Ogni anno, verso la fine di giugno, Bologna si trasforma nel paradiso dei cinefili: in città, per 9 giorni e per 8 sale, circa 500 proiezioni animano il Festival del Cinema Ritrovato. È un’occasione più unica che rara per riscoprire gemme nascoste del cinema del passato, riapprezzare i classici sul grande schermo e immedesimarsi negli spettatori di un tempo, grazie anche ai lavori di restauro che costituiscono una grossa fetta del programma.
Il Festival del Cinema Ritrovato nel 2026 è arrivato alla 40° edizione. Un’edizione XL di nome e di fatto, ricca di film che spaziano tra epoche e filmografie estremamente distanti tra di loro: dal tedesco Le avventure del principe Achmed (1926) di Lotte Reiniger che, come riporta il programma, è “il più antico lungometraggio d’animazione a essersi conservato”, ad Amma Ariyan (1986) di John Abraham, opera sperimentale del Parallel Cinema indiano; dai cortometraggi dei cataloghi Pathé del 1906 alla presentazione del primo lungometraggio di Kleber Mendonça Filho (L’agente segreto), il documentario Crítico (2008), introdotto in sala dal regista stesso.
Abbiamo provato a farci largo nel mare magnum di pellicole, sgomitando tra circa 10 000 accreditati e sfidando il caldo torrido di questi giorni per evidenziarvi, da una visione inevitabilmente parziale di un programma a dir poco sterminato, 10 titoli in ordine sparso che meritano di essere riscoperti. Dove presente, abbiamo riportato il titolo italiano, lasciando il titolo internazionale ai film che non hanno mai beneficiato di una distribuzione nel nostro paese.
Di seguito i 10 titoli da riscoprire del Festival del Cinema Ritrovato

L’angelo bianco (1931) di William A. Wellman
Una giovane donna al verde, Lora Hart, entra a far parte del corpo infermiere. È l’inizio per lei di un’esperienza folle, tra interminabili turni di notte, avances di criminali dal cuore d’oro e sospetti di medici corrotti.
In una Hollywood pre-code, a Wellman bastano 72 minuti per attraversare un vero e proprio profluvio di stilemi: il taglio semi-documentaristico della macchina a mano tra i reparti d’ospedale, al servizio di una denuncia sociale sulle condizioni delle night nurse del titolo originale; il montaggio serrato da screwball comedy a esaltare le battute taglienti e le gag più fisiche (e spesso a sfondo erotico) tra i personaggi; la suspense del fuori campo che fa da preludio alla linea narrativa più vicina al gangster movie; i primi piani su cui si regge il melò di una malattia infantile da combattere.
Il primo dei 5 film che segnarono la collaborazione tra il regista e Barbara Stanwyck, attrice-volto del Festival del Cinema Ritrovato 2026, è un esempio fulgido della misteriosa commistione di libertà e precisione che caraterizzava il cinema americano dei primi anni ’30. Alla naturalezza disarmante della diva tiene testa, seppur in esiguo screen-time, il carisma di un raro Clark Gable senza iconici baffi, favorito da un’entrata in scena a dir poco memorabile.

Ten Dark Women (1961) di Kon Ichikawa
Un giovane produttore televisivo ha una moglie e nove amanti. Quando le donne si conoscono l’un l’altra, escogitano un piano per sbarazzarsi di lui, ma non tutto va come previsto.
Un incipit noir accompagna i titoli di testa di uno dei film meno ricordati di Kon Ichikawa (L’arpa birmana, Fuochi nella pianura): una strada notturna attraversata da un’orchestra di passi, una banda di donne che prende gradualmente forma, fino a tramutarsi in un consiglio segreto da cui narrare in flashback la storia, evocando già dei fantasmi che rimpiangono il loro diritto di parola perduto. L’ironia prende dunque presto il sopravvento, smorzando la solennità dei tagli di luce e l’intensità dei primi piani, indirizzando i toni nel campo della commedia grottesca. Il black humor è un canale attraverso il quale l’autore giapponese, coadiuvato dalla sceneggiatura della moglie Natto Wada, mette in crisi i valori della società nipponica, riflettendo crudelmente su ruoli di genere e su alienazioni industriali.

