Disponibile su Netflix dallo scorso agosto, Don’t Say Good Luck è un dramedy musicale che mescola i primi “drammi” adolescenziali con le grandi difficoltà della vita da adulti. Diretto da Julia Hart e prodotto da Adam Sandler, il cast del film è composto da Sunny Sandler (Non sei invitata al mio Bat Mitzvah), Melanie Lynksey e Max Greenfield (New Girl).

Don’t Say Good Luck – La trama
A 16 anni Sophie Birembaum ha una famiglia solida alle spalle – composta da due amorevoli genitori e due fratellini più piccoli – e una passionale vocazione per il mondo del teatro. Durante i provini per Waitress, il musical di fine anno diretto dalla professoressa Parker, Sophie ottiene inaspettatamente il ruolo della protagonista Jenna, sbaragliando la concorrenza grazie a una commovente performance di When He sees me.
Proprio mentre Sophie si prepara per il suo debutto, la sua famiglia si trova a dover affrontare un imprevisto. Alla madre Elizabeth viene diagnosticato un cancro, che aveva già sconfitto in passato, tornato questa volta in forma più aggressiva. Per non distogliere la figlia dal suo impegno, però, la donna decide di non comunicare subito alla famiglia la reale gravità della situazione, rimandando il fatidico momento della confessione a dopo la prima dello spettacolo.
La vita, però, a volte si intrufola dalla porta sul retro – riservando sorprese non sempre positive. Proprio a ridosso dello spettacolo, Sophie scopre che la madre è troppo debole per andare a vederla. La giovane ragazza, quindi, decide di renderle omaggio, costruendo la sua Jenna proprio sul modello di Elizabeth.

Don’t Say Good Luck – La recensione
Don’t Say Good Luck esplora il dolore senza patetismi e ricatti emotivi. Una scelta registica e di scrittura, infatti, è proprio quella di non enfatizzare la sofferenza, ma concentrarsi sulla gestione del tempo e sul rapporto madre-figlia. Se, da un lato, Elizabeth è consapevole che la clessidra della vita per lei è agli ultimi granelli di sabbia, dall’altro non vuole che i figli vivano il poco tempo che le rimane con la paura di perderla. Per questo motivo, anche durante le fasi più delicate della malattia, la donna si rivela un’ancora per la famiglia, ma soprattutto per Sophie.
Nel corso del film, che si può definire un coming of age, Sophie deve imparare a bilanciare le sfide dell’adolescenza e le sue passioni con le sfide della vita reale (la malattia, le responsabilità, la perdita). Inevitabilmente per lei il teatro si fa vita vera e Waitress – il musical di Broadway creato da Sara Bareilles che mette in scena la sua scuola – diventa un riflesso della sua vita. Le canzoni diventano, quindi, una valvola di sfogo e uno strumento terapeutico per elaborare la realtà.
I punti di forza di Don’t Say Good Luck sono la sceneggiatura scritta dalla regista stessa con Jordan Horowitz e Laura Hankin, che nella sua semplicità affronta con maturità un confronto generazionale, ma anche le performance degli attori, come quella magnetica e convincente di Sunny Sandler, supportata da un solido cast. Pochi sono, invece, i punti negativi: Don’t Say Good Luck è una film che si lascia vedere con piacere, un’opera sincera ed empatica.
Don’t Say Good Luck – Il cast
Il cast del film, corale e affiatato, si dimostra capace di navigare tra le sfumature della commedia adolescenziale e quelle del dramma. Sunny Sandler dimostra una sorprendente maturità artistica, eccellendo non solo nella recitazione drammatica ma anche nelle performance canore. Melanie Lynksey nei panni di Elizabeth offre un’interpretazione convincente, evitando i cliché del melodramma, ma dando al suo personaggio un misto di ironia, stanchezza e istinto protettivo. Proprio la chimica tra Sundler e Lynksey è uno dei motori del film.
Max Greenfield, lontano dai ruoli comici che lo hanno reso celebre, qui veste i panni di Ted, il padre di famiglia, un uomo che cerca di infondere coraggio a tutti mentre crolla interiormente. Jack Champion, invece, interpreta l’interesse amoroso di Sophie e il suo partner di scena con una performance fresca e spontanea incarnando la purezza e le distrazioni dei primi amori. Stephanie Beatriz è la professoressa Parker, regista del musical, portando sullo schermo il rigore teatrale e una profonda empatia nei confronti del dramma privato di Sophie.

Conclusioni
Don’t Say Good Luck si dimostra un’opera matura e stratificata, capace di distinguersi nel vasto catalogo dei drammi adolescenziali di Netflix. Il film riesce a bilanciare due anime apparentemente distanti: la leggerezza del musical scolastico e la cruda realtà del dramma familiare. La scrittura evita il patetismo mettendo al centro la quotidianità e la ricerca della bellezza come unici veri strumenti per elaborare il dolore. Inoltre, la forza del cast dona al film profondità e magneticità.
Nel corso della storia il teatro non viene raccontato come una semplice distrazione per sfuggire ai problemi, ma come una valvola di sfogo per accettare la realtà e la paura della perdita. In definitiva, la pellicola non punta a rivoluzionare i canoni del genere, ma si presenta come un racconto sincero, empatico e umano con l’invito di non farsi paralizzare dal futuro e trovare il coraggio di vivere il presente anche quando tutto sembra crollare.
