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Flag Day – Il ritorno di Sean Penn al dramma familiare nell’America di provincia

Il tuo ultimo sguardo – Riprendersi da un disastro tornando alle origini

È il 2016 quando Sean Penn forte del successo di Into the wild – distribuito ben nove anni prima nelle sale internazionali – viene selezionato con il suo nuovo film intitolato Il tuo ultimo sguardo alla sessantanovesima edizione del Festival di Cannes. Ciò che sta alla base di quel film è però molto distante dal modello cinematografico di Into the wild – probabilmente il suo più grande successo di critica e pubblico – trattandosi di un racconto sentimentale e drammatico sulle operazioni di salvataggio umanitarie.

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Il tuo ultimo sguardo viene stroncato brutalmente, prima dalla critica di Cannes e poi da quella degli altri festival, all’interno dei quali il film si ritrova suo malgrado in catalogo. Sean Penn non soltanto sembra esserne deluso ma anche sorpreso. Il suo ultimo lavoro però non fa altro che attirare critiche negative e ironiche – talvolta realmente divertenti – nonché gag parodiche, a tal punto da inserire il film nella categoria del trash, quello involontario però.

Per un paio d’anni Penn scompare dalle scene, per poi ricomparire nel 2018 in qualità di interprete di una serie televisiva drammatico-fantascientifica prodotta da Hulu, The First. Successivamente interpreta a fianco di Mel Gibson il ruolo di un pazzo nel film piuttosto dimenticabile di Farhad Safinia, Il professore e il pazzo che non ottiene alcuna particolare visibilità, a causa di una scarsa distribuzione nelle sale ed una rapidissima uscita in home video.

Flag Day di Sean Penn è il racconto malinconico e profondamente americano di un turbolento e perciò emozionale legame tra padre e una figlia.
Il tuo ultimo sguardo – Il disastro di Sean Penn

Due anni più tardi alcuni rumors sembrano parlare di un nuovo progetto da regista per Sean Penn, tratto da una storia vera e con un grande cast. La novità del progetto è però un’altra, ossia il ritorno all’America di provincia, quella per intenderci di Lupo Solitario, il lungometraggio d’esordio di Penn e quasi certamente il suo film più interessante. Ancora una volta un racconto drammatico su di una famiglia molto particolare, in cui la criminalità viene posta in netto contrasto con l’aspetto più direttamente sentimentale, dolce e malinconico che è proprio del legame padre-figlia su cui il film sembra destinato a concentrarsi.

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Flag Day a metà del 2020 vede la luce e molti aspetti in fase di preproduzione e poi produzione variano, a partire da Sean Penn interprete, poiché per qualche tempo si era data per certa la partecipazione di Matt Damon, il quale poi ha rifiutato nel convincere Penn a interpretare quel film e non soltanto a dirigerlo, poiché non gli sarebbe più capitato – a suo dire – di lavorare insieme ai suoi due figli, Dylan e Hopper Jack Penn, per la prima volta sul grande schermo. Così Penn accetta il consiglio e il film diviene tutt’altro. Flag Day viene presentato alla 74° edizione del Festival di Cannes dividendo ancora una volta la critica ma segnando senz’altro un ritorno al buon cinema da parte dello stesso regista, rimasto fin troppo a lungo nell’oscurità causata dal disastroso film precedente.

Sean e Dylan Penn – Backstake e Press Conference di Flag Day

D’altronde come i grandi del cinema americano hanno sempre insegnato: ad Hollywood sei l’ultimo che fai. Se quello va bene mantieni il tuo successo – e status – se invece va male invece sei destinato a crollare e fallire fino a perderti o addirittura allontanarti dalla spietata macchina hollywoodiana.

Flag Day è in tutto e per tutto un ritorno alle origini, quelle di Lupo Solitario, quelle dell’americanità provinciale profondamente radicata negli animi tumultuosi di individui in conflitto con sé stessi e ancor più con la loro famiglia e tutto ciò è ancora una volta interessante e convincente.

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Una questione familiare

Il film come già detto è tratto da una storia vera, poiché trasposizione – e per di più fedelissima – del romanzo autobiografico di Jennifer Vogel, Flim-Flam Man: A true family history. La Vogel divenuta in seguito una giornalista affermata racconta tra le pagine del suo romanzo-inchiesta il dramma con il quale ha convissuto per gran parte della sua giovinezza, ossia l’ombra disperata e onnipresente di una figura paterna scomoda, tossica e in continuo conflitto con sé stessa a tal punto da divenire criminale.

Penn d’altronde è sempre stato particolarmente attento ai rapporti e legami familiari all’interno del suo cinema, a partire dal già citato Lupo Solitario, fino a Into the wild che mostrava attraverso continui flashback la relazione turbolenta e talvolta aggressiva tra Walt (William Hurt) e Billie (Marcia Gay Harden) McCandless. Con Flag Day torna a raccontare la medesima dinamica ponendola sotto una luce ancora una volta differente nella presentazione di un uomo curioso, profondamente contradditorio e certamente ambiguo in termini di vita ai margini della legalità, moralità e così via, ma nonostante ciò mai realmente privo di dolcezza e sentimentalismo.

John Vogel (Sean Penn) è infatti un falsario e rapinatore di banche ricercato dalle autorità federali che tra un crimine e l’altro cerca maldestramente di mantenere la famiglia unita finendo spesso e volentieri per andarsene nel bel mezzo di furiose litigate o arresti e sparizioni improvvise. La famiglia molto presto si divide, mentre John scompare e ricompare, Pattie (Katheryn Winnick), la moglie alcolizzata e fragile di John trova il modo di andare avanti tra nuovi mariti, l’aiuto del fratello Beck (Josh Brolin) e il sostegno dei due figli, Nick (Hopper Jack Penn) tutto sommato debole ma sensibile e Jennifer (Dylan Penn), una ragazza dall’animo turbolento, anche se fortemente tenace e combattiva.

Flag Day di Sean Penn è il racconto malinconico e profondamente americano di un turbolento e perciò emozionale legame tra padre e una figlia.
John e Jennifer Vogel – Padri e figlie – Verità e menzogne

Il film via via si fa indagine drammatica rispetto al legame inscindibile e per certi versi immortale che esiste padri e figli. Nello specifico tra un padre assente e pericoloso, anche se capace d’amare a modo suo e una figlia che non vorrebbe per nessun motivo credere alle parole della madre chiaramente destinate all’annullamento definitivo della carica paterna dell’uomo sposato, amato e poi scomparso improvvisamente dalla sua vita.

Così questa figlia cresce e non smette di cercare la verità, nonostante il padre, John Vogel sia un vero artista della truffa e così della menzogna e faccia perciò di tutto – anche inconsciamente – pur di allontanarla. La scena della chiamata telefonica è il nucleo di questo discorso.

La casa sul lago – Il luogo cardine di Flag Day

Flag Day compie inoltre un’operazione interessante, ossia focalizzarsi non tanto sulle azioni del personaggio controverso e criminale John Vogel – come sarebbe stato semplice fare – piuttosto sul suo ruolo saltuario ma non per questo privo di emozionalità e contraddizioni assunto per anni nella famiglia che così maldestramente e tenacemente ha costruito tra un crimine e un altro.

Un film che è una vera questione familiare dentro e fuori lo schermo. I Penn – padre e due figli – raccontano i Vogel e la sincerità degli sguardi, così come quella dei turbamenti, delle liti e così via è talmente palpabile e concreta da convincere perfino lo spettatore meno interessato e appassionato del cinema di Sean Penn.

From rags to stars… ma non troppo – Una storia di americanità e provincialismo

Se c’è un modello narrativo che il cinema americano non ha mai nascosto di amare è proprio quello incasellato nella definizione “from rags to stars” ossia dalle stalle alle stelle e dunque sulla rinascita e il riscatto.

Flag Day non è altro che questo, una narrazione cinematografica fortemente interessata al racconto di un lungo cammino di povertà, perdita di speranza, tragedia e perdizione destinato però a mutare lentamente in ricerca, inseguimento e infine raggiungimento di quel riscatto e miglioramento a lungo desiderato.

Sean Penn ancora una volta tornando alle origini del suo cinema dimostra di non volersi affatto allontanare da quelli che sono i cardini di quel modello narrativo nordamericano a lungo studiato – e interpretato – perciò focalizza la sua attenzione sulla struttura narrativa che non può che vedere la successione di tre capitoli estremamente differenti nell’arco delle quasi due ore di durata del film: idillio, caduta, rinascita.

Nel corso delle tre parti Penn cala il nucleo familiare dei Vogel in un contesto di America provinciale profonda che sembra rifarsi a quella cantata e raccontata fin dagli esordi da celebri cantautori quali Bob Dylan, piuttosto che Bruce Springsteen, Patti Smith o ancora John Prine. Sono famiglie reali e sporche quelle che Flag Day mostra, che campano come meglio possono, nascondendo qua e là le ombre cupe dell’abuso sessuale, della droga e dell’alcolismo.

Flag Day di Sean Penn è il racconto malinconico e profondamente americano di un turbolento e perciò emozionale legame tra padre e una figlia.
I fantasmi interiori di Jennifer e John Vogel

In tutto questo Flag Day presta grande attenzione alla colonna sonora (composta da alcuni incredibili brani di Eddie e Olivia Vedder, in compagnia di Glen Hansard e Cat Power) che fa da sottofondo e poi da vero e proprio dialogo – e didascalia – rispetto a ciò che lo spettatore osserva e che trova il suo momento culminante in una scena notturna, durante la quale John Vogel osserva i figli animarsi, probabilmente per la prima volta nella sua vita, nell’ascolto collettivo di un brano rock americano assolutamente popolare e volendo commerciale, ossia Night Moves di Bob Seger.

