Chi aveva letto in anticipo le candidature o chi invece le ha scoperte direttamente nella recente cerimonia degli Oscar sarà sicuramente rimasto sorpreso da vedere il nome di Cynthia Erivo nella categoria per miglior attrice protagonista, poi vinta con merito da Renée Zellweger per la sua straordinaria e mimetica interpretazione in Judy (2019). Il sottoscritto stesso ha voluto vederci più a fondo e affrontare criticamente il titolo per cui la Erivo, attrice teatrale e apprezzata cantante, ha ricevuto la possibilità di concorrere per l’ambita statuetta (e a gareggiare, anche lì senza trionfo, anche per quella per la miglior canzone): ci troviamo così a parlare di Harriet, titolo ancora inedito nel nostro Paese e ispirato ad una storia realmente accaduta, ossia quella riguardante l’attivista afroamericana Harriet Tubman che ha lottato, nella metà del diciannovesimo secolo, per abolire la schiavitù.

La storia ha inizio per l’esattezza nel 1840, in Maryland, quando la protagonista si sposa con l’amato John, uno schiavo che ha ottenuto la libertà. La donna però è ancora “di proprietà” della famiglia Brodess e a nulla valgono le sue strazianti richieste di essere anch’essa liberata. Quando il proprietario della fattoria muore, il figlio maggiore Gideon teme che la donna abbia lanciato una maledizione e decide di venderla come vendicativa punizione. Harriet decide così di tentare il tutto per tutto e di scappare lontano, nella speranza che poi John la raggiunga quando si saranno calmate le acque. Dopo una fuga ricca di insidie e pericoli, la Nostra riesce infine a giungere a Filadelfia dove la schiavitù è ormai stata abolita e la popolazione nera lotta per i propri diritti, cercando di salvare quanti più loro simili in cerca di migliori condizioni di vita. Qui Harriet, stufa di attendere l’arrivo di John, decide di far ritorno a casa e gli eventi faranno sì che diventi un vero e proprio simbolo contro le ingiustizie dei padroni, trasformandola in una sorta di eroina rivoluzionaria che, spedizione dopo spedizione, riuscirà a liberare centinaia di oppressi per condurli in un luogo sicuro.

L’unico motivo per la quale la Erivo sia stata candidata sia all’Oscar che ai Golden Globe per la sua interpretazione è probabilmente riconducibile a quel clima di inclusività forzata che Hollywood sembra voler sottolineare sempre di più per sentirsi la coscienza a posto. L’attrice infatti, pur offrendo una performance sentita, non sfugge mai da un approccio monodimensionale al personaggio e la scarsa espressività rischia di scadere in più occasioni in un maldestro over-acting. Un difetto da condividere con il film stesso, mai incapace di elevarsi da uno stanco schematismo che ha caratterizzato tante opere, eticamente giuste, a tema (basti ricordare l’eclatante caso di 12 anni schiavo, uno degli Academy Award più generosi del nuovo millennio) e che ristagna in una facile retorica. Harriet sfiora in più occasioni le vie dell’improbabile soprattutto dal punto di vista narrativo, divinizzando in maniera involontariamente farsesca la nobile figura dell’attivista – eroina con scene madri gratuite e palesando qua e là buchi di sceneggiatura nella forzata gestione delle figure secondarie, fino ad un’inverosimile resa dei conti finale che si ammanta di ambizioni metaforiche.

La prima metà, con la rocambolesca fuga della protagonista, è la più avvincente dal punto di vista prettamente spettacolare e un paio di sequenze (su tutte il salto dal ponte per sfuggire ai suoi inseguitori) possiedono una certa energia, ma col procedere degli eventi la messa in scena si adagia su toni sempre più anonimi e prevedibili, solo parzialmente bilanciati dal discreto numero di comparse usate in alcuni passaggi. A latitare è anche quella tensione emotiva che possa rendere veramente appassionante la storia, e la marcata caratterizzazione del villain (un Joe Alwyn comunque adatto al ruolo) accentua ulteriormente il pressante didascalismo dell’operazione, pensata ad uso e consumo per scatenare una giusta indignazione e relativo messaggio anti-razzista, oggi più necessario che mai. Ma se le intenzioni rimangono lodevoli, l’occhio critico non può fare a meno di evidenziare le evidenti lacune concettuali di un film strutturalmente acerbo, con la regista Kesi Lemmons (suoi gli ottimi La baia di Eva e Parla con me ma anche il pessimo Un Natale speciale a New York) inadatta per una produzione in costume di questa portata.

Voto Autore: 2 out of 5 stars