Ascensore per il patibolo, titolo originale Ascenseur pour l’èchefaud, è il film d’esordio del regista francese Louis Malle: quando gira il suo primo lungometraggio Malle ha appena 26 anni, è il 1958.
La pellicola è ispirata all’omonimo romanzo del 1956 scritto da Noël Calaf, anche se la trama del film differisce molto da quella del romanzo.

Ascensore per il patibolo: trama
Ascensore per il patibolo inizia con gli occhi di Florence (Jeanne Moreau) che si aprono, lentamente la macchina da presa si allontana e capiamo che la donna sta parlando al telefono con il suo amante, Julien Tavernier (Maurice Ronet): i due hanno un piano da mettere in atto.
Florence e Julien hanno architettato di uccidere il marito di lei, che è anche un potente affarista e datore di lavoro di lui, e fingere che sia stato un suicidio.
Tutto sembra andare per il verso giusto, Tavenier commette l’omicidio ma dimentica la corda con cui si è arrampicato al piano superiore dove giace il corpo dell’ucciso, il signor Simon Carala.
La dimenticanza gli sarà fatale: tornerà indietro di nascosto, e rimarrà bloccato nell’ascensore, frattanto disattivato dall’interruttore principale della luce dal portiere.
La donna attende Julien in una logorante ed infinita attesa: vaga perplessa e malinconica per le vie di una Parigi piovosa, ad un tratto vede transitare l’auto dell’amante.
Il colpo di scena
Non c’è però Julien alla guida, ma due giovani, Louis e Veronique, che l’hanno rubata: entrambe le coppie saranno destinate ad una fine drammatica.
I due giovani pernottano in un motel e Louis, che ha fornito le generalità di Julien, uccide due turisti tedeschi nel tentativo maldestro di rubare la loro auto. La polizia arresta Julien, ignaro delle accuse che gravano su di lui per l’uccisione dei due tedeschi, non appena è finalmente libero di uscire dall’ascensore. Le forze dell’ordine fermano anche Florence nel frattempo- perché al bar di notte senza documenti- e, senza volerlo, questa dà delle informazioni che peggiorano la situazione di Julien.
Ma quando la donna si rende conto dell’errore fornisce alla polizia, in anonimo, un alibi per Julien.
La polizia viene a conoscenza anche della morte di Simon Carala, effettivamente interpretata come suicidio.
In questo continuo alternarsi di avvenimenti fortunati e sfortunati però sarà un rullino fotografico a segnare il destino, infausto, dei due amanti.

Ascensore per il patibolo: l’armonia degli opposti
Amore e dolore, silenzio e jazz, luce e buio: questo è Ascensore per il patibolo.
È una continua alternanza di situazioni frammentarie opposte tra loro, ed è così già dalla prima scena, quella della telefonata tra i due amanti, inquadrati in un ritmato succedersi di immagini quasi fotografiche, addirittura nei primi secondi, in cui si vedono solo gli occhi della protagonista che da chiusi divengono aperti: in realtà, come insegna Stanley Kubrick, spalancare gli occhi potrebbe significare metaforicamente serrarli, “Eyes Wide Shut”, “occhi spalancati serrati”.
È un ossimoro applicabile anche ad Ascensore per il patibolo in quanto, nel momento in cui i protagonisti decidono di mettere in atto il piano architettato,- e quindi spalancano le porte del loro futuro insieme- essi stanno in realtà gettando le basi della loro rovina, stanno quindi serrando le porte ad ogni barlume di felicità possibile.
Ma, ovviamente, sono ignari di tutto questo.
Ascensore per il patibolo: Eros e Thanatos
Entrambi infatti, all’inizio del film, hanno un atteggiamento sicuro: la donna lo manterrà fino a quando verrà smascherata. L’uomo invece, esprimerà la sua insicurezza in ben due momenti, durante il tempo intrappolato in ascensore (che assume quasi la forma di un incubo da cui ci si sveglia, seppur profondamente segnati- altro legame con Eyes Wide Shut-) e durante l’interrogatorio.
Gli attimi nel piccolissimo e buio ascensore vissuti da Julien sono sempre contrapposti a quelli vissuti da Florence, che è in giro nella fredda e luminosa Parigi: c’è però il sentimento comune di dolore, in fondo di solitudine (soprattutto per la donna, che pensa di essere stata tradita), di paura, di angoscia, sempre crescente.
L’uomo ad un certo punto teme di morire schiacciato dall’ascensore stesso.
La donna arriva addirittura al pianto, uno sfogo dignitoso però: le lacrime scendono elegantemente sul viso di una figura statuaria, rigano il viso di Jeanne Moreau ma la sua espressione rimane imperturbabile, quasi arrabbiata, lo spettatore comprende nel profondo ciò che Florence prova non dal suo viso, che è sostanzialmente una maschera, ma dalla musica, perfetta e soprattutto sincera.
La camminata di Jeanne Moreau
Mentre cammina per le strade, Florence è Parigi, buffo che il suo nome possa essere la traduzione del nome di un’altra città: Florence è fredda, elegante, raffinata, così come Parigi
Il suo pianto è simile alla pioggia che scende, persino questa ha una sua estrema eleganza, il volto della donna è illuminato dalla “vita” della Ville Lumière, i caffè, i lampioni, i fari delle auto: è come se fosse una luce che viene dall’interno, infatti sempre molto contrastata.
Anche la luce dentro l’ascensore è contrastata, molto di più di quella cittadina: ad un certo punto Julien dà fuoco ad un foglio per capire a che altezza si trovi la sua personale prigione, sembra quasi una versione arcaica ed in bianco e nero del fiammifero di Cuore Selvaggio di David Lynch.
Questa continua lotta tra opposti, che ha sempre una base convergente, trova la sua massima espressione di congiunzione nelle fotografie mostrate alla fine del film.
Ciò che potrebbe essere finzione è invece verità, il commissario afferma che “certe foto parlano troppo chiaramente”: fotografare significa etimologicamente “scrivere con la luce”, si potrebbe mentire quindi, e pensando al digitale è effettivamente così, ma la pellicola è reale, materiale, tangibile e non può mentire.
Le immagini dei due amanti, destinati al carcere ed ad un’esistenza tormentata, sono sommerse dall’acqua e dagli acidi necessari ad imprimere l’immagine su carta nello sviluppo del rullino: rimarranno felici solo nelle foto.
Il loro amore è adesso inondato dal dolore, è il destino beffardo che ha la meglio sull’umanità.
L’unico barlume di felicità resta nella certezza di amarsi ed essersi amati.

