Verity (2026) è un thriller psicologico dai risvolti noir ed erotici scritto da Nick Antosca e diretto da Michael Showalter. La pellicola è tratta dall’omonimo bestseller di Colleen Hoover, qui coinvolta anche in veste di produttrice. Il progetto di portare il romanzo sul grande schermo risale in realtà al 2020, ma è soltanto nel 2024 che lo sviluppo del film è entrato concretamente nel vivo.
A guidare il cast troviamo Anne Hathaway, reduce dal successo de L’Odissea di Christopher Nolan, Dakota Johnson, celebre per aver interpretato Anastasia Steele nella trilogia di Cinquanta sfumature, e Josh Hartnett, visto recentemente in Oppenheimer di Nolan e Trap di M. Night Shyamalan. Un trio di interpreti chiamato a dare vita a una storia che punta a trasporre sul grande schermo le atmosfere cupe del thriller psicologico e le sfumature erotiche che hanno caratterizzato il romanzo di Hoover.
Ma la pellicola riesce davvero a ricreare il fascino del libro, mantenendone intatta la componente thriller e il suo lato più sensuale? Scopriamolo nella nostra recensione.
Verity – Trama
La storia segue Lowen Ashleigh, una giovane scrittrice in difficoltà che viene ingaggiata per completare la celebre saga letteraria della misteriosa Verity Crawford, rimasta gravemente ferita dopo un incidente. Trasferitasi nella villa della famiglia Crawford, Lowen inizia a prendersi cura della scrittrice e a esaminare i suoi appunti, imbattendosi in un inquietante manoscritto autobiografico che contiene confessioni e segreti sconvolgenti. Mentre si avvicina sempre più al marito di Verity, Jeremy, Lowen comincia a dubitare di quanto accaduto realmente nella famiglia e della stessa innocenza della donna.

Verity – Recensione
Verity si configura principalmente come un thriller psicologico che cerca di ricalcare anche alcune sfumature del noir al femminile, aggiungendo al miscuglio una componente erotica. Il problema nasce nel momento in cui questa eccessiva sovrabbondanza di ingredienti finisce per snaturare il risultato complessivo, portando la pellicola a fallire sotto quasi tutti i punti di vista appena elencati.
Il principale problema del film risiede nella sceneggiatura e, soprattutto, nella gestione dei diversi sottogeneri che vorrebbe abbracciare. La scrittura pecca innanzitutto di una costante prevedibilità delle situazioni narrative, anticipando allo spettatore dinamiche che dovrebbero invece risultare sconvolgenti. Questo senso di prevedibilità si riflette anche nei dialoghi, spesso telefonati, soprattutto nelle battute che accompagnano i momenti conclusivi dei discorsi.
La storia gestisce in maniera repentina e confusionaria i propri intrecci narrativi. L’impronta thriller subentra improvvisamente, senza una graduale costruzione della tensione, rimanendo spesso abbozzata o addirittura del tutto assente. Il medesimo trattamento si ripercuote sulla psicologia dei personaggi, che subisce evoluzioni fin troppo repentine e forzate, senza che siano stati precedentemente forniti elementi sufficienti a preparare lo spettatore. Una scelta che vorrebbe risultare d’impatto e sconvolgente, ma che finisce soltanto per apparire insensata e priva di reale interesse.

Un intreccio privo di mordente
Discorso simile per la componente erotica, appena sfiorata. Le scene di sesso non risultano particolarmente coinvolgenti e privilegiano una dimensione da soft porn che non riesce mai a trasformarsi in un vero e proprio coinvolgimento erotico. La criticità è ulteriormente amplificata dalla rapidità con cui questa componente viene liquidata, senza concederle il tempo necessario per svilupparsi in maniera più incisiva.
Peggio ancora va con la dimensione noir, che non viene mai sfruttata realmente a dovere. Questo limite si riflette soprattutto sulla psicologia dei due protagonisti e sulle loro scelte, spesso completamente sconnesse dal percorso narrativo affrontato fino a quel momento. La situazione raggiunge il suo apice nel terzo atto, ai limiti del no sense, quando i due personaggi sembrano ormai completamente in balia di una scrittura incapace di dare coerenza alle loro azioni. Il film tenta di sconvolgere lo spettatore attraverso un plot twist rivelatore che, in realtà, non rivela quasi nulla, conducendo verso un finale aperto, come già avveniva nell’omonimo romanzo. Ciò che compromette il risultato è che questa apertura non genera dubbi, interrogativi o curiosità, ma soltanto confusione e disinteresse, frutto di una narrazione rimasta eccessivamente passiva fino a quel momento.
Quest’ultima, segue principalmente due correnti distinte: il presente e alcuni sporadici flashback legati alla stesura del romanzo di Verity. Sono proprio questi ultimi a rappresentare probabilmente la parte meglio riuscita del film, anche grazie all’interpretazione drammatica di Anne Hathaway. L’attrice riesce quantomeno a conferire un minimo di spessore emotivo al materiale a sua disposizione, sebbene anche in questo caso la prevedibilità della scrittura finisca per anticipare gli eventi, smorzando qualsiasi reale interesse o tensione drammatica.

