La stagione finale di Stranger Things (QUI la recensione della stagione 5 Vol.1) non è solo un epilogo narrativo, ma un atto di responsabilità emotiva. Attraverso Will Byers, la serie sceglie di raccontare una storia di formazione che va oltre il soprannaturale, affrontando con delicatezza e onestà il tema dell’identità queer negli anni Ottanta.
Will non è mai stato un personaggio “facile”: silenzioso, fragile, spesso ai margini dell’azione. Eppure è proprio questa sua apparente vulnerabilità a renderlo uno dei cuori emotivi della serie. La quinta stagione porta a compimento un percorso iniziato anni fa, in cui il non detto, gli sguardi e le pause hanno raccontato molto più di qualsiasi dichiarazione esplicita.

Un amore non ricambiato come atto politico
La scelta di non trasformare necessariamente il rapporto tra Will e Mike in una storia romantica tradizionale è cruciale. Come sottolineato da Noah Schnapp, l’esperienza dell’amore non ricambiato è una realtà comune per molti adolescenti queer, soprattutto in un contesto storico in cui mancavano linguaggi, modelli e spazi sicuri.
In questo senso, Stranger Things evita la semplificazione e sceglie la verità emotiva. I poteri di Will diventano una metafora potente: per essere davvero forte, deve prima accettare se stesso. Non è il dolore a definirlo, ma la capacità di attraversarlo senza spezzarsi.
La chiusura del suo arco narrativo non promette facili consolazioni, ma offre qualcosa di più prezioso: riconoscimento. E in una serie che ha sempre parlato di mostri, il gesto più radicale resta questo — dare spazio a una storia intima, autentica, e finalmente completa.
Con l’uscita degli episodi finali su Netflix, Stranger Things saluta il pubblico ricordandoci che crescere, a volte, è l’avventura più spaventosa di tutte.
