Nel 2003 il celeberrimo regista e autore indipendente Jim Jarmusch raccoglie tre cortometraggi realizzati dal 1986 sino ad allora in occasione delle più svariate produzioni, uniti dal leit motiv “caffè e sigaretta”, e li unisce ad altri otto corti che rispettino lo stesso tema. Si compone così Coffee and cigarettes (della durata complessiva di 95 minuti), un lungometraggio composto da undici cortometraggi, o segmenti, dai toni tragicomici accomunati dal filone tematico che dà il titolo all’opera. Il film è attualmente reperibile sulla piattaforma di streaming Amazon Prime Video, assieme ad altre opere appartenenti alla filmografia di Jarmusch (Paterson, Broken flowers, Dead man, Stranger than paradise).

Coffee and cigarettes – undici stranianti segmenti abitati da volti celebri
Essendo il nome di Jim Jarmusch sinonimo di un peculiarissimo e marcatamente personale tipo di prodotto, il regista e autore non manca mai di accattivare interpreti più che noti. Coffee and cigarettes conferma questa tendenza, richiamando a sé volti del calibro di Cate Blanchett, Steve Buscemi, Bill Murray, Roberto Benigni, Alfred Molina o Steve Coogan. Ma non solo: in occasione di questa singolare opera, Jarmusch richiama a sé anche popolarissimi volti del mondo dello spettacolo, nello specifico (forse anche in ragione del suo stesso curriculum in tale ambito) prettamente della scena musicale. Accade così che compaiono sullo schermo, ad interpretare i dialoghi dei vari segmenti, personalità quali Iggy Pop, Tom Waits, Jack e Meg White (The White Stripes), GZA e RZA.
Coffee and cigarettes si apre con il cortometraggio commissionato nel 1986 a Jarmusch dalla produzione di Saturday Night Live, Strange to meet you, che è al contempo origine e prima manifestazione dello spirito che anima l’intera pellicola. Il segmento infatti, con Roberto Benigni e Steven Wright, imposta il presupposto dialogico incorniciato da sigarette e caffè sulla base di cui si svilupperà l’intero minutaggio a seguire. I due protagonisti della scena si limitano a conversare (come faranno poi gli attanti di tutti i cortometraggi), immersi in un’atmosfera pregna di nevrosi e surrealismo. Formalmente, sul piano pratico, non accade nulla, ma fra l’inizio e la fine della scena la differenza è sostanziale: solo parlando i personaggi si scambiano gli impegni, assumendo in conseguenza l’uno la sagoma esistenziale dell’altro, in un ribaltamento di ruoli tanto curioso quanto essenziale.
La sgradevolezza umana
Segue il cortometraggio Twins, con Steve Buscemi e i fratelli Joie e Cinque Lee (originariamente intitolato, nel 1989, Coffee and cigarettes II, ma noto anche come Memphis version). Una messa in scena tanto implicita quanto deliberatamente impietosa della sgradevolezza umana, che si muove sui molteplici binari del litigioso rapporto fra fratelli, della dispettosa alterigia che i due manifestano nei confronti del cameriere, della tediosità di quest’ultimo e della venatura xenofoba che permea il racconto del cameriere stesso. A chiusura del secondo segmento si instaura il terzo, Somewhere in California, con Iggy Pop e Tom Waits, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes del 1993, per lasciare poi spazio al primo dei cortometraggi più recenti, Those things’ll kill ya, con Joseph Rigano e Vinny Vella.
Si giunge poi a Renée (interpretato dall’omonima Renée French), il primo a colpire dall’inizio di Coffee and cigarettes per la sua intenzionale stentatezza – se non pressoché totale assenza – di conversazione. Un segmento studiato, quasi citazionista, forte del peso di un’ispirazione à la Nouvelle vague, sia nell’estetica filmica del bianco e nero che negli ambienti e, soprattutto, a livello prettamente iconico nell’immagine della protagonista, una sorta di feticcio kariniano di inizi Duemila. No problem, il sesto segmento (con Alex Descas e Isaach De Bankolé) apre la strada a Cousin, con una doppia interpretazione di Cate Blanchett: un raffinato esercizio di stile attoriale, una conversazione tra due sé antitetiche mai ridondante, ma credibile e ritmata. Seguono poi, ultimando la visione, Jack shows Meg his Tesla coil (con Jack e Meg White), Cousins? (con Alfred Molina e Steve Coogan), Delirium (con GZA, RZA, Bill Murray) e Champagne (con William Rice, Taylor Mead).

Manifesti di incomunicabilità in stile Jarmusch
Da sempre il solo nome di Jim Jarmusch nella firma di un’opera equivale ad un marchio inconfondibile e personalissimo, capace di evocare tanto atmosfere e toni (tragicommedia esistenzialista paradossale, punteggiata di elementi vagamente grotteschi) quanto input produttivi (il riferimento, è, nel suo caso, indubbiamente quello al cinema indipendente in senso stretto). In questo senso, anche in un prodotto tanto peculiare quanto lo è Coffee and cigarettes l’impronta del suo autore è fortemente riconoscibile, a tratti imprescindibile, e già si riflette nello spunto di partenza: solo in un film di Jarmusch, in effetti, un emblema di vacuità quale è il concetto di “chiacchiera da caffè”, ricettacolo di politeness contestuale intrinsecamente scevra di pregnanza, avrebbe potuto ergersi sino ad imporsi a fondamento prima e a totalità poi dell’intera pellicola (sebbene con lo scorrere del minutaggio, pur mantenendosi il fil rouge concettuale, lo spirito che anima il film sembra farsi più annacquato).
Un mix tra arte e pop
Compiendo un’operazione esplicitamente à la Warhol, Jarmusch mescola l’arte (cinematografica, in questo caso) con il mondo pop, e facendolo ricorre a volti notissimi nel panorama musicale degli anni in cui realizza i cortometraggi – da Iggy Pop e Tom Waits a GZA e RZA passando per i White Stripes. L’elemento musicale è solo uno dei numerosi rimandi interni di cui è punteggiato il lungometraggio, segnato da riferimenti che emergono nei vari cortometraggi conferendo compattezza all’opera nel suo insieme. Jarmusch tesse una giocosa rete di quelle che in gergo sono note come “semine” interne: la musica, in primis, ma anche l’accostamento concettuale tra quest’ultima e la medicina, il topos dei cugini e l’insistenza sulla figura di Tesla. Tra i vari leitmotiv, tuttavia, ce ne sono di svariati prettamente pertinenti al linguaggio filmico (come l’insistenza nell’uso dell’inquadratura plongée sui tavoli abitati dai caffè e dalle sigarette che danno il titolo al film).

Tuttavia, prima ancora che la musica o l’ampio numero di rimandi interni, a colpire lo spettatore di Coffee and cigarettes è l’onnipresenza del concetto di incomunicabilità. L’idea di conversazione, e con essa quella di comunicazione, prima si erge ad inglobare l’interezza del film, per essere però poi stirata, espansa, deformata fino a diventare slabbrata, a perdere i suoi confini e con essi il senso che le è proprio. Ciò accade sistematicamente, scientificamente, in ciascuno dei segmenti (sebbene in alcuni più che in altri), declinandosi nelle forme più svariate, a partire dal ben noto “dialogo tra sordi” – una presunta conversazione che si costituisce in realtà dell’intrecciarsi di due forme monologiche indipendenti l’una dall’altra -, modalità pervenuta ad esempio nel segmento interpretato da Cate Blanchett, in cui i due personaggi da lei interpretati conversano senza mai comunicare davvero.
Il teatro dell’assurdo
Talvolta, se non addirittura più spesso, al dialogo tra sordi in Coffee and cigarettes si sostituisce una forma di incomunicabilità iperbolica, potenziata, e l’unidirezionalità di ciascuna delle parti coinvolte nella forma dialogica diventa paradossale a livello tale da fare eco ad un beckettiano absurd theatre (teatro dell’assurdo). Paradigmatico ed emblematico di questa modalità è già il primo segmento, manifesto di una conversazione che è in tutto e per tutto debitrice del sopracitato Beckett, come lo è anche il secondo, che al paradosso dialogico unisce l’assurdo situazionale (dato ad esempio dai fratelli che si scambiano i vestiti o mescolano l’uno il caffè dell’altro).

Nel complesso, qualsiasi tassello componga Coffee and cigarettes sembra suggerire una componente di studiata bizzarria, a partire dalla struttura (un lungometraggio che è in realtà giustapposizione di cortometraggi) fino ad arrivare al messaggio di pressante incomunicabilità passando per un massiccio uso di stranianti toni surreali. Quello che in qualsiasi altro autore avrebbe rischiato di apparire un azzardo fine a se stesso, tuttavia, risulta in definitiva grazie alla firma che reca (quella tanto personale quanto riconoscibile di Jim Jarmusch) un’opera drammaticamente spiritosa, tanto giocosa quanto studiata, e strettamente necessaria e sensata nell’economia del corpus filmico del regista.