Personaggi poco incisivi, Hathaway in evidenza
Proprio i personaggi rappresentano una delle note dolenti della pellicola, soprattutto per quanto riguarda le interpretazioni di Dakota Johnson e Josh Hartnett, rispettivamente nei panni di Lowen e Jeremy. Entrambi offrono performance piuttosto sottotono e monoespressive, incapaci di trasmettere allo spettatore il giusto grado di apprensione o tensione per gli eventi narrati. Il loro rapporto segue schemi estremamente prevedibili e, sin dal primo sguardo, è già evidente dove andrà a parare. Manca inoltre una vera e graduale costruzione del loro legame emotivo, che emerge quasi improvvisamente, senza un concreto coinvolgimento. A peggiorare ulteriormente la situazione contribuiscono dialoghi spesso banali, caratterizzati da frasi fatte e circostanziali che finiscono talvolta per sfociare nel ridicolo involontario, finendo per ostacolare qualsiasi forma di empatia da parte dello spettatore.
Spicca invece, come avevamo già detto, Anne Hathaway nei panni di Verity. Nonostante disponga di un ruolo più limitato rispetto ai due protagonisti principali, l’attrice riesce a rubare loro la scena grazie alla forte presenza scenica e a un’espressività decisamente più marcata. Attraverso pochi accorgimenti, Hathaway riesce infatti a restituire maggiore impatto emotivo alle proprie scene, imponendosi nettamente sui colleghi. Anche il rapporto instaurato con Jeremy soffre di una gestione dei dialoghi poco convincente; tuttavia, il carisma dell’attrice riesce comunque a restituire un minimo di pathos in più rispetto alla dinamica tra Hartnett e Johnson, decisamente più sottotono.

Una confezione tecnica altalenante
Sul fronte tecnico emerge una realizzazione altalenante. La regia di Showalter, purtroppo, non riesce a destreggiarsi adeguatamente tra i diversi generi narrativi, risultando spesso piatta e poco coinvolgente. A ciò si aggiungono anche alcuni errori tecnici basilari, come degli scavalcamenti di campo, fortunatamente relegati a una singola sequenza e quindi incapaci di compromettere completamente il risultato visivo.
Meglio il montaggio, che riesce occasionalmente a creare interessanti sovrapposizioni tra i personaggi e le parole del romanzo, le quali prendono letteralmente vita sullo schermo attraverso la narrazione della protagonista. Complessivamente buona è anche la fotografia, capace di valorizzare sia alcune scelte estetiche anni ’90, che il suggestivo paesaggio invernale che permea l’intera vicenda. La colonna sonora, infine, accompagna discretamente le immagini senza però lasciare particolarmente il segno, rimanendo funzionale alla narrazione ma raramente memorabile.

Verity – Conclusioni
In definitiva, Verity tenta di fondere thriller psicologico, noir ed erotismo all’interno di un’unica storia, ma finisce per non riuscire a valorizzare realmente nessuna delle proprie componenti. Una sceneggiatura prevedibile, colpi di scena poco coinvolgenti, personaggi scarsamente approfonditi e una gestione eccessivamente repentina degli snodi narrativi impediscono alla pellicola di costruire quella tensione e quel coinvolgimento che sarebbero stati necessari per sostenere una storia costruita proprio sulla manipolazione dello spettatore.