Ascensore per il patibolo: il legame tra la musica e la narrazione
Miles Davis compose la colonna sonora di Ascensore per il patibolo: il trombettista americano in quegli anni, così come Louis Malle, era parte degli intellettuali della Rive Gauche.
Da tempo era in cantiere l’idea di un documentario sul jazz, ma al film di Louis Malle mancava la colonna sonora.
Miles Davis giunto in sala proiezioni, “vide Jeanne Moreau camminare e capì tutto”, come da lui stesso affermato.
Incisero la musica mentre le immagini scorrevano: risultato iconico, indimenticabile, perfetto da ogni punto di vista.
Un’improvvisazione geniale, costruita sul film: musica e immagine sono inscindibili.

La colonna sonora infatti esprime perfettamente i sentimenti dei personaggi, più dei monologhi, che invece talvolta appaiono un po’ troppo irrealistici, è inoltre musicalmente apprezzabile anche in assenza della visione, soprattutto il celebre tema della camminata di Florence, dove a spiccare è proprio la tromba di Miles Davis.
Gli altri musicisti sono Barney Wilen (sassofono tenore), René Urtreger (pianoforte), Pierre Michelot (contrabbasso) e Kenny Clarke (batteria): tutta la formazione è perfetta, sentiamo attraverso le note del contrabbasso l’ansia di Julien rinchiuso in ascensore, con la batteria la foga dei due giovani, prima spavaldi poi estremamente impauriti.
Il 1958 non è un anno qualunque per Miles Davis: nel 1959 infatti il trombettista incide uno dei dischi più belli ed importanti di tutto il genere jazz, Kind Of Blue, il resto è storia.
Una curiosa particolarità sta nella locandina di Ascensore per il patibolo, a dominare è il colore blu, spicca il nome di Miles Davis in stampatello bianco: “colorate analogie” con il disco dell’anno successivo.

Tra Hitchcock e la Nouvelle Vague
Ascensore per il patibolo ha una trama quasi hitchockiana, al contempo è preludio, soprattutto per l’immagine- visivamente molto bella per inquadrature e luce-, di quella che sarà la nascente Nouvelle Vague. Il film infatti viene spesso accostato, quasi parallelamente, al movimento.
Louis Malle dichiarò di essersi effettivamente ispirato ad Alfred Hitchcock, soprattutto nei fatti narrati, ed al regista francese Robert Bresson.
I futuri autori del movimento considerarono la pellicola troppo legata al passato, eppure i due personaggi giovani, Louis e Veronique, anticipano i maldestri, scapestrati e profondamente umani protagonisti della Nouvelle Vague.
È inoltre molto interessante il fatto che i due pernottino in un motel, dove avverrà un omicidio: leggera somiglianza, chiaramente involontaria, con Psycho (1960).
Anche se non fa parte della filmografia della Nouvelle Vague, Ascensore per il patibolo è certamente una pellicola ben realizzata, piacevole da guardare e “da ascoltare”, elegante e di discreto impatto emotivo anche nella sua trama tipicamente noir, magistrale l’interpretazione dell’immensa Jeanne Moreau.