In quella scena risiede il senso ultimo e definitivo dell’intero film, John costretto ad osservare ciò che i figli sono destinati a vivere e cambiare, tanto della loro vita, quanto della musica proposta dal padre. Il rifiuto di Chopin e l’accettazione di Bob Seger. Una scena e decisione apparentemente banale che conserva sottotesto quell’americanità che il film sottolinea più e più volte, a partire dal suo stesso titolo.

La celebrazione degli Stati Uniti d’America che coincide ironicamente con la nascita di John Vogel: si celebrano così il potere, l’unione e la criminalità.

Flag Day si fa racconto sull’illusione del sogno americano e sulla menzogna di quel modello di vita così apparentemente attrattivo e senza eguali che nasconde però fin troppe violenze e perdite d’innocenza.

Daniel Moder e Sean Penn – Riflessioni sulla fotografia e la regia di Flag Day

Ciò che è chiaro fin quasi dalle prime scene e sequenze è la volontà di Flag Day d’essere altro rispetto al precedente cinema di Sean Penn. Un registro filmico questa volta che sembra virare in direzioni più spiccatamente autoriali ricercando tra frequenti slow motion, finta pellicola e un gusto vintage cinefilo quella ripresa familiare – e amatoriale – tipica dei filmini delle vacanze, pur sempre contrapposta ad un gusto onirico e naturale che sembra gridare a gran voce un nome su tutti, quello di Terrence Malick.

Le intenzioni tanto di Sean Penn, quanto di Daniel Moder sono citazioniste e perciò encomiabili, nonostante il risultato complessivo sia assolutamente distante rispetto a quello di Badlands, piuttosto che di The tree of life o ancora To the wonder, giusto per richiamare alcuni titoli di Terrence Malick.

Badlands – 1973 – Terrence Malick

È interessante senza dubbio l’incessante fondersi e confondersi delle varie tonalità di colore e di pellicola rovinata – e bruciata – che Flag Day non abbandona mai, proprio perché focalizzato su un discorso di narrazione familiare racchiusa all’interno di un rullino fotografico gelosamente conservato in un vecchio cassetto e perciò destinato a logorarsi e segnarsi nel corso degli anni. Quello stesso rullino che John Vogel per gran parte del film riempie di filmati delle figlie nel loro periodo idilliaco e malinconico alla casa sul lago, il luogo simbolo di caduta e rinascita di questo ultimo e sorprendente film di Sean Penn.

Conclusioni – Un film bizzarro ma senz’altro interessante

Flag Day è un film che gode di ottime interpretazioni. Spicca su tutte quella dell’esordiente Dylan Penn nei panni della combattiva Jennifer Vogel, il suo è un personaggio femminile forte, dalle mille sfaccettature e dalla dolcezza nascosta ma comunque evidente che trova il suo momento di apertura e definitiva liberazione nell’addio a quell’ombra paterna che fin troppo a lungo l’ha ossessionata e derubata di quella giovinezza e spensieratezza mai realmente vissute.

La prova attoriale di Sean Penn regge il film e convince. Non si può dire lo stesso però rispetto alla regia che pur essendo interessante rischia di annoiare a causa della sua volontà così evidente d’essere cinema inutilmente ricercato e forzatamente autoriale quando potrebbe senza alcun problema affidarsi alla sincerità e a dei registri di ben altro genere.

Flag Day di Sean Penn è il racconto malinconico e profondamente americano di un turbolento e perciò emozionale legame tra padre e una figlia.
Eddie Vedder, Olivia Vedder e Glen Hansard – Autori dell’incredibile colonna sonora di Flag Day

Ottima la colonna sonora che vale già di per sé la visione del film, poiché ancora una volta Penn collabora con Eddie Vedder come già era accaduto per Into the Wild e il risultato non è affatto cambiato.

Eddie Vedder d’altro canto sembra aver preso alla lettera le intenzioni del film e del suo autore: è una questione familiare. Ecco perché ha deciso di farsi affiancare dalla figlia Olivia la quale è autrice e interprete del brano migliore del film – My father’s daughter – nonché dai celebri cantautori e amici di lunghissima data Glen Hansard e Cat Power. Flag Day, un film non totalmente riuscito, ma davvero interessante sul legame inscindibile anche se complesso e doloroso tra un padre che vorrebbe essere presente nonostante vittima delle sue stesse menzogne e una figlia che non è affatto disposta a lasciarlo andare, non prima di averne scoperto la reale fragilità, identità e natura.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Flag Day di Sean Penn è il racconto malinconico e profondamente americano di un turbolento e perciò emozionale legame tra un padre criminale ma a suo modo dolce e protettivo, ed una figlia fragile e allo stesso tempo combattiva poiché alla continua ricerca di quella figura paterna così sfuggente eppure presente nei ricordi e tra le ombre di un passato confuso e nostalgico.
Roby Antonacci
Roby Antonacci
Giornalista per Vanity Fair, collaboratrice per Moviemag, scrivo da sempre di cinema con un occhio attento a quello d'autore, una forte passione per l'horror e il noir, senza disdegnare i blockbuster che meritano attenzione.

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