è una trasposizione perfetta di tutte le suggestioni che London inserisce nel suo romanzo del 1904. Sotto molti aspetti Il Richiamo della foresta romanzo rappresenta un’allegoria di quel darwinismo sociale che lo stesso London aveva assunto come propria filosofia di vita. È perfettamente inutile sperare che in un film Disney per famiglie si possano sviluppare tematiche così vaste. Ma anche la storia in sé è stata profondamente ridimensionata, persino nei suoi momenti tradizionalmente più importanti. In primis la scena dell’ “uomo con il maglione rosso”, dove Buck per la prima volta conosce la violenza del proprio padrone, che lo picchia violentemente con un bastone. Nel film di Sanders, il tema della violenza sugli animali viene enormemente edulcorato, anche perché nella società del politicamente corretto di oggi, qualsiasi altra strada sarebbe stata assolutamente impossibile da percorrere. Un altro argomento sotto certi aspetti ribaltato allo stesso modo è quello della ferocia del mondo animale. Buck, nel film rappresentato come eroe indiscusso, senza grosse ombre se non quella di essere incredibilmente goffo all’inizio, nel romanzo appare come un personaggio estremamente scisso. Da un lato fortemente amabile ed eroico, dall’altro crudele e tenebroso, come quando arriva a uccidere il suo rivale Spitz. Il fascino che la natura imprime su di lui, il richiamo del titolo, non è solo l’occasione per completare il suo “romanzo di formazione” (l’opera di London è anche questo), come ci viene presentato nel film, ma è anche una tentazione quasi diabolica, dettata prima di tutto da un desiderio di rivalsa nei confronti della vita che ogni cane (come ogni uomo dipendente in qualche modo da qualcun altro) è costretto suo malgrado a vivere. L’approdo finale di Buck, che diventa leader di un branco di lupi, non ha solo i connotati della vittoria personale del protagonista, ma rappresenta la strada che chiunque, nel bene e nel male, dovrebbe intraprendere per essere in pace con sé stesso.

Il Richiamo della foresta

Il personaggio di Perrault, interpretato dal divo francese Omar Sy, è stato inventato ad hoc per l’occasione, e permette di spostare la vicenda su un binario semi-sentimentale, in modo da rendere meno traumatico e improvviso per lo spettatore l’impatto, nel libro non del tutto felice, che Buck  subisce quando approda nella gelida natura dell’Alaska.

Ma il catalizzatore di tutte le aspettative del pubblico è senza ombra di dubbio (e ci mancherebbe) Harrison Ford, che interpreta il ruolo di un eremita schivo e alcolizzato, disilluso dalla vita, che, dopo essersi incrociato un paio di volte con il cane protagonista, finisce per salvarlo da un destino segnato e per amarlo come nessuno mai l’aveva amato prima. Anche in questo caso il personaggio di John Thornton libresco viene profondamente semplificato. Non si riesce a capire troppo bene, ad esempio, il motivo per cui intraprende il viaggio verso la valle dell’oro insieme a Buck. O meglio, lo stesso Ford dice a Buck che lui non è interessato alla ricchezza, ma che vuole raggiungere le montagne per onorare la memoria del figlio morto, desideroso di giungere in quei luoghi magici. In realtà però, quando è a metà del viaggio, si ferma per diventare un banale cercatore d’oro, facendo chiedere allo spettatore come mai abbia cambiato idea così velocemente. Insomma, un conto è semplificare trame e protagonisti, un altro è fargli perdere la loro indole profonda, che li caratterizzava nel romanzo. Per fortuna Harrison Ford riesce a colmare questa evidente lacuna con un’interpretazione molto convincente, che riesce a rispettare perfettamente la visione dello scrittore London, e che rende il suo personaggio tutto sommato gradevole e amabile.

Ed è proprio questa la forza del film di Sanders. Non è una trasposizione perfetta de Il Richiamo della foresta, anzi tutt’altro, ma l’alone leggendario che trasuda dalla storia, anche se così profondamente ridimensionata, non viene mai meno, e riesce ad accattivare e a portare nelle sale migliaia di spettatori.

Voto Autore: 3 out of 5 stars