Recensioni FilmHoly Shoes, le scarpe che calzi dicono tutto di te

Holy Shoes, le scarpe che calzi dicono tutto di te

Holy Shoes, presentato in anteprima al Torino Film Festival e uscito nelle sale italiane nel 2024, segna l’esordio alla regia di Luigi Di Capua, regista e membro del gruppo comico The Pills.

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Esordire alla regia non è sempre un passo semplice. Si tratta, piuttosto, di una prova coraggiosa, in cui un autore si mette in gioco non solo nel tentativo di affermarsi all’interno del panorama cinematografico, ma anche per lasciare la propria impronta, imprimendo, in maniera più o meno decisa, la propria visione sul mondo.

Di Capua riesce nel suo intento e, con la sua dark comedy Holy Shoes, ci parla della società contemporanea e dell’ossessione che riponiamo negli oggetti materiali, oltre che della corsa che ognuno di noi compie, volente o nolente, per ottenere qualcosa che possa aiutarci a definire la nostra identità ai nostri occhi ma, soprattutto, a quelli degli altri.

Holy Shoes

Holy Shoes – Trama

La storia intreccia la vita di quattro personaggi molto diversi tra loro, accomunati da un rapporto quasi ossessivo con le scarpe e, più in generale, con gli oggetti.

Al centro di alcune delle vicende ci sono le Typo3, un paio di sneakers costose e introvabili che Filippo (Raffaele Argesanu), un quattordicenne della periferia romana, desidera regalare a Marianna (Ludovica Nasti), la ragazza di cui è innamorato. Per riuscire a procurarsele, il ragazzo è disposto a spingersi oltre i propri limiti. Le stesse scarpe entrano nella vita di Bibbolino (Simone Liberati), un uomo quarantenne che le commercia mentre cerca di costruirsi un’identità lontana dall’ingombrante figura del padre e di recuperare il rapporto con il proprio figlio.

A questa vicenda si affianca quella di Mei (Tiffany Zhou), una giovane studentessa che lavora nel ristorante di famiglia e sogna di poter studiare a Boston. Anche per lei le scarpe diventano un modo per poter cambiare la propria condizione e inseguire un futuro diverso.

La quarta storia è quella di Luciana (Carla Signoris), una donna di mezza età intrappolata in una quotidianità ormai priva di entusiasmo. L’incontro con un paio di eleganti scarpe col tacco e con la vicina Agnese (Isabella Briganti), una giornalista segnata da un grave incidente, la porta a confrontarsi con una parte di sé che sembrava ormai dimenticata.

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Holy Shoes – Recensione

Uno degli aspetti più interessanti di Holy Shoes è proprio la scelta di non ambientare il film nella Roma “da cartolina”, quella monumentale e immediatamente riconoscibile, perché questo avrebbe inevitabilmente legato maggiormente il messaggio di fondo a una realtà localizzata. Di Capua (Il più bel secolo della mia vita) si concentra piuttosto sulle zone periferiche e quotidiane della città. Non ci sono simboli riconoscibili come il Colosseo, la Fontana di Trevi o le grandi piazze del centro, bensì ambientazioni anonime, composte da luci al neon, parcheggi sotterranei, palazzoni e un grigiore quasi costante.

Questa scelta permette a Di Capua di costruire un messaggio che potrebbe tranquillamente essere universale e rivolto a tutti, utilizzando Roma semplicemente come sfondo, ma volutamente poco riconoscibile, quasi un “luogo qualunque”. In questo modo, ciò che viene raccontato finisce per riguardare la società contemporanea nel suo complesso, indipendentemente dalle differenze geografiche e culturali.

Oggigiorno la società, pur nelle proprie diversità, sembra muoversi sempre più sugli stessi passi, soprattutto nelle grandi metropoli, dove tutto è più frenetico e gli stimoli sono interminabili. Attraverso quattro narrazioni parallele, il regista cerca proprio di mostrare come gli individui moderni siano spesso incapaci di muoversi nella società senza ricorrere a delle vere e proprie estensioni di sé, oggetti attraverso i quali autodefinirsi e sentirsi accettati dagli altri. È una ruota che gira e nella quale tutti sono immersi, che lo si voglia o meno.

Holy Shoes

Le scarpe come “simbolo”

Holy Shoes racconta persone che cercano negli oggetti qualcosa di più del loro semplice valore materiale. E lo fa partendo proprio da un paio di scarpe, che già di per sé possiedono una forte valenza simbolica. Da qui il titolo che letteralmente significa “scarpe sacre”.

Queste possono comunicare qualcosa dello status sociale di un individuo, della sua personalità e persino della sicurezza con cui decide di mostrarsi agli altri. Le scarpe diventano quindi una sorta di estensione di noi stessi: non si limitano a coprire i nostri piedi, ma possono raccontare indirettamente chi siamo e come vogliamo essere percepiti.

