Time, il tempo intercorso nell’attesa di rivedere qualcuno a cui si tiene particolarmente e della cui vista si è stati privati per un giudizio ritenuto troppo severo, dunque ingiusto.
Time Trama
La storia di Sibil Fox Richardson, meglio conosciuta come Fox Rich, in lotta per ventuno anni con l’unico scopo di vedere rilasciato il marito Robert dall’enorme penitenziario dello stato della Louisiana. L’uomo insieme alla moglie e ad un loro nipote, aveva rapinato una banca, spinto dall’impossibilità di far fronte ai debiti dopo che un suo socio si era ritirato dalla nuova attività appena avviata.
Catturati dalla polizia e processati, Sibil chiese il patteggiamento ed uscì dopo tre anni, Robert, per una serie di procedimenti sfortunati, ricevette una condanna a sessant’anni. Così la moglie si ritrova sola a crescere i loro due figli piccoli, più la coppia di gemelli di cui era incinta proprio durante la commissione del reato, partoriti prima di entrare in carcere per scontare la propria pena.

Time Recensione
Una famiglia divisa, interrotta, raccolta nelle immagini di questo documentario girato dalla sensibilità femminile di Garrett Bradley, che si sofferma sulla figura di una donna e madre, che ha dovuto fare del tempo, suo sostanziale nemico, un alleato tattico, rimboccandosi le maniche, dividendosi tra i numerosi figli, il lavoro indispensabile, il contatto frammentato ma sempre fortemente mantenuto col marito prigioniero e l’attivismo indirizzato al pieno rispetto dei diritti civili anche per le minoranze nere.
La nonna materna, voce e spalla chiave degli anni trascorsi senza Robert, ricollega il trattamento del genero ad un razzismo epidermico che spinge da sempre il sistema penale americano a sfiduciare molto più i neri dei bianchi, rendendo la vita più difficile ai primi che ai secondi. “Esattamente come durante la schiavitù”, dice l’anziana donna: decidono i bianchi quando puoi uscire, come se i neri fossero di loro proprietà.

Time non investiga il fondamento di questa sperequazione, che anche per i nostri parametri sembra eccessiva se si pensa che ad un ergastolo si associano una cinquantina d’anni, ma si preoccupa di ricomporre il mosaico temporale vissuto da una moglie privata del marito per un tempo quasi irragionevolmente esteso, un tempo cruciale, un tempo che sembrerebbe perduto se non fosse per la forza d’animo della protagonista, per il buono creato, cresciuto, educato e offerto al mondo che Sibil vuole inseguire e riesce a rendere concreto.
Time approfondisce il sentimento e la reazione al distacco forzato, alla quotidianità trasformata, al pensiero reimpostato per uscire con tutte le proprie forze dall’errore commesso, poiché ognuno resta artefice del proprio destino e se sbaglia deve chiedere scusa innanzitutto alla propria famiglia, poi alle vittime del male compiuto. Solo allora può rialzarsi e ripartire con successo. Perché se è vero che l’America era la terra delle opportunità a libera disposizione di ogni essere umano, a maggior ragione questo deve valere per qualcuno che sbaglia e deve rientrare in carreggiata. Se a deragliare è poi un afroamericano, allora il discorso assume tutto un’altra portata socio-storica-politica.

Time esce nel 2020, anno in cui si sono violentemente riaccesi i riflettori sulla comunità nera per drammatici fatti di cronaca perpetuati a suo danno dalle forze dell’ordine, dunque il pensiero che questo tipo di situazione documentata sia riflesso e rigurgito del periodo di sofferenza razzista, non può essere peregrino. Eppure la Bradley riesce ad organizzare il materiale incentrandolo sulla pelle femminile in attesa cieca e ispiratissima di una vittoria a tempo debito, nonostante i veleni della solitudine e le difficoltà di ogni giorno ad inquinare la convinzione di farcela.
Fondamentale per Sibil è la fede, la capacità di credere che tutto andrà bene, come evocano le stesse parole di Robert riportate dalla moglie, secondo le quali, se Dio ha cura di un piccolo passero, avrà sicuramente cura anche di loro. La Chiesa, di fatto, è la comunità di riferimento per Sibil, come spesso accade nei quartieri neri, più che in quelli bianchi, uno spazio sicuro in cui fare ritorno, cui appigliarsi per ricevere e dare forza, per organizzare e benedire la propria rinascita, all’ombra di una pazienza biblica, confliggente giornalmente con le aspettative, i vuoti emotivi, gli ostacoli, le fratture, la distanza, le burocrazie in spregio al rispetto della vita umana, gli orientamenti politici che fagocitano le età di uomini e donne senza chiedere loro il permesso, il tempo trascorso non recuperabile.
Time si ispira e sintetizza anche la letteratura sulla forza d’animo americana e sui miti di realizzazione a stelle e strisce che tanto bene conosciamo: un sistema che affossa ed esalta la singolarità e la sua eccezionalità, anche se le catene contro cui si combatte per splendere sono poste in essere proprio da qull’universo in cui si smania di apparire vittoriosi e sorridenti.
Time, presentato al Sundance 2020, alle Festa del cinema di Roma dello stesso anno, candidato a miglior documentario per gli Oscar 2021, al momento disponibile su Prime Video, ha una confezione dolce, esteticamente molto curata, stilisticamente non aggressiva. Racchiuso in un bianco e nero che gli conferisce eleganza ed esalta il valore umano della parabola temporale narrata, il documentario mescola self-tape, riprese familiari, confessioni in camera e scene probabilmente più ricostruite, creando un mood confidenziale ed autentico, rinvigorito dalla presenza dei protagonisti, impegnati a fare se stessi, interpreti del loro tragic flow, emozionati e diretti.
Cast

Nonostante la colonna sonora un po’ troppo ingombrante dove un pianoforte jazz sembra commentare troppo ogni scena, soprattutto nella prima parte, Time tiene stretti modo e misura, cercando di non scivolare nell’inchiesta civile, né nello strazio intimo, preferendo restare sui primi piani di moglie e figli, sui loro occhi a volte lucidi, a volte sorridenti, spesso sospesi, in attesa di un qualcosa di salvifico che squarci la loro quotidiana interdizione.
Sibil Fox ha la grinta di una mujer militante, capace di coniugare impegno e tenerezza, occhi franchi e una gioventù che dal suo viso si ostina a non andar via, nonostante passino oltre vent’anni, forse in attesa di ricevere la meritata soddisfazione, ossia riabbracciare l’uomo che ama.

Quest’ultimo è il climax finale, in classico grande stile, affontato da Time, con tanto di falò destinato alla sagoma di cartone a grande zza naturale che per tanto tempo ha svolto le veci di padre, marito e uomo di casa, sotto il tetto dei Richardson.
Time è una piccola-enorme istantanea, che attraversa incredibilmente e credibilmente oltre vent’anni, in cui si offre parole, voce e viso alla composizione di un dolore, all’elaborazione di una sconfitta, alle strategie per giungere ad un compromesso con il destino, al quale si piega il capo momentaneamenti, certi che il giorno della riscossa arriverà.
