Dopo il parziale successo di Beau ha paura, Ari Aster si rimette al lavoro su un nuovo progetto. Con i suoi film precedenti (Midsommar, Hereditary – Le radici del male), il regista e autore ha consolidato uno stile teso, perturbante, tendente al thriller quando non all’horror. A consolidare questa tendenza, affluendo però anche a generi e tonalità per lui del tutto nuove, giunge così Eddington, il suo più recente lungometraggio.
In sviluppo da quasi un decennio, l’ideazione della pellicola ha trovato una nuova cornice narrativa negli eventi pandemici, che hanno segnato una svolta nella scrittura del regista e sceneggiatore. Il film viene così ultimato quest’anno, e presentato a Cannes lo scorso maggio. Il minutaggio (145 minuti di durata) percorre scenari da western contemporaneo, rimanendo fedele alla vena autoriale caratteristica. Per il pubblico italiano, giungerà in sala il prossimo 17 ottobre.

Eddington: la trama
È il 2020, e nel mondo intero imperversa un frenetico turbamento a causa di un fenomeno senza precedenti: il Covid. Persino nella piccola e pressoché insignificante cittadina di Eddington, nel New Mexico, la pandemia ha i suoi effetti. Nonostante lo scarso numero di infetti il morbo divide il paese, tra sostenitori della mascherina e delle norme igieniche e individui ostinati a coltivare la quotidianità che hanno sempre conosciuto. La maggior parte degli abitanti sembra dimostrarsi ragionevole, e segue le norme imposte sul piano governativo. Tra loro, strenuo sostenitore delle misure di sicurezza è il sindaco ispanico Ted García (Pedro Pascal). Ma in una realtà così dura e rurale, gli oppositori non si fermano neppure davanti alla norma imposta, privilegiando la legge del più forte. Tra questi, a fare la voce grossa con convinzione e testardaggine è proprio il bizzarro sceriffo Joe Cross (Joaquin Phoenix).
Lo sceriffo è polemico, irragionevole e vive di regole autoimposte (e che vorrebbe imporre sugli altri). Fatica a mantenere il controllo e al dialogo preferisce il pugno di ferro. Quale nemesi più adeguata per lui, allora, se non il conciliante e idealista sindaco, impegnato in una campagna di ri-elezione. L’asprezza nel rapporto tra i due è corroborata da eventi passati e privati: prima di sposarsi con lo sceriffo, la sua mentalmente instabile moglie Louise (Emma Stone) aveva avuto un problematico flirt con García. Volendogli infliggere uno scacco matto definitivo, Cross decide di candidarsi a sua volta come sindaco. Mette in atto così una campagna elettorale diametralmente opposta rispetto a quella dell’avversario in termini ideologici e di toni. Ma in un mondo in cui l’isteria pandemica fa da contrappunto a gravi drammi sociali, persino il blando scontro fra le autorità locali rischia di trasformarsi in un incubo.

Eddington: la recensione
Con Eddington, Ari Aster si mantiene fedele alla linea tonale proposta in precedenza, sviluppando però un nuovo tipo di andamento narrativo. Già il film che l’aveva anticipato comportava uno slittamento rispetto ai suoi primi lavori, ma in questo caso il passo è sostanziale. Permangono tuttavia i toni surreali che gli sono caratteristici, l’assurdo che dapprima quasi divertito si fa incubo, punto di non ritorno. La lotta di potere amministrativo tra Cross e Garcia si espande assumendo i tratti di un’escalation difficile da spegnere, se non interrotta da eventi eclatanti (come in effetti accade nello svilupparsi della trama). In questo, la scrittura del personaggio protagonista si fa elemento imprescindibile per le sorti narrative. Lo sceriffo, personaggio tristemente comune e riconoscibile, vive nella bolla che si è creato. Il suo è un mondo di convinzioni, di battaglie a spada tratta, e di storture relazionali rispetto a chi lo circonda.
Complice un rapporto coniugale turbolento con una persona problematica, le interazioni che egli mette in atto assumono sistematicamente forme disturbate e scarsamente accettabili. Il suo personaggio si colloca però in perfetta relazione con un ambiente, quello rappresentato, che in quanto a modalità sembra seguirlo a ruota.
Non solo la cittadina di Eddington, ma l’intera nazione (se non il mondo) manifesta comportamenti sociali distorti, e purtroppo estremamente noti per lo spettatore. Le isterie, le nevrosi, trovano spazio all’ordine del giorno. La razionalità lascia spazio alla pulsione, all’agire di getto, comportamento fondamentalmente comune alla maggior parte dei personaggi. In uno spazio in cui le proteste messe in atto anziché stendardo di una battaglia in cui credere diventano vie valide per conquistare il cuore di una ragazza, gli eventi vengono vissuti unicamente in ottica social, come contenuti da postare e far circolare in modo febbrile e insaziabile.

Le nuove vie del western
Date le precedenti esperienze filmiche del regista, sorprende in un primo momento la scelta di un tono western – presente soprattutto in termini visivi. E in effetti dal genere, oltre che gli spazi desolati e i cappelli a falda larga, si ruba anche l’orgogliosa testardaggine dei protagonisti. È indubbio che dopo aver plasmato la cinematografia storica statunitense il genere stia vivendo in tempi più o meno recenti una rinnovata fortuna.
Basti pensare in questo senso a pellicole fortunate del calibro di The hateful eight, La ballata di Buster Scruggs, Il potere del cane, o al recente esperimento costituito dalla saga di Horizon, firmata da Kevin Costner. La lettura che fa Aster del genere è però differente, in primis rispetto alle coordinate temporali. Anziché collocarsi tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, come è consuetudine per le trame del genere, Eddington si relaziona con la contemporaneità dei giorni nostri.
Così, la trama si ritrova ad integrare e a fare i conti con alcuni aspetti della storia americana presente. Il quadro pandemico, il caso George Floyd e i dilaganti scontri sociali diventano così perni di uno sviluppo che non solo li menziona, ma su di essi si appoggia solidamente. Il razzismo diffuso e la manipolazione dell’informazione diventano vie percorribili da personaggi estremamente ancorati al nostro presente, tanto da risultarci familiari – non senza un certo grado di turbamento. In questo modo, il regista permette ad un genere cinematografico istituzionale di dialogare con un tempo dinamico e al contempo drammatico quale è quello che stiamo vivendo. Nel farlo struttura un andamento narrativo talvolta incerto – anche a causa del minutaggio esteso, il terzo atto di Eddington tende a faticare più dei due precedenti – ma sicuramente fedele alla sua penna.