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Questa visione può apparire oggi estremizzata. Se nell’antichità determinati indumenti potevano rendere immediatamente riconoscibile la posizione di un individuo all’interno della società, oggi questi confini sono certamente più sfumati. Eppure, il valore simbolico delle scarpe non è scomparso del tutto. Determinati modelli o tipologie continuano a essere associati a uno specifico stile di vita o all’immagine che desideriamo costruire di noi stessi.

Di Capua concentra la propria visione proprio su questo aspetto. Le Typo3 diventano quindi il contenitore dei desideri dei personaggi che vogliono possederle. Chi per migliorare la propria vita, chi per sentirsi all’altezza degli altri, chi per affermarsi all’interno di una relazione. Il regista, però, si spinge oltre il semplice desiderio di possesso e si interroga su quanto siamo disposti a fare per ottenere ciò che desideriamo, arrivando persino contrastare la nostra moralità.

Le scarpe sono quindi l’elemento principale del film, ma al tempo stesso possono essere sostituite da qualsiasi altro oggetto materiale. Holy Shoes riflette su quanto l’ossessione per ciò che possediamo sia diventata così quotidiana da risultare quasi invisibile, fino a farci credere che esista sempre qualcosa che dobbiamo avere, anche a costo di spingerci oltre i nostri stessi limiti. Ma a quale costo?

Quattro storie, un unico desiderio

Le quattro storie parallele sono state organizzate da Di Capua in modo che non arrivino mai a fondersi l’una con l’altra. Tuttavia, seppur non intrecciandosi fisicamente, i personaggi percorrono più o meno gli stessi binari.

Il senso del raccontare storie separate e diverse risiede proprio nella volontà del regista di mostrare più facce della stessa medaglia. Nonostante le differenze, non solo anagrafiche ma anche legate agli stili di vita, tutti e quattro sono accomunati dalla stessa difficoltà nel sentirsi qualcuno. Sono personaggi smarriti, che vivono condizioni difficili e che desiderano migliorare la propria vita.

Luciana è una donna intrappolata in un matrimonio che probabilmente non funziona più. È una donna persa, privata della propria identità e costretta a fare i conti con un marito che non la guarda più. Soltanto l’incontro con Agnese e il tacco nero le restituiranno quella sicurezza che credeva di non avere più, o che probabilmente non aveva mai scoperto prima. Signoris (Diamanti) dà credibilità al personaggio attraverso la propria interpretazione, riuscendo a trasmetterne difficoltà e insicurezze.

Bibbolino è un uomo immerso nel fenomeno del reselling di scarpe, desideroso di affermarsi al di fuori dell’ombra del padre e alle prese con un figlio con cui non ha praticamente alcun rapporto. Anche lui è spaesato e incapace di trovare una direzione precisa per la propria vita.

La strada non è diversa per gli altri due protagonisti, Filippo e Mei, i quali vedono nelle Typo3 una possibile soluzione per riuscire nei propri intenti.

Ciò che accomuna tutti questi personaggi è il desiderio di ottenere qualcosa di materiale nella speranza di migliorare la propria vita. Le scarpe diventano così il punto di contatto tra le loro storie e il simbolo di qualcosa che tutti desiderano, anche a costo di compiere scelte discutibili e spingersi verso un unico, inevitabile epilogo.

Holy Shoes

Conclusioni

In definitiva, Holy Shoes non è certamente un film perfetto e alcune delle sue riflessioni potrebbero risultare, in determinati momenti, fin troppo estremizzate. Resta però un esordio alla regia convincente, capace di raccontare con personalità una realtà che riguarda la società odierna nella sua estrema complessità.

Di Capua dimostra di avere qualcosa da dire e, soprattutto, riesce a far arrivare il suo messaggio in maniera chiara e diretta. Il suo film si pone così come una rottura rispetto a quello stato di torpore in cui lo stesso spettatore, volontariamente o meno, è immerso, spingendolo a interrogarsi sulle proprie scelte e su ciò che valga davvero la pena possedere per sentirsi, semplicemente, se stessi.

Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Holy Shoes rappresenta un esordio alla regia convincente, capace di comunicare un messaggio che la società contemporanea tende a ignorare o di cui, spesso inconsapevolmente, non si rende più conto. Di Capua riflette sull’ossessione per gli oggetti e su come questi possano arrivare a condizionare, quasi senza che ce ne accorgiamo, le nostre scelte.
Gabriele Stefani
Gabriele Stefani
Ho sempre pensato che un film non finisca con i titoli di coda, ma che la scrittura sia il modo migliore per continuare il dialogo con ciò che si è visto, dare forma alle emozioni e scoprire significati che altrimenti rischierebbero di rimanere nascosti. Proprio per questo amo scriverne.

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