Sono passati ben ventitré anni dal terribile massacro della Columbine High School. Il 20 aprile del 1999 è una data per niente banale se si pensa che una strage simile è stata capace di cambiare il modo di vedere le cose. Bowling a Columbine, infatti, informa lo spettatore su quanto un evento di cronaca quotidiano possa assumere una portata sociopolitica tale da riscrivere la storia di una nazione.
La parola chiave per comprendere l’efficacia del capolavoro di Michael Moore è “americanità”: fortemente attinente al contesto culturale statunitense, Bowling a Columbine ha il merito di parlare chiaro ai cittadini, chiamando in causa usanze, tradizioni e leggi che permeano fortemente la realtà sociale. Non colpisce diretto allo stomaco come fa un pugno; piuttosto è associabile alla tortura della goccia d’acqua cinese che con cadenza regolare cade sulla testa e, dopo una serie infinita di ripetizioni, porta alla perforazione del cranio. Questo per dire quanto il regista sia sottile nel suo tentativo di scuotere le masse e porle davanti a un fatto compiuto: le armi stanno diventando un bene di consumo in grado di plasmare intere generazioni.
Fa strano che sia proprio un documentario a farsi carico di tutto questo: le vivide testimonianze che si susseguono consentono, tuttavia, di far avvicinare lo spettatore a un approccio molto concreto (si potrebbe dire quasi “fattuale”). Eppure, questo modo di procedere ha garantito anche l’Oscar a Bowling a Columbine che, proprio in concomitanza della strage sopra indicata, “festeggerà” quest’anno il ventennale dall’uscita in sala.

Bowling a Columbine – La Trama
È stato già menzionato il retrogusto nordamericano che mantiene l’opera. Bowling a Columbine si apre infatti con una pubblicità di fucili, imbracciati (e azionati) non solo da militari, ma anche da anonimi esponenti della middle-class e, perché no, da bambini allegri e giocosi. Si diceva inoltre della famosa tortura della goccia: sul finire dello spot si viene a conoscenza di come anche i cani fossero usati come “testimonial” per la vendita di armi e proprio quest’ultimo frame è forse la prima lacrima a incavare il cuoio capelluto. Moore da subito un’idea di quanto sia normale associare la vendita di armi ai contesti più disparati, proponendo una definizione visuale perfetta del concetto di capitalismo.
Successivamente il regista stesso racconta in prima persona le sue origini: nato in Michigan, più precisamente a Flint (una delle città più violente degli states) Moore definisce il suo stato di nascita un “paradiso per gli amanti delle armi”. Egli fu addirittura insignito, da piccolo, di un premio abbastanza prestigioso: il premio come “markman” della NRA (National Rifle Association) che, di lì a poco, sarebbe diventata la principale antagonista di Bowling a Columbine.
Girovagando per il Michigan, tra un’intervista e un’altra, Moore approda poi nella comunità di Oscoda (altro “tempio” delle armi) dove si assiste a una testimonianza sconcertante: anche Eric Harris (uno dei due attentatori della Columbine) aveva vissuto lì con la sua famiglia. A questo punto, è immediato il passaggio in Colorado (uno degli stati più libertini del Nordamerica dove si è appunto consumata una sparatoria scolastica decisamente truce).
La narrazione si ferma proprio al massacro della Columbine, termine ultimo di un processo che vede ogni singolo elemento legato all’altro; come a voler dimostrare l’esistenza di un qualche disegno divino capace di chiudere il cerchio. Da qui in poi, Moore lascia spazio alle riflessioni (il corpo centrale dell’opera).

Bowling a Columbine – La Recensione
Prima di tutto, è bene partire dagli eventi: il 20 aprile del 1999 due studenti del liceo Columbine fanno irruzione nell’istituto armati fino ai denti e uccidono dodici compagni di scuola e un professore. Il loro assalto è deliberato ma le uccisioni sono casuali: mossi dalla volontà di uccidere tanto quanto da quella di morire, i giovani killer finiscono con il porre fine alle loro stesse vite, non vedendo chiaramente una via d’uscita da quanto avevano appena fatto, né dalla loro esistenza apatica.
L’evento è passato agli annali come una sparatoria di massa dai contorni altamente simbolici: il termine sembrerà brutale ma ha una sua valenza ben definita. Il fatto rappresenta la conclusione tragica di un subdolo processo di calcificazione della struttura piramidale che vige nelle scuole americane e che stenta ad appiattirsi. Al primo posto, infatti, atleti e alunni meritevoli mentre il resto della popolazione scolastica è relegata a un destino di lotta per l’affermazione sociale. Lo sa bene Matt Stone (creatore di South Park e abitante di Littleton) il quale, intervistato proprio da Michael Moore, pone l’accento sulla competizione che si crea nei licei e sulle continue pressioni alle quali i professori costringono i loro alunni. A differenza dei due assassini, Matt è riuscito a trovare qualcosa in cui incanalare la rabbia, dandole una quadra artistica piuttosto che violenta.
Bowling a Columbine si dimostra a questo punto geniale nel dimostrare allo spettatore che quello che assurge a fattore scatenante della strage non è la facilità con cui si riesce a reperire un’arma da fuoco ma una serie di assunti culturali che niente hanno a che vedere con quanto accaduto: l’intervista a Marylin Manson è probabilmente il punto più alto di tutta l’opera, dato che il cantante fa capire di essere stato indicato come uno dei principali capri espiatori, il colpevole che i media avrebbero individuato mentre si ragionava sulle cause del massacro. Quello che avrebbe fatto lui invece sarebbe stato ascoltare i due giovani per cercare di capire la matrice delle loro sofferenze (quello che poi li ha portati concretamente a prendere in mano un’arma). Non è la cosiddetta Goth Culture il pericolo, ma probabilmente l’impostazione del sistema educativo, unitamente alla possibilità di comprare armi alle fiere di provincia con facilità impressionante.

Conclusioni
Tecnicamente, quindi, è la paura a permettere a dei giovani studenti di sparare. È il senso di pericolo che porta alla materializzazione di un crimine. Se poi lo stato fagocita la vendita di armi e le lancia in mano a chiunque, il gioco è fatto. Bowling a Columbine non vuole soltanto dimostrare l’incompetenza emotiva del governo nel riconoscere queste problematiche, ma vuole anche far luce sulla società stessa. In un paese dove storicamente la paura gira armata, è naturale pensare che le dispute possano risolversi con conflitti a fuoco. Questo modo di pensare, oltre che costituire terreno fertile per le spinte capitalistiche, fa in modo che anche un evento occorso in un istituto scolastico sia in grado di cambiare la storia per sempre.
Dopo il massacro della Columbine, le scuole non sono più state le stesse: i metal detector sono stati posizionati all’entrata e più studenti si vedono passare, più grande si fa il senso di tristezza per l’ennesima sconfitta che la nazione americana deve subire. Molti film e serie tv hanno codificato, da un punto di vista scenico, questa modalità violenta di porsi. Che si tratti di 13 Reasons Why oppure del più vezzoso Elephant, si può stare certi che ormai l’uso delle armi in contesti civili sta diventando una realtà che anche lo spettacolo racconta. La maestria di Moore e del suo capolavoro sta nell’aver aperto la strada a una riflessione più veritiera, che non parte da un copione ma da interviste faccia a faccia.
