Ci sono film che raccontano la morte perché vogliono parlare della fine. E ce ne sono altri che partono dalla morte proprio per interrogarsi su ciò che può ancora trattenere un essere umano dalla fine.
Un po’ di luce, il nuovo film del regista iraniano Ali Asgari, appartiene alla seconda categoria.
Presentato in concorso all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e arrivato nelle sale italiane il 1° ottobre distribuito da Teodora Film, il film racconta una storia apparentemente semplice: un uomo ha deciso di morire e trascorre quella che dovrebbe essere la sua ultima giornata mettendo ordine nella propria vita.
Da questa premessa Asgari costruisce però qualcosa di più complesso di un semplice dramma sul suicidio.
Il protagonista non viene seguito nel momento della sua caduta, ma nel tempo che precede la decisione definitiva. È proprio questo a rendere il film interessante: il regista non si domanda soltanto perché un uomo voglia morire, ma cosa accade quando una persona convinta di non avere più un posto nel mondo si trova costretta a confrontarsi con tutte le persone che, invece, continuano a considerarla parte del proprio.
Il risultato è un’opera estremamente sobria, che rinuncia alla spettacolarizzazione del dolore e preferisce cercare la propria forza nei gesti quotidiani, negli sguardi e nei silenzi.

Un po’ di luce: la trama
Arash è un medico di Teheran che ha perso il proprio lavoro dopo essere stato arrestato per aver curato alcuni manifestanti feriti durante le proteste contro il regime. Il suo ambulatorio è stato chiuso e quella che un tempo era la sua professione, oltre che una parte fondamentale della sua identità, gli è stata sottratta.
Arash decide così di togliersi la vita. Prima di farlo, però, vuole sistemare ciò che lascerà dietro di sé. Comincia quindi un percorso attraverso gli affetti della propria esistenza: incontra il fratello, le sorelle e infine la madre, cercando di preparare le persone che ama alla propria assenza.
La sua giornata procede apparentemente senza una meta diversa da quella già stabilita. Ma ogni incontro introduce qualcosa che Arash non aveva previsto.

Una conversazione. Un ricordo. Un gesto di affetto. Una presenza. E lentamente quella decisione che sembrava definitiva comincia a incrinarsi.
Non perché il mondo sia improvvisamente diventato un posto migliore, ma perché il protagonista si trova davanti alla prova concreta che la sua esistenza non appartiene soltanto a lui.
Un po’ di luce: la recensione
La scelta più intelligente di Ali Asgari è probabilmente quella di non trasformare Arash in un simbolo prima ancora che in un essere umano.
Il contesto politico è fondamentale, naturalmente. Senza la repressione, l’arresto e la perdita del lavoro, la vicenda perderebbe una parte importante del proprio significato. Ma il regista evita di costruire un film nel quale il protagonista sia semplicemente “l’uomo vittima di un regime”.
Arash è innanzitutto un individuo. È stanco, è arrabbiato, è disilluso e soprattutto è convinto di aver perso la propria utilità. Ed è proprio quest’ultimo elemento a rendere il personaggio particolarmente interessante.
Arash non sembra desiderare la morte soltanto perché soffre. Sembra desiderarla perché non riesce più a immaginare un futuro nel quale la propria presenza abbia un significato.

È una differenza enorme. Il film, quindi, non costruisce la speranza attraverso l’idea che tutto possa improvvisamente andare bene. Al contrario, il mondo di Arash continua a essere difficile, instabile e minaccioso. La situazione politica non scompare. Il suo lavoro non gli viene restituito. Le condizioni che lo hanno portato alla disperazione non vengono magicamente cancellate.
Eppure qualcosa cambia. Cambiano le relazioni.
Uno degli aspetti più riusciti di Un po’ di luce è il modo in cui Asgari utilizza il tempo. Sappiamo fin dall’inizio che Arash considera quella giornata l’ultima della propria vita. Questo elimina una parte della suspense tradizionale: non dobbiamo chiederci continuamente cosa accadrà.
La domanda diventa un’altra: riuscirà Arash a mantenere la decisione che ha preso? Il film si trasforma così in una sorta di conto alla rovescia emotivo.
Ogni incontro acquista un peso maggiore proprio perché potrebbe essere l’ultimo. Una visita familiare che normalmente sarebbe insignificante diventa improvvisamente fondamentale. Una conversazione apparentemente banale assume una dimensione diversa. Persino i momenti nei quali non accade quasi nulla sembrano contenere qualcosa di decisivo.
Asgari dimostra di avere fiducia nello spettatore e non sente il bisogno di spiegare continuamente quello che sta accadendo. È una scelta che può mettere alla prova chi cerca un ritmo più tradizionale, ma che funziona bene all’interno della logica del film.
Un po’ di luce non vuole portarci rapidamente verso una soluzione. Vuole farci restare accanto ad Arash.
Una regia che rifiuta il melodramma
Dal punto di vista registico, Asgari sceglie una messa in scena controllata. Non cerca il grande momento visivo e non utilizza la musica per dire allo spettatore quando deve commuoversi.
Non costruisce un’estetica patinata intorno alla sofferenza. Il film rimane vicino ai personaggi e lascia che siano soprattutto i corpi e gli spazi a raccontare quello che accade.
Questa sobrietà è coerente con il tema. Un film sul desiderio di scomparire avrebbe potuto facilmente diventare rumoroso. Asgari fa invece il contrario: abbassa la voce.
E proprio perché non ci obbliga a provare una determinata emozione, alcuni momenti risultano più sinceri.

C’è però anche un limite.
La scelta di mantenere un ritmo contemplativo può risultare talvolta eccessivamente uniforme. Alcuni passaggi avrebbero beneficiato di una maggiore varietà ritmica e, soprattutto nella parte centrale, la ripetizione degli incontri rischia di produrre una sensazione di immobilità.
È una debolezza reale, ma anche il prezzo della scelta stilistica del regista. Un po’ di luce non vuole essere un film che “corre”. Vuole essere un film che rimane.
Misagh Zareh, una prova tutta giocata sulla sottrazione
A sostenere quasi interamente il film è Misagh Zareh, interