Il 17esimo lungometraggio di David Cronenberg, A History of Violence (2005), è tratto dall’omonima graphic novel di John Wagner targata DC (ma il regista dichiarò di esserne stato ignaro e di aver semplicemente lavorato su una sceneggiatura che gli era stata proposta). Presentato a Cannes nel 2005, il film è tornato a marzo di quest’anno al cinema per festeggiare i vent’anni dalla prima distribuzione in Italia.

A History of Violence – Trama
Due uomini giungono in una tavola calda, minacciano di morte la cameriera e sono pronti a fare sul serio, quando il barista, Tom Stall (Viggo Mortensen), padre e marito amorevole, come rispondendo automaticamente agli impulsi del proprio corpo, sventa il delitto e fredda in poche e rapide mosse i malviventi. Celebrato come un eroe dai concittadini e dai media, attira l’interesse di un guercio straniero, Fogarty (Ed Harris), un mafioso che dice di conoscerlo e che lo chiama Joey di fronte alla moglie Edie (Maria Bello), ai colleghi e agli avventori. È un mitomane o dice la verità?

A History of Violence – Recensione
Un uomo esce da un oscuro locale in un’accecante giornata di sole, scosta la sedia sul portico per farla tornare in asse con la linea dell’uscio, parla del più e del meno col suo compagno di viaggio, salta in macchina e si dirige verso l’allestimento di una nuova scena del crimine. È con questo piano sequenza d’apertura che l’autore canadese delinea l’immagine ambigua di una natura ordinaria e mostruosa al tempo stesso, resa ancora più evidente, nella sua ambivalenza, dalla scena successiva, quella in cui l’omicidio di una bambina si confonde con l’incubo da cui se ne risveglia un’altra: la figlia di Tom, pronto a rincuorarla dicendole che i mostri non esistono. Tutto ciò che vedremo in seguito sembrerà giocare ironicamente su quest’affermazione, scavando – come è tipico di Cronenberg – nei meandri più oscuri della natura umana.
A partire dal momento in cui Tom comincia a essere definito eroe, emerge già nello spettatore il dubbio sulla sua possibile doppia identità. Nonostante il protagonista si affretti a negare ogni legame col losco figuro, le allusioni di quest’ultimo si impongono attraverso lo sguardo e la voce autoritari di Ed Harris. Parallelamente, il Tom di Mortensen (attore all’epoca appena giunto alla ribalta col ruolo del valoroso Aragorn nel Signore degli anelli, ma pronto a mettersi in gioco per un regista anti-hollywoodiano) comincia gradualmente ad assumere un aspetto più oscuro.

Il body horror della nuova carne
L’illuminazione fioca sul volto di Tom suggerisce già al pubblico una personalità contraddittoria, come se risiedessero in un unico corpo i due gemelli – identici ma diversi – protagonisti de Inseparabili, film in cui quasi vent’anni prima Cronenberg passava dal body horror a qualcos’altro, allargando la propria indagine estetica a ciò che è “deforme” dentro di noi, alle mutazioni interiori ancor più spaventose di quelle esteriori. Tom ha ucciso Joey dentro di sé, ma Joey è risorto quando ha fiutato il pericolo. Qual è dunque il mostro? L’onesto criminale di una volta o il falso uomo perbene che sgrida il figlio quando alza le mani sul bullo che lo perseguita?
Più Tom/Joey si sforza di dichiarare una linea di demarcazione tra le proprie due anime, più l’istanza narrante ne sfalda i confini: la violenza di Joey irrompe per difendere l’ambiente di lavoro prima e la famiglia di Tom poi, mentre quest’ultimo non può che continuare a mentire salvo poi confessarsi alla moglie in una stanza d’ospedale tagliata in due – nella vibrante fotografia di Peter Suschitzky – da un’ombra degna di Fritz Lang, causandole cronenberghianamente una reazione fisica: il vomito.
A riemergere dal passato c’è infine il fratello Richie (William Hurt), rimasto nel mondo del crimine e richiamo ancestrale al conflitto identitario definitivo, prima voce al telefono e poi presenza scomoda e tangibile. Il fratricidio necessario alla sopravvivenza si consuma in uno scontro a fuoco nella notte più buia, ma il nuovo giorno porta con sé un battesimo solo illusorio, una nuova carne non meno putrescente dell’altra, riaccolta al tavolo della nuova famiglia sulle note melò di Howard Shore, in uno dei finali più dolenti della storia del cinema.

Conclusioni
Il mostro è definitivamente l’uomo con le sue contraddizioni, non più un Demone sotto la pelle o una Mosca gigante. L’horror cede il posto al noir, con echi western à la Sam Peckinpah, acuiti dalla smitizzazione dell’eroe e dal fucile per difendere la proprietà, abbbracciando il proprio istinto animale come Dustin Hoffman in Cane di paglia.
Con A History of Violence, David Cronenberg evolve i discorsi che attraversano da sempre la sua poetica. Dimostra di essere un regista mutante come i protagonisti di ogni sua storia, attraversando altri generi, addomesticando solo apparentemente la propria natura grandguignolesca, tutta compressa tra le ombre che investono i suoi personaggi. Una violenza (figurativa) che non può che esplodere all’improvviso. Come fosse un gesto automatico. Come avesse anche il regista una natura duplice, una nuova identità da difendere, un nuovo modo di raccontare i conflitti umani. Un film spartiacque nella filmografia di un maestro.