Femmine di lusso (1930) di Frank Capra
Rampollo dell’aristocrazia newyorchese con aspirazioni d’artista figurativo, recluta una gold-digger affinché gli faccia da modella per un quadro che ha intenzione di chiamare “Hope”, ispirato dalla luce di speranza che crede d’aver visto oltre la scorza di disillusione della ragazza.
Tratto da un successo di Broadway, è il film che rivela il talento di Barbara Stanwyck, segnando l’inizio della sua fortunata collaborazione con Frank Capra (La vita è meravigliosa, Accadde una notte). Il regista italo-americano sfoggia qui tutto il suo talento, dando sfogo a un repertorio invidiabile di gag e di sofisticate architetture melodrammatiche; una coabitazione apparentemente inconciliabile, sublimata da un uso magistrale del montaggio alternato in almeno due sequenze chiave.
Il tema del rapporto tra artista e modella assume i contorni della riflessione meta-testuale sul mestiere della direzione d’attori, in cui il pittore (come il regista) cerca di plasmare a suo volere l’interpretazione della modella/attrice, ma nel farlo deve essere pronto ad accogliere gli imprevisti del set; così come, all’interno del racconto, può nascere una storia d’amore, nella realtà il regista può propiziare la ribalta di una star, di un talento naturale come quello di Stanwyck, cui Capra dà intelligentemente respiro, limitando i tagli di montaggio sui dialoghi, proclamando il primato del dinamismo del cinema sulla staticità della pittura (fate caso al valore dell’unica scena in cui dei personaggi appaiono platealmente in posa plastica). L’ennesimo grande film di un autore mai abbastanza celebrato.

La stella nascosta (1960) di Ritwik Ghatak
Neeta è l’unica fonte di reddito in famiglia. Il fratello chiede sempre soldi in prestito e coltiva la sua passione per il canto, col sogno d’affermarsi come artista, mentre il fidanzato, laureatosi ingegnere, non riesce a trovare un lavoro all’altezza delle proprie competenze. Neeta è l’unica a credere in loro, un’anima gentile disposta ai più duri sacrifici per coltivare fino in fondo le proprie speranze.
La filmografia del maestro di cinema indiano Ritwik Ghatak è oggetto di una delle retrospettive di quest’anno per la sezione La macchina dello spazio, dedicata all’approfondimento di opere e autori geograficamente lontani da noi. La stella nascosta è forse il suo film più bello, quello in cui l’intensità del melodramma e la necessità della denuncia sociale, binomio presente in gran parte del suo cinema, incontrano più proficuamente una ricchezza di invenzioni visive e sonore.
La regione del Bengala è un personaggio aggiunto, coi suoi corsi d’acqua e i suoi alberi rigogliosi, simboli di vita in contrasto coi problemi economici che affliggono i protagonisti, avvicinandoli sempre a uno stato di morte, effettiva o apparente. Il dialogo tra le figure umane e gli ambienti è mediato da una colonna sonora ricca di canti e percussioni, termometro di una voglia di vivere che verrà urlata in uno dei momenti emotivamente più incisivi del film. Il crescendo finale è indimenticabile, elevato com’è da uno stile febbrile che fa spiccare il volo alle possibilità della macchina da presa, restituendo in immagini e suoni tutto il tormento e l’estasi prodotti dal racconto.

Colpo di fulmine (1941) di Howard Hawks
Goffo professore coinvolto nell’ambizioso progetto di una redazione d’enciclopedia insieme ad altri sette studiosi, capisce di dover frequentare i bassifondi perché la ricerca scientifica possa essere realmente al passo coi tempi. Qui si imbatte in una ballerina dal linguaggio colorito, che sfrutta i suoi interessi glottologici per sfuggire alla polizia da cui è ricercata, pronta a convolare a nozze con un gangster. O almeno, questa è la sua iniziale intenzione.
Siamo nel 1941 e Howard Hawks ha già girato almeno un capolavoro della screwball comedy come Susanna! (1938) e dettato le regole del gangster movie con Scarface (1932). Qui, partendo dalla premesse del primo, sembra approdare a una parodia del secondo, sfruttando la galleria irresistibile di personaggi secondari in un sorprendente gioco di capovolgimento di ruoli. Ritmo infallibile, dialoghi in costante equilibrio di doppi sensi (lo script non a caso è firmato dal sempre audace Billy Wilder) e interpretazioni magistrali sia della coppia Stanwyck/Cooper sia della folta schiera di caratteristi, garantiscono due ore di risate genuine. Lo si può leggere anche come una parabola sull’importanza di passare dalla teoria alla pratica.

Weighed But Found Wanting (1974) di Lino Brocka
Nueva Ecija, Filippine. Kuala è la matta del villaggio, impazzita dopo aver perso il feto in un aborto imposto da un uomo di nome Cesar. Bertong, detto “il lebbroso”, è un poveraccio sfigurato in volto, innamorato di Kuala tanto da volersene prendere cura senza pretesa d’essere corrisposto. Junior è un ragazzo del posto, testimone delle vicende umane che dividono la società in integrati ed emarginati, secondo il filtro morale del bigotto gruppo di donne devote alla Chiesa.
Lino Brocka è il più importante regista filippino della sua generazione, fonte d’ispirazione per il cinema fluviale del connazionale Lav Diaz, cantore degli ultimi in un Paese già di per sé scarsamente considerato a livello geopolitico. Weighed But Found Wanting (letteralmente “Pesato e trovato mancante”) è un racconto di formazione in piena regola, l’educazione ai sentimenti di un ragazzo che vive quotidianamente l’ipocrisia del padre e dei suoi compagni di scuola e che acquisisce un orizzonte morale frequentando i pazzi e i disadattati. Una critica ferocissima filtrata dallo sguardo di un autore gentile, capace di catturare con rara sensibilità il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, col sapore amaro della disillusione ma anche con una flebile scinitilla di speranza per il futuro.

La porta d’oro (1941) di Mitchell Leisen
Il signor Iscosescu giunge a Hollywood con una richiesta molto precisa: 500 dollari in cambio della sua incredibile storia. Il regista Saxon è titubante, ma alla fine acconsente ad ascoltarlo. Flashback: rimasto senza visto in un albergo messicano, a due passi dal confine col suolo USA, il nostro ha un piano per oltrepassare in breve tempo la dogana: sposare una cittadina americana. I suoi occhi cadono su un’ingenua maestra di scuola, in gita coi suoi alunni per festeggiare il 4 luglio. La conquista e progetta di piantarla in asso una volta in America, ma non tutto va secondo i piani.
Scritto da Billy Wilder, fu il film che lo convinse a passare dietro la macchina da presa per poter essere padrone assoluto delle proprie sceneggiature. A Hollywood sono rimasti celebri i suoi dissidi con il regista, Mitchell Leisen, che nella pellicola fa un ironico cameo nel ruolo di Saxon. Charles Boyer è perfetto nella sua solita parte da manipolatorio latin lover europeo (lo si ricorda, non a caso, per Gaslight), ma è Olivia de Havilland a rubargli la scena in un’interpretazione che le frutta la nomination all’Oscar; a sfilarle la statuetta, curiosamente, sarà la sorella minore Joan Fontaine, per Il sospetto di Alfred Hitchcock.

Peking Opera Blues (1986) di Tsui Hark
Pechino, anni ’10 del secolo scorso. Si intrecciano i destini di tre donne: una ribelle che contrabbanda documenti rivoluzionari, una cortigiana alla ricerca di un tesoro nascosto e una giovane aspirante attrice teatrale.
La trama è poco più che un pretesto per permettere a Tsui Hark, maestro indiscusso del cinema d’azione made in Hong Kong, di giocare con equivoci e situazioni paradossali, liberando tutto il proprio estro visivo. Il film, come fosse un backstage musical, opera a più livelli, trasportando a fasi alterne lo spettacolo on stage e off stage, tra scenografie musicali e scenografie d’azione che sembrano confondersi e invertirsi continuamente di ruolo. A questo movimento orizzontale (davanti e dietro le quinte) s’accompagna un vertiginoso spostamento verticale, un volo letterale oltre i piani multipli della messinscena nello spettacolo finale, preludio a un coloratissimo scontro tra i tetti al chiaro di luna; un sogno a occhi aperti che sembra raggiungere l’utopia di uno show fuori da ogni limite.

40 pistole (1957) di Samuel Fuller
L’agente federale Griff Bonnell giunge a Tombstone insieme ai suoi due fratelli per riportare l’ordine. La città è in balia delle angherie di Jessica Drummond, proprietaria terriera a capo di un plotone di quaranta pistoleri.
Samuel Fuller, personalità indomabile del cinema di genere hollywodiano, in un’operazione simile al Johnnny Guitar (1954) di Nicholas Ray, decostruisce i codici del western galoppando nella direzione del melodramma. A partire dai titoli di testa in cui è una donna a guidare un esercito di cowboy fuorilegge, riempiendo di polvere il passaggio degli “eroi positivi”, 40 pistole riflette sull’inadeguatezza dei classici valori che regolavano fino a pochi anni prima il genere, evidenziando le esplosioni di violenza connaturate all’uomo come unico vero motore dell’azione. Il microcosmo fulleriano è attraversato tanto da lunghi longtake, come quieti prima delle tempeste, quanto da sofisticati lavori di cesello al montaggio, capaci di restituire il dinamismo di un agguato, la tensione di uno scontro a fuoco, la catastrofe di un uragano in avvicinamento. Un capolavoro eversivo che influenzò profondamente Jean Luc Godard e il suo Fino all’ultimo respiro.

Karl e Kristina (1971) + La nuova terra (1972) di Jean Troell
Metà ‘800. Una famiglia di agricoltori lascia il proprio villaggio d’origine nella campagna svedese e si imbarca per il Minnesota, inseguendo il sogno di una terra in cui poter vivere liberi e felici.
Jan Troell adatta Gli emigranti di Vilhelm Moberg per raccontare in due capitoli-fiume un’esemplare saga familiare, passando dall’epopea del loro movimento nello spazio (la traversata dell’Atlantico in Karl e Kristina) al dramma del tempo in movimento (la quindicina d’anni in cui si sviluppa il racconto ne La nuova terra). Un dittico che ha il respiro del romanzo storico, dove si incrociano grandi eventi ottocenteschi (i flussi migratori, la febbre dell’oro, la rivolta dei Sioux) e “piccoli” conflitti sentimentali, registrati dallo sguardo di una macchina da presa sempre vicina ai suoi protagonisti e al loro rapporto – centrale – con la terra.
Un’analisi ad ampio raggio sui danni della colonizzazione e una parabola fin troppo attuale sull’appropriazione indebita dei territori altrui. Troell si interroga sui limiti dell’appartenenza culturale, registrando gli ostacoli che di volta in volta si abbattono sui suoi personaggi, capaci d’insediarsi e di lavorare duramente per ritagliarsi il proprio spazio nel mondo, ma condannati forse a non sopravvivere davvero alla nostalgia per un senso d’appartenenza insostituibile e perduto.
Le proiezioni in sala dei due film, rispettivamente di 191 e di 204 minuti, separate da un’ora d’intervallo, hanno costituito sicuramente l’esperienza cinefila più immersiva e avventurosa di questa edizione del Festival del Cinema Ritrovato.
