In un’epoca come la nostra, in cui gli episodi di transfobia sono tutt’altro che scomparsi, Boys Don’t Cry di Kimberly Peirce resta un film necessario e drammaticamente attuale. A più di venticinque anni dalla sua uscita nelle sale, l’opera di Peirce continua a interrogare lo spettatore, suscitando una riflessione profonda su temi quali l’identità di genere, i pregiudizi e l’abuso di potere.
Il film ha ricevuto numerosi premi e col tempo è diventato un vero e proprio cult del cinema queer. Tra i numerosi riconoscimenti ottenuti, spiccano quelli assegnati a Hilary Swank, che si è aggiudicata l’Oscar come Miglior attrice protagonista e il Golden Globe come Miglior attrice in un film drammatico, entrambi vinti nel 2000.

Boys Don’t Cry – Trama
Il film si basa sulla vera storia di Brandon Teena (Hilary Swank), un giovane uomo transgender. Dopo una serie di difficoltà legate alla propria identità di genere, decide di ricominciare da capo trasferendosi nella piccola cittadina di Falls City, in Nebraska. Qui trova un ambiente che inizialmente sembra accoglierlo: stringe nuove amicizie, viene accettato da un gruppo di coetanei e si innamora di Lana Tisdel (Chloë Sevigny), con la quale nasce una relazione. Per Brandon rappresenta la possibilità di vivere finalmente la propria identità con maggiore serenità e di immaginare un futuro diverso.
La situazione cambia drasticamente quando alcuni amici scoprono che Brandon è nato con un sesso biologico femminile. La scoperta scatena una spirale di violenza alimentata da pregiudizi profondamente radicati, trasformando il sogno di una nuova vita in un incubo. Il film segue così il progressivo precipitare degli eventi fino al tragico epilogo.

Boys Don’t Cry – Recensione
È interessante sottolineare come la decisione di Pierce di raccontare questa storia sia maturata negli ultimi anni del suo percorso universitario. Per la tesi, la regista realizzò un cortometraggio ispirato alla vera vicenda di Brandon, che successivamente si trasformò in un lungometraggio attraverso l’approfondimento della storia e la scrittura di una vera e propria sceneggiatura. Boys Don’t Cry, quindi, nasce dal desiderio personale della regista di portare alla luce uno dei casi di cronaca più violenti nei confronti della comunità transgender.
Per documentarsi, Peirce si recò a Falls City e intervistò diverse persone per rendere il racconto il più fedele possibile alla realtà. Il risultato è un’opera priva di sensazionalismi o enfatizzazioni. Boys Don’t Cry è un pugno nello stomaco, con cui lo spettatore deve fare i conti già a partire dalla seconda metà. Il film veicola un messaggio potente, che trova il suo culmine nell’epilogo testuale, quando lo spettatore scopre che tutto ciò che ha visto fino a quel momento è realmente accaduto. È difficile descrivere le sensazioni che lascia Boys Don’t Cry al termine della visione. Sicuramente una sensazione di estrema rabbia, ma anche di vuoto e amarezza, sentimenti che permangono anche nei giorni successivi.
Peirce è stata capace di realizzare un’opera in grado di scuotere il pubblico e invitarlo a riflettere sulle proprie azioni. Piuttosto che puntare il dito, il film chiede di essere visto senza pregiudizi e di rimanere impresso nella mente dello spettatore anche a distanza di tempo, fungendo da insegnamento per il futuro. D’altronde, il cinema è intrinsecamente politico e il suo compito non è solo quello di intrattenere, ma anche di riflettere il mondo, la società e i suoi valori.

Una critica alla società e all’abuso di potere
Oltre a criticare con determinatezza una società americana ancora fin troppo bigotta, rendendo al contempo il discorso universale, Peirce non tralascia nulla. Rivolge uno sguardo critico anche alle forze dell’ordine, mettendo in luce il modo in cui, molto spesso, denunce di stupro o di violenza sessuale non vengano prese sul serio o affrontate con il giusto riguardo.
Questo è evidente nella scena in cui Brandon confessa tutto allo sceriffo Charles Laux, il quale decide di ignorare l’accaduto per rivolgere al ragazzo domande estremamente inopportune e prive di tatto. Anche tale episodio è realmente accaduto e Peirce lo inserisce concentrando lo sguardo della macchina da presa esclusivamente sul protagonista. Tale espediente rende la scena ancora più straziante, poiché immerge lo spettatore nel dolore e nelle emozioni di Brandon, in estrema difficoltà già nel dover rivivere tutto ciò che gli era accaduto.

