lunedì, 19 Aprile, 2021
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American Sniper, la recensione del film di Clint Eastwood

Tantissimi sono i casi in cui un grande romanzo ha generato un pessimo film. Molti meno, invece, sono quelli in cui un discutibile libro antecede una perla. È il caso di American Sniper, opera scritta dal celebre cecchino Chris Kyle, titolare di ben centossessanta uccisioni. Trasporre fedelmente le sue memorie, però, non era possibile. Scritto in un linguaggio grezzo, lento e talvolta ingarbugliato, American Sniper necessitava di un grande regista, qualcuno che sapesse reinterpretare a dovere non solo la storia, ma anche il senso stesso del suo lavoro. Quel regista, inutile dirlo, si chiama Clint Eastwood.

Maestro indiscusso del chiaroscuro, da sempre capace di cogliere in ogni colore la più piccola sfumatura, l’autore di opere come Million Dollar Baby e Gran Torino piazza beffardo la sua firma in calce, affrescando un prodotto che sa sorprendere anche chi con la guerra non ha molto a che fare.

Chris Kyle è il più classico dei mandriani americani. Stile da cowboy, andatura sincopata e una birra sempre in mano. C’è una piccola differenza, però. Nessuno, guardandolo di sfuggita, potrebbe immaginare che quel banalissimo bovaro possa essere capace di colpire un uomo a due chilometri di distanza. Il primo ad accorgersene è suo padre. Il secondo è lo Zio Sam.

L’uomo, infatti, non riesce a sopportare l’idea che qualcuno attacchi il suo paese. Crede negli USA, crede in Dio, e crede anche di poter dare una mano. Per questo motivo, si arruola nei Navy SEAL. Il loro motto è molto semplice: L’unico giorno facile era ieri. Chris Kyle, poco dopo l’inizio dei tremendi addestramenti, non lo dimenticherà mai. I giorni facili sono finiti.

Ad accompagnarlo nella vita c’è Taya, una bellissima donna conosciuta in un bar, costretta suo malgrado a reggere il peso di quel motto sulla sua stessa pelle. Dopo gli attentati dell’11 settembre, infatti, Chris Kyle non desidera altro che andare a combattere. L’Iraq lo accoglie con una pioggia di proiettili. Lui ricambia con uno colpo solo, diverso ogni volta. Nei suoi mille giorni, ne sparerà circa centosessanta. Uno per ogni vittima.

American Sniper rinnova il quadro dei lungometraggi bellici in modo inaspettato. La pellicola, infatti, non dipinge eroi senza macchia e senza paura, ma uomini che rimangono tali anche quando portano divisa e fucile. Il più convinto di tutti, quasi paradossalmente, è proprio il protagonista, interpretato da uno splendido Bradley Cooper. Portamento massiccio, sguardo sempre vigile e obbedienza fedele. Il suo Chris Kyle è un uomo devoto alla patria ma non insensibile, intrappolato in un mondo da cui forse non riesce ad uscire.

Interessanti, seppur stantii, anche gli “intermezzi” ambientati in casa, con la descrizione del rapporto difficile tra Kyle e Taya. Rapporto che più che svilupparsi sembra ripetersi. Manca, da questo punto di vista, un quadro familiare più completo e comprensivo, che includa magari anche le relazioni che Chris intrattiene con i figli, quasi del tutto assenti dalla narrazione.

Spettacolari, invece, le scene da film bellico vero e proprio, ovvero quelle ambientate in un Iraq feroce e viscerale. Il lavoro di Clint Eastwood centra appieno l’atmosfera illogica e adrenalinica della guerra, fatta di grandi scontri, eventi casuali e morti improvvise. Il ritmo, in queste sequenze, sale vertiginosamente, raggiungendo il picco nelle sezioni in cui il protagonista mette in pratica le sue doti da cecchino.

In questi momenti, replicando una suspence vagamente connessa ai grandi classici western, l’opera tiene gli spettatori incollati allo schermo, tesi con gli occhi e le orecchie verso la fine di ogni singolo fotogramma. In sostanza, a differenza di lavori come il recente Mosul, la regia si dimostra più viva e presente, per nulla disposta a riportare gli eventi, ma sempre attenta a guidarli grazie ad un sapiente gioco di campi e inquadrature.

L’andamento generale è dunque sospeso. Da una parte, la guerra moderna affascina e convince. Dall’altra, gli inevitabili risvolti umani risultano compressi un po’ più del dovuto. Il peso dell’opera, dunque, giace tutto sulle spalle irachene. A fare da contraltare, vi è un ritratto per certi versi anomalo delle vicende legate al conflitto. Clint Eastwood non esita, mostrando a schermo tutta la follia che spesso siede dietro quel mostro chiamato retorica.

Nonostante non manchino elementi eroici, American Sniper rappresenta appieno anche l’altra faccia della medaglia, mediante scene scioccanti e brutali, non sempre semplici da digerire e accettare. Chris Kyle non è un automa. Ogni uomo che abbatte resta tale anche da morto, lasciando tracce che a furia di accumularsi porteranno problemi.

A livello sonoro, la pellicola convince in tutto e per tutto. La guerra, viva e avvolgente, saprà catturare grazie a suoni sempre credibili. Sullo stesso livello il comparto scenografico, disperato e desolante come solo un conflitto riesce ad essere. Sarà un campionario di polvere, case distrutte, cupole fumanti e corpi abbandonati.

Un mondo in cui perdersi un istante prima di sparare. In cui accucciarsi al riparo col fucile in spalla e l’obiettivo fisso.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Intepretazioni
Emozioni

SINOSSI

American Sniper è un lavoro sorprendente e affascinante. Una sorta di viaggio nella mente di Chris Kyle. Celebre cecchino, soldato leale ma, soprattutto, uomo fedele a quello che ama. Clint Eastwood non sceglie, né prende posizione. Niente patrioti col coltello tra i denti e la bandiera drappeggiata addosso. Solo una guerra impossibile e tremenda, in cui l’onore e il sacrificio non sempre vincono sulla paura.
Diego Scordino
Amante di tutto ciò che abbia una storia, leggo, guardo e ascolto cercando sempre qualcosa che mi ispiri. Adoro Lovecraft e Zafòn, ho passato notti insonni dietro Fringe e non riesco a smettere di guardare Matrix e Il Padrino. Non importa il genere, mi basta sentire i brividi.

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