venerdì, 5 Marzo, 2021

Mosul

Raccontare il recente passato della città di Mosul significa assistere alla brutale distruzione di millenni di civiltà umana. Il capoluogo iracheno, occupato dall’Isis tra il 2014 e il 2017, è stato infatti assediato, bruciato e bombardato con una violenza a tratti rivoltante. E ancora oggi, sepolta sotto cumuli di inarrestabili macerie, Mosul giace prona, in attesa che qualcuno ne racconti finalmente la storia.

Matthew Michael Carnahan, e i fratelli Russo, hanno scelto di raccogliere questa sfida, confezionando un prodotto di difficilissima elaborazione. Eppure, nonostante le incertezze, è bastato poco per disperdere i timori. Mosul, uscito nel 2020, è esattamente quello che ci aspettavamo. Nel bene, e nel male.

L’Iraq è in guerra. Ma stavolta, non contro gli Stati Uniti, bensì contro sé stesso. L’Isis, nonostante la morsa sempre più stretta sulle poche città rimaste, continua a combattere. Il Califfato, come un leone ferito, arranca in cerca di un colpo di coda. È proprio questo che rende i suoi soldati, ormai folli e disperati, ancora più pericolosi.

Kawa, un poliziotto iracheno giovane e determinato, vede la sua breve vita scorrergli davanti. Riparato dietro un bancone assieme ai pochissimi compagni rimasti, sembra impotente contro un commando nemico armato di fucili d’assalto e bombe a mano. A Kawa non rimangono che pochi colpi di pistola. Suo zio, ormai morto, attende solo una degna sepoltura.

Sarà una squadra SWAT, guidata dal maggiore Jasser, a portarlo in salvo. Dimenticatevi degli americani, però. Gli uomini che soccorrono Kawa sono iracheni al cento per cento. Fanno piazza pulita, annichiliscono i soldati del califfato e, nonostante qualche sospetto, prendono il giovane poliziotto con loro. Da questo momento, per Kawa comincerà un’altra vita.

Se prima batteva le strade di Mosul tentando di arrestare gli ormai endemici traffici di droga, adesso il suo compito sarà quello di lasciarsi dietro quanti più cadaveri possibile. Gli SWAT, infatti, sono gli unici che non ammettono pentimento. Non fanno prigionieri e non perdonano nessuno. Chi li vede, muore. Fino all’ultimo. Il loro obiettivo è una misteriosa missione che noi spettatori, un po’ come Kawa, non abbiamo ancora il diritto di conoscere.

Fin dai primi istanti, affiora al cervello la sensazione che Mosul non sia un lungometraggio normale. Piuttosto, un reportage. La telecamera, infatti, più che inquadrare la squadra di Jasser e Kawa, sembra seguirla, vicolo dopo vicolo, mentre il sole cocente del deserto polverizza ogni cosa. Non esiste varietà dei paesaggi, non esiste un ciclo giorno/notte, e non esiste nemmeno un vero e proprio filo narrativo.

Mosul è una coscrizione. Una chiamata alle armi che rende soldati anche gli spettatori. Eccettuato l’incipit, affidato a qualche riga di testo, e la breve sequenza di reclutamento di Kawa, la pellicola si rivela essere un unico dipinto, sporcato dalla polvere, cerchiato dal lutto e vagamente imbrattato di sangue.

In questo, emerge con forza la scelta drastica degli sceneggiatori. Mosul è un film dove l’empatia appare nascosta, celata sotto il velo discreto dell’indecenza. In ogni scena vedrete morti, sacrifici, decisioni cruciali prese mentre attorno tutto deflagra. I personaggi non hanno volto, né personalità. O meglio, non lo hanno più.

La guerra li ha resi vuoti, incapaci di provare emozioni che non siano il sospetto, la rabbia o la paura. I loro volti sono una maschera di cera. Urlano per dare ordini. Si muovono per sparare o fuggire. Respirano per sopravvivere. Già. Stavolta, a differenza dei tantissimi War-Movies presenti nell’immaginario collettivo, non troverete nessuno spiraglio per penetrare la psiche dei protagonisti, tranne forse nel finale.

A rafforzare questa caratteristica contribuisce la scelta di utilizzare un cast completamente iracheno, che parla solo iracheno, e che, per la maggior parte degli spettatori, sembra composto da perfetti sconosciuti. L’insieme congiunto di questi fattori trasformerà gli interpreti in soldati veri, talmente calati nella parte assegnata da darci l’impressione che sia loro da sempre.

Mosul è un’opera fatta di silenzi, di sguardi e di gesti impercettibili. Nell’ormai distrutta città orientale non esistono sorrisi, né cose da dire. Questo conferisce ai pochi dialoghi un’atmosfera alienante e compassata. Le parole, anche le più essenziali, sembrano superflue e fuori luogo. E questo, pur cesellando in maniera perfetta il ritratto della guerra, potrebbe risultare ostico da sopportare per lo spettatore meno paziente.

Questa sua dichiarata presa di posizione, rende la pellicola difficile da digerire per una considerevole fetta di pubblico. Nonostante la scelta di limitare a cento minuti la durata complessiva, Mosul è un film pesante, pieno zeppo di quelli che, scusandoci per il macabro gioco di parole, dovremmo chiamare momenti morti.

Il canovaccio principale, ed unico, sarà l’inarrestabile avanzata che il commando di Kawa perseguirà verso la fine della missione. In mezzo, solo cadaveri, imprecazioni e sparatorie che nulla hanno in comune con le spettacolari sequenze viste altrove. Come a testimoniare la sincerità degli sceneggiatori, saranno del tutto assenti anche le classiche scene ricolme di pathos. Persino le musiche, più che lo sfondo di un drammatico conflitto, sembreranno quelle di uno sconsolato bollettino trasmesso da un telegiornale.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpetazioni
Emozioni

SINOSSI

Mosul non si fa scrupoli. Se dovessimo paragonarlo a qualcosa, quel qualcosa sarebbe un bambino-soldato. Con lo sguardo vacuo, l’innocenza perduta, e il fucile in mano. Stavolta il film non vi chiederà di piangere, né di provare empatia. Vi chiederà soltanto di guardare attentamente e ricordare bene. Perché quello che state vedendo, nonostante tutto, è accaduto davvero.
Diego Scordino
Amante di tutto ciò che abbia una storia, leggo, guardo e ascolto cercando sempre qualcosa che mi ispiri. Adoro Lovecraft e Zafòn, ho passato notti insonni dietro Fringe e non riesco a smettere di guardare Matrix e Il Padrino. Non importa il genere, mi basta sentire i brividi.

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