Un primo traguardo per la comunità queer?
Negli anni Novanta non era così scontato vedere simili racconti sul grande schermo. Boys Don’t Cry si presenta – non con poca fatica – nelle sale americane come primo film che trattava così apertamente e senza censure di un uomo transgender. Il pubblico ne rimase sbigottito e lo introdusse alla rappresentazione di una fetta di comunità fino ad allora trascurata dal settore cinematografico. Tale comunità, finalmente, si sentì rappresentata, nonostante la natura estremamente tragica e dolorosa della vicenda.
Probabilmente oggi un film come Boys Don’t Cry sarebbe stato realizzato in maniera diversa, come ha affermato la stessa Swank in un’intervista. Non perché si siano fatti passi indietro, piuttosto perché oggi c’è una maggiore consapevolezza di determinate tematiche e maggior tatto nella trasposizione di fatti realmente accaduti. Un elemento che indubbiamente sarebbe stato diverso se il film fosse uscito recentemente è la scelta del casting. Questo è uno dei motivi per cui Boys Don’t Cry resta ancora, almeno in parte, divisivo per la comunità: da una parte lo si reputa un primo grande traguardo per aver rappresentato la comunità LGBTQIA+ e per aver mostrato al mondo il fenomeno feroce della transfobia; dall’altra un’occasione persa per dare voce a un interprete transgender.
Casi analoghi, legati al dibattito sulla rappresentazione delle identità di genere, sono Tomboy del 2011 e The Danish Girl del 2015. Quest’ultimo, in particolare, essendo uscito più recentemente, ha scaturito non poche critiche da parte di attivisti per la scelta di far interpretare il ruolo della protagonista, Lili Elbe, a un attore cisgender. A condividere tale critica è stata anche l’attrice co-protagonista Alicia Vikander.

Boys Don’t Cry – Cast
Dividere il film in due parti serve proprio a rendere più emotivamente coinvolgente la visione. Nella prima ora vengono introdotti i personaggi e il contesto in cui essi vivono, che fa da sfondo alla vicenda. Ciò permette allo spettatore di ambientarsi e prepararsi, in qualche modo, a ciò che inevitabilmente arriverà più in avanti. Se da una parte ci si aspetterebbe una conclusione più rassicurante alla Tomboy, dall’altra, attraverso la caratterizzazione dei personaggi, si intuisce già quale direzione prenderà la storia.
Nella seconda parte, infatti, Boys Don’t Cry assume un tono totalmente diverso, esplodendo in un crescendo di violenza e ingiustizia. L’obiettivo di Pierce era proprio quello di restituire la gravità dell’accaduto, senza alcun tipo di filtro.
A sostenere ciò troviamo anche il cast, che ha fatto un lavoro degno di nota nella restituzione dei personaggi coinvolti, tra cui Chloë Sevigny (I morti non muoiono, Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menendez) nei panni di Lana Tisdel, Peter Sarsgaard (La sposa!, Jackie, Memory) nel ruolo di John Lotter e Brendan Sexton III in quello di Tom Nissen. A tratti alcuni di loro potrebbero risultare fin troppo estremizzati, ma il senso era proprio quello di restituire una società retrograda, profondamente segnata dal conservatorismo americano di provincia.
Merita una menzione speciale l’allora giovane Hilary Swank (Million Dollar Baby, Freedom writers, Insomnia), impeccabile nei panni di Brandon Teena e nel rendere il suo personaggio credibile ed estremamente umano. L’attrice, nonostante le critiche, è stata in grado di restituire dignità a un giovane uomo transgender vittima di una società ostile e di un sistema di pregiudizi. Brandon decide di rischiare tutto pur di non sentirsi più “sbagliato”. Ne emerge la volontà, seppur rischiosa, di sentirsi libero, di essere se stesso anche a costo dell’emarginazione o, purtroppo, di un epilogo ancora più tragico.

Conclusioni
Boys Don’t Cry è quindi un’opera del passato ancora estremamente attuale. Sebbene la sua esecuzione non sia priva di imperfezioni e alcune critiche rivolte al film siano più che plausibili, è innegabile che l’opera di Peirce abbia rappresentato un punto fondamentale nel cinema queer e nella rappresentazione della comunità transgender.
La violenza e la crudezza della vicenda, probabilmente, oggi sarebbero state raccontate con una maggiore consapevolezza e con una più attenta ricostruzione degli eventi. Si sarebbero evitati alcuni errori nella rappresentazione della storia di Brandon, come per esempio l’inserimento inconcludente del suo nome femminile nei titoli di coda. Tuttavia, Boys Don’t Cry, per il contesto storico in cui è stato realizzato e per il messaggio che porta avanti, conserva ancora oggi la propria forza e ha svolto un ruolo importante nel diffondere temi altrettanto rilevanti, che troppo spesso la società e le istituzioni tendono a ignorare o marginalizzare.
