lunedì, 19 Aprile, 2021

8 Mile

Sono sempre esistiti, sparpagliati lungo il corso di questi ultimi decenni, uomini e donne capaci di catalizzare l’attenzione ottenebrando tutto il resto. Vere e proprie icone, in grado di modificare e rinnovare quell’idea che fino a poco prima sembrava immutabile. Tra questi non possiamo che annoverare Marshall Bruce Mathers. Si, a prima vista sembrerebbe il tipico nome del maschietto americano di buona famiglia col cravattino facile e il portafogli bucato. Eppure, quando quest’uomo si presenta nelle sale con 8 Mile, il mondo ormai lo conosce con un nome diverso.

Togliete Marshall, togliete Bruce e togliete Mathers. Cosa rimane? Semplice. Rimane Eminem.

Facciamo un passo indietro. Fino a poco tempo prima, il nome di Eminem non lo conosceva praticamente nessuno. Poi, alla fine del secolo, il mondo comincia ad accorgersi che questo rapper non è niente male. Il mondo aveva ragione. Infatti, impiegherà solo un anno per trasformarsi da poveraccio disastrato in stella mondiale dell’intrattenimento. Di lì a poco, i suoi dischi venderanno milioni di copie, i testi volgari e dissacranti scuoteranno intere platee, e i suoi comportamenti irriverenti condiranno l’inchiostro di pagine e pagine di riviste e giornali. In poco più di dodici mesi, Eminem diventa un pilastro della cultura pop, e come ogni pilastro che si rispetti, tutto parte dalle basi.

Il rapper americano ci pensa, anche se non troppo a lungo. Ha grandi progetti per il 2002. Non solo l’uscita del terzo disco, quello dell’assoluta consacrazione, ma anche l’esordio in un mondo così diverso eppure così simile a quello da cui proviene, quello del cinema. I progetti diventeranno realtà. La realtà cemento, e quel cemento, parte del pilastro.

Ecco 8 Mile.

Siamo a Detroit, alla fine degli anni ’90. Avete presente i grattacieli, le auto di lusso e gli orologi firmati?
Ecco, lasciateli perdere. Questa è la periferia. Qui troverete solo fabbriche grigie popolate da automi, strade larghe lastricate di proiettili e case sporche mantenute a fatica.

B-Rabbit sta lottando. No, stavolta non in una rissa, ma in una gara di freestyle. Se non combatti, facendoti valere, non sei nessuno. O meglio, sei solo l’ennesimo sconfitto destinato a lavorare per nulla e morire per poco.
Il nostro protagonista è abile, svelto con le parole, ma per una volta non sa proprio cosa dire. E perde.

La gang rivale, chiamata Free World, esulta e festeggia. Per strada comanderanno loro, almeno per un po’. La trama di 8 Mile, anche se sembra curioso, potrebbe finire qui. A B-Rabbit toccherà rialzarsi, gestire una situazione familiare disastrata e ricostruirsi un futuro, il tutto preferibilmente senza farsi ammazzare.

Tutto qui? Beh, non proprio.

In 8 Mile è l’atmosfera a fare la differenza. I sobborghi miseri e desolati di Detroit, i locali squallidi pieni di sudore e i tanti, tantissimi uomini che inseguono correndo il giorno successivo. In questo senso, il lavoro di Curtis Hanson appare come un vero e proprio spaccato del ghetto, ricco di illusioni, programmi e sogni che spesso deflagrano nella cruda verità. I personaggi vicini a B-Rabbit, pur senza presentare una caratterizzazione sopraffina, fanno il loro dovere, infarcendo la pellicola di dialoghi azzeccati e comportamenti contestuali. Molto più anonimi invece gli antagonisti. La gang rivale si rivelerà poco più che un’accozzaglia di membri banali e stereotipati. Prevedibile, ma triste.

Da lodare invece l’interpretazione di Kim Basigner, già presente accanto al regista nel bellissimo L.A. Confidential. La madre del protagonista è disperata, fragile ed immatura. Un lavoro non facile svolto alla perfezione. Ed Eminem? Già, Eminem se la cava alla grande. E questo perché forse non ha mai dovuto interpretare davvero B-Rabbit. Si è semplicemente limitato ad esserlo. Un alter-ego, in pratica. Come quello più famoso di tutti: Slim Shady.

Sarà quest’universo collettivo pieno di umanità a sostenere da solo l’impalcatura narrativa. Le vicende di Rabbit e dei suoi compagni si svolgeranno senza scossoni o momenti altamente spettacolari, privilegiando la quotidianità rispetto allo straordinario. Una quotidianità, però, molto diversa dalla nostra.

Dal punto di vista musicale, ad affiancare un’ottima colonna sonora, non possiamo non citare le bellissime battaglie di freestyle, che diventano vere e proprie scene topiche del film. Dense di tensione, ritmo, ma soprattutto parole, sapranno regalarci grandi soddisfazioni. Menzione d’onore per la stupenda Lose Yourself, storico capolavoro di Eminem, non a caso premiata agli Oscar del 2003 come “Miglior Canzone”.

Non è stato solo il successo personale del rapper americano a consacrare 8 Mile come un film di culto. Dietro la stella di Eminem, c’è un grande lavoro da parte di tutti.

Al netto di qualche piccola incertezza, la pellicola di Curtis Hanson ribalta i pregiudizi riguardo questo genere di produzioni e consegna un lavoro sentito ed emotivo, in grado di sorprendere anche chi col rap non ha mai avuto molto a che fare. Il fatto che rimanga un’opera fondamentalmente autocelebrativa non deve distrarre l’attenzione. Eminem c’è. Ma è solo un pezzo dell’ingranaggio.

Il pezzo migliore.

Voto Autore: [usr 3,5]

Diego Scordino
Amante di tutto ciò che abbia una storia, leggo, guardo e ascolto cercando sempre qualcosa che mi ispiri. Adoro Lovecraft e Zafòn, ho passato notti insonni dietro Fringe e non riesco a smettere di guardare Matrix e Il Padrino. Non importa il genere, mi basta sentire i brividi.
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