Ipnotico, spontaneo, visivamente magnetico. Scritto e diretto da Wong Kar-wai con Christopher Doyle e Andrew Lau alla fotografia, Hong Kong Express (1994) è uno dei titoli più iconici del cinema asiatico. Una narrazione visivamente dinamica fatta di atmosfere malinconiche e un uso emozionale del colore che segue le storie di quattro anime solitarie. Girato in poco meno di un mese, durante le pause delle riprese di Ashes of tim, Hong Kong Express nasce come una scommessa. Niente sceneggiatura ne vincoli narrativi, solo improvvisazione. Così quello che doveva essere solo un side project è diventato il film ritratto di Hong Kong e uno dei più grandi capolavori del cinema degli anni ‘90.
Prima storia
Una danza di quattro solitudini che si sfiorano senza mai toccarsi, in due storie parallele (o forse la stessa con qualche anno di scarto). Nella prima 223 (Takeshi Kaneshiro) un poliziotto che vaga nella notte, perso e confuso, dopo esser stato lasciato dalla sua ragazza, May. Un vuoto che all’inizio cerca di colmare telefonando assiduamente a tutte le ragazze che ha incontrato nella sua vita. Alternando le chiamate a una corsetta, come unico modo per scacciare i liquidi dal corpo ed evitare le lacrime. Ma poi si arrende, inizia a comprare solo barattoli di ananas scaduti. Un disperato tentativo che riflette la transitorietà dei rapporti umani e il desiderio di ricongiungersi con il passato, come se 223 cercasse di sincronizzare la scadenza delle lattine per mettere un termine preciso alla sua sofferenza. “Chissà da quando e perché tutto ha una data di scadenza” si chiede.
E poi compare lei, la donna dalla parrucca bionda (Brigitte Lin), una narcotrafficante che indossa sempre sia l’impermeabile che gli occhiali da sole, perché non si può mai sapere se piove o ci sarà il sole. 57 ore dopo essersi scontrati per caso, 223 e la donna si ritrovano di notte in un bar. Un secondo incontro avvolto in un’aura di tenerezza e malinconia, da cui si apre la seconda storia.

Seconda storia
663 (Tony Leung), un altro agente di polizia ma questa volta in uniforme, anche lui appena lasciato e in attesa del ritorno della sua amata, un hostess di volo. Mentre lui vaga in una routine miserabile fatta di conversazioni con stracci, peluche e saponette, incontra Faye (Faye Wong). La ragazza del fast food, sognatrice, eccentrica e un po’ buffa, che canticchia California Dreams al massimo del volume per non sentire i propri pensieri. 663 è talmente intrappolato nella sua dimensione da non accorgersi di Faye che nel frattempo inizia a sviluppare un’ossessione per il poliziotto.
Entra di nascosto a casa sua per giorni e giorni nel tentativo di prendersi cura di lui e di riordinare la sua vita. Aggiunge un pesce nuovo al suo acquario, scambia le etichette del cibo in scatola, sostituisce le ciabatte con un altro paio dello stesso colore, ma nonostante tutti questi indizi lui sembra non accorgersi di nulla. Fino a quando un giorno i due s’incontrano alla porta, lei spaventata tenta di andarsene ma lui la invita a rimanere. E’ qui che 663 la fa entrare nella sua vita ma lei se n’è appena andata lasciandogli un biglietto: forse è troppo tardi o ancora non è arrivato il momento.

Hong Kong Express – La Recensione
Inguaribili sognatori, nomadi nello spirito e un po’ impacciati che vagano tra le strade di Chungking Mansions, uno dei quartieri più vivaci di Hong Kong. E’ la metropoli, una dimensione caotica controversa che non fa solo da sfondo ma influenza e riflette le vite dei personaggi. Hong Kong confonde e fa sentire profondamente soli, ma a volte consola con la sua atmosfera vibrante. E’ il luogo dove ci si perde nei ricordi e in momenti non vissuti, dove i sogni, le speranze e le delusioni si fondono. I quattro protagonisti hanno tutti un estremo bisogno di simboli per ritrovarsi o per evadere e li cercano dappertutto. Danno vita agli oggetti che li circondano: 223 con i barattoli di ananas, invece a Faye basta il modellino di un aereo per trasportarsi altrove.
Quattro vite distinte che rimangono costantemente legate da una profonda connessione emotiva, fatta di non detti e incontri fortuiti in strada, tra le bancarelle, nei bar e fast food. Tutto in Hong Kong Express accade nei nonluoghi. Posti qualsiasi ma sinceri ambienti di incontri dove i personaggi si vivono senza conoscersi mentre tutto intorno a loro scorre. Un mondo che va troppo veloce, che vive più di loro dove rimangono immersi e disorientati tra luci a neon e strade affollate, in balia del destino e delle collisioni. I loro incontri sembrano accidentali, apparentemente insignificanti, ma carichi di emotività. Proprio così, sei anni prima di In the Mood for Love e del complementare Fallen Angels, Wong Kar Wai ci mostra come le connessioni umane siano spesso il frutto di coincidenze imprevedibili, che sfuggono a ogni logica.

Colore e Sogno: La Magia Visiva di Hong Kong Express
Il colore è qui metafora visiva. Tutto si muove sui toni del verde acido, del giallo e dell’arancione più saturi per una palette dinamica che colora l’oscurità notturna della metropoli. Un netto contrasto che accentua la distanza tra la vitalità delle emozioni e la freddezza, quasi alienante, dell’ambientazione urbana. Con le sue immagini vibranti e il suo ritmo sincopato Hong Kong Express si distingue per la sua fotografia intima e instabile. Il tempo e lo spazio sono frantumati e ricomposti con time lapse, freeze frame e primi piani sfocati. Il tutto con camera a mano che si muove quasi nervosamente, passando dal grande caos agli angoli più desolati. Espedienti narrativi ricorrenti nel cinema di Wong Kar Wai e qui estremamente funzionali nel mostrare come, anche immersi in un fiume di persone, ci si può comunque sentire estremamente i soli.
Come il colore e la fotografia, anche le scelte musicali sono un elemento ricco di fascino. Dreams dei Cranberries, Things in life di Dennis Brown e California Dreamin dei The Mamas & the Papas (che funge da leitmotiv per la seconda parte del film) sono ripetute in loop. La dimensione sonora in Hong Kong Express diventa quasi un personaggio a sé stante, che si lega agli stati d’animo dei personaggi e aggiunge strati emotivi alla narrazione.
