Ci sono film che, anche a distanza di anni, continuano a rappresentare perfettamente l’immaginario del loro autore. Frankenweenie è senza dubbio uno di questi. Il film d’animazione in stop-motion di Tim Burton arrivava nelle sale il 5 ottobre 2012, riportando sul grande schermo una storia nata molti anni prima, quando il regista lavorava ancora alla Disney.
Oggi, a 14 anni dalla sua uscita, Frankenweenie può essere considerato uno dei titoli più rappresentativi della poetica burtoniana: una storia di morte e rinascita, solitudine, amicizia e amore per gli animali, raccontata attraverso un’estetica gotica che guarda apertamente ai classici horror e fantascientifici. Il film ottenne inoltre una candidatura all’Oscar come Miglior film d’animazione alla 85ª edizione degli Academy Awards, insieme a Ribelle – The Brave, ParaNorman, Pirati! Briganti da strapazzo e Ralph Spaccatutto.
Dalla Disney al grande schermo: le origini di Frankenweenie
La storia di Frankenweenie affonda le sue radici nei primi anni Ottanta. Mentre lavorava alla Disney, Tim Burton realizzò un cortometraggio live action omonimo, distribuito nel 1984. Il progetto rappresentava già una perfetta sintesi dell’immaginario del regista. La storia prendeva infatti spunto dal celebre Frankenstein di Mary Shelley e dal cinema horror classico, trasformando però il mostro in un cane riportato in vita dal suo giovane padrone.
Il cortometraggio fu considerato troppo cupo e bizzarro per l’immagine che la Disney voleva allora associare ai propri prodotti e Burton lasciò lo studio. Il successo ottenuto successivamente dal regista contribuì però a riportare l’attenzione sul progetto originale, fino alla sua pubblicazione in home video negli anni Novanta. Solo con il tempo, arrivò la possibilità di trasformare quella piccola storia in un lungometraggio.
Il ritorno di Tim Burton alla sua vecchia idea
Dopo l’enorme successo di Alice in Wonderland del 2010, Burton ebbe la possibilità di dedicarsi alla versione cinematografica di Frankenweenie. Il regista decise di non limitarsi a riproporre il cortometraggio, ma di ampliare notevolmente la storia, trasformandola in un lungometraggio in stop-motion. Il risultato è un film che conserva lo spirito dell’idea originale, ma costruisce attorno a essa un universo molto più ricco.
Al centro della storia c’è Victor Frankenstein, un ragazzino appassionato di scienza che vive con i genitori e il suo inseparabile cane Sparky. Quando l’animale muore improvvisamente, Victor non riesce ad accettare la perdita e decide di utilizzare le proprie conoscenze scientifiche per riportarlo in vita. L’esperimento riesce. Ma quello che inizialmente sembra un miracolo si trasforma rapidamente in qualcosa di molto più complicato.
La storia di Victor e Sparky
Il cuore di Frankenweenie è il rapporto tra Victor e Sparky. Burton costruisce una storia che, dietro l’apparente eccentricità, parla soprattutto di elaborazione del lutto e difficoltà nell’accettare la morte. Victor non vuole semplicemente giocare a fare lo scienziato. Vuole riavere il suo migliore amico. La sua decisione nasce quindi da un sentimento profondamente umano, quello di non voler perdere qualcuno che ama.
Il problema è che la sua scoperta non rimane privata. Altri ragazzi vengono infatti a conoscenza dell’esperimento e decidono di utilizzare la stessa tecnica per riportare in vita i propri animali domestici. Da quel momento la situazione sfugge progressivamente di mano, dando vita a una serie di creature mostruose che trasformano il film in un omaggio dichiarato al cinema horror classico.

Un film che sembra uscito dalla mente del giovane Burton
Uno degli aspetti più affascinanti di Frankenweenie è proprio il suo legame con il passato. Il lungometraggio sembra infatti recuperare la creatività del giovane Tim Burton, quella che emergeva già nei suoi primi cortometraggi e nei suoi disegni. La scelta della stop-motion permette inoltre al regista di costruire un mondo estremamente dettagliato, popolato da personaggi dalle forme eccentriche, atmosfere gotiche e citazioni cinematografiche.
Il bianco e nero, le architetture gotiche, i cimiteri, i laboratori e le creature mostruose contribuiscono a creare un’estetica immediatamente riconoscibile. Non è soltanto un film per bambini: Frankenweenie è soprattutto una lettera d’amore di Tim Burton al cinema che lo ha formato.
Frankenweenie e Ed Wood: due dichiarazioni d’amore al cinema
Se Frankenweenie rappresenta uno degli omaggi più evidenti di Burton al cinema di mostri, c’è un altro film del regista che affronta ancora più direttamente il suo rapporto con i B-movie: Ed Wood.
Il film del 1994 racconta la vera storia dell’omonimo regista statunitense, considerato per decenni uno dei peggiori filmmaker della storia del cinema. Interpretato da Johnny Depp, Ed Wood segue la sua passione assoluta per il cinema e soprattutto il suo rapporto con l’attore Bela Lugosi, celebre interprete di Dracula. A differenza di molti altri titoli di Burton, Ed Wood è un biopic in bianco e nero, profondamente malinconico e allo stesso tempo ironico.
Il film ottenne un’importante consacrazione agli Oscar, conquistando due statuette: Miglior attore non protagonista a Martin Landau e Miglior trucco. Per molti appassionati rimane ancora oggi uno dei lavori più riusciti della filmografia di Burton.
Perché rivedere oggi Frankenweenie
Rivedere Frankenweenie oggi significa tornare a un momento particolarmente interessante della carriera di Tim Burton. Il film conserva infatti l’anima dei suoi primi lavori, ma allo stesso tempo rappresenta la maturità di un autore ormai perfettamente consapevole del proprio linguaggio.
La storia di Victor e Sparky è semplice, ma proprio per questo riesce a essere universale. Dietro i mostri e gli esperimenti scientifici c’è un ragazzino che non riesce ad accettare la morte del suo cane. È probabilmente questo il motivo per cui Frankenweenie continua a emozionare: sotto la superficie gotica e bizzarra c’è una storia profondamente umana.
E forse è proprio questo che rende il film uno dei gioielli più sottovalutati della filmografia di Tim Burton. A 14 anni dall’uscita, Frankenweenie dimostra ancora una volta che alcune delle idee più personali di un regista possono tornare a vivere molti anni dopo, trovando una forma nuova senza perdere la propria anima.
