Dopo il suo esordio alla regia fictional con A private war (2018), con protagonista Rosamund Pike, il documentarista statunitense Matthew Heineman (Cartel land, 2015) torna con entusiasmo alla presa diretta. Per il suo nuovo documentario, l’ottavo della sua carriera, rivolge la concentrazione sul personaggio del prodigioso musicista Jon Batiste. La vicenda di American symphony si focalizza sull’exploit nella sua carriera avvenuto in contemporanea ad una drammatica vicenda familiare. Presentato lo scorso agosto in anteprima alla cinquantesima edizione del Telluride Film Festival, il lungometraggio (104 minuti di durata complessiva) nei mesi a seguire ha fatto incetta di premi in svariati festival, statunitensi e non. Agli Oscar 2024, appena trascorsi, è stato nominato nella categoria dedicata alla Miglior Canzone. Dallo scorso 29 novembre il film fa parte del catalogo Netflix, che ne ha curato ufficialmente la distribuzione.
La trama del documentario
Jon Batiste, protagonista di American symphony, è un cantautore, compositore e musicista trentaseienne della Louisiana, di origini afroamericane. Sin dalla giovinezza, l’artista cerca di trovare il suo posto nel campo dell’arte e della professionalizzazione musicale. Una volta giunto in età da college, il mondo accademico della leggendaria Juilliard School lo accetta a malincuore, e per tutta la durata dei suoi studi lo fa sentire inadeguato rispetto alla tendenza a dominanza bianca del restante corpo studenti. Nonostante questo – e nonostante i suoi colleghi e professori tendano a relegarlo a tendenze folk e urban che lui pur apprezzando non vuole privilegiare rispetto ai suoi veri obiettivi – Batiste riesce a costruirsi con non poca fatica una propria carriera musicale non convenzionale e fuori dai consolidati schemi accademici. L’esplosione di popolarità, e dunque la consacrazione definitiva, avviene quando diventa il primo musicista del seguitissimo Late Show di Stephen Colbert, storico presentatore statunitense.

Questa svolta nella carriera gli assicura stabilità aprendogli, contemporaneamente, le strade della sperimentazione musicale a tutto tondo per quanto riguarda la restante parte della sua carriera, quella che non rientra nel Late Show. Al momento in cui il documentarista si aggancia al personaggio, troviamo l’artista alle prese con la creazione di un progetto musicale senza precedenti. Dopo una prima esplosione di popolarità e premi (anche l’Oscar per la colonna sonora del film d’animazione Soul), Batiste vuole infatti comporre un’ambiziosa sinfonia orchestrale che unisca le più svariate influenze musicali: dall’elettronico al classico, dal jazz ai canti popolari passando per il soul. Questo progetto di proporzioni titaniche, che già basterebbe a soffocarlo, si colloca però in contemporanea rispetto ad una drammatica parentesi della sua esperienza privata. In quei mesi infatti sua moglie Suleika Jaouad, affetta da leucemia, ha una dura ricaduta e deve subire un difficoltoso trapianto di midollo spinale.
American symphony: due personalità ambiziose e combattute occupano il grande schermo
Non c’è nessun dubbio che, umanamente parlando, la vicenda narrata in American symphony sia titanica e strabiliante. Lo è certo relativamente al coté del protagonista, alle prese con una missione ambiziosa e senza precedenti mentre viene però ripetutamente ostracizzato da una certa componente di pubblico e critica. Ma lo è anche sul versante della sua controparte femminile, che dopo anni di trascorsi indimenticabili e tragici legati alla malattia ha saputo farsi forza e ripartire, con successo, sia nella vita che sul lavoro per poi ritrovarsi ad affrontare la medesima situazione a cui era appena sopravvissuta, senza mai perdere speranza né ottimismo.

In primo luogo, la linea più prettamente artistica della narrazione di Jon lascia emergere in modo fluido e deciso una sostanziale complessità di un mondo creativo come quello musicale. Ma emergono, al contempo, anche altri aspetti, altre problematicità ben più complesse. Schiacciante è la resa della difficoltà del protagonista di inserirsi in un ambiente così marcatamente bianco ed elitario. Ma altrettanto potente, per quanto più sibillina, è l’ambivalenza costituita da soddisfazione e insieme sovraesposizione di fronte ad un exploit di popolarità tanto atteso quanto forse temuto, causa di sopraffazione nel quotidiano. Stupefacente è parallelamente anche la figura di Suleika, co-protagonista di American symphony, che resta combattiva e propositiva senza mai perdere le speranze di fronte ad un marito in crisi ma soprattutto di fronte ad un male che sembra doverla spegnere lentamente.
American symphony – L’andamento del documentario ne ribalta le intenzioni
Per contro, l’apparato prettamente filmico non rispetta il tono sorprendente dei suoi protagonisti. Concentrandosi su di esso, infatti, si nota rapidamente quanto purtroppo lasci in parte a desiderare. Matthew Heineman non è certo un esordiente del documentario, ne conosce tecnica e esigenze, ma il risultato complessivo del suo lavoro sembra parzialmente fuori fuoco (in senso metaforico). La sua macchina da presa, conditio sine qua non del genere, è iper-presente; ma lo è ad un livello tale da risultare apparentemente soffocante nei confronti del protagonista. In aggiunta, la selezione dei momenti da inserire nel minutaggio per andare a comporre il montato finale sembra approssimativa, se non addirittura di dubbio gusto in certi frangenti. Per avvicinare Jon Batiste al suo pubblico, dopo aver mostrato i suoi trascorsi da prodigio trascurato, si rivela una scelta logica il mostrarlo vestito di tutto punto e quasi annoiato nel farai lucidare le scarpe in aeroporto?

Obiettivo di American symphony era, presumibilmente, quello di esplicitare la sofferta scissione nel quotidiano di Jon Batiste. Il risultato che si ottiene dal connubio di regia e montaggio, però, sembra andare nella direzione opposta. Nella seconda parte del documentario infatti viene completamente meno quell’effetto empatia che la regia tenta di costruire così strenuamente nella prima metà del film. Frutto di ciò, purtroppo, è la vaga sensazione di una star che si muove fra red carpet, sfarzo glamour e ospitate mentre sua moglie, quasi trascurata, trascorre le giornate in ospedale ad attendere le sporadiche visite del marito.
American symphony, in conclusione
Nulla da dire, dunque, sull’ottimo comparto musicale – quello che poi, di fatto, è il più proprio della figura di Batiste. Più che giustificata, in conseguenza, è anche la nomination agli scorsi Oscar nella categoria della Miglior canzone originale per “It never went away”. E anzi, quasi sorprende l’assenza di American symphony in altre categorie in cui sarebbe rientrato di diritto, quali Miglior sonoro e Miglior colonna sonora. Ma, considerando l’effetto epidermico che il documentario consegna allo spettatore, decisamente da rivedere sarebbe stata l’esecuzione complessiva, poiché rischia di ribaltare in toto il messaggio e l’intenzione del prodotto.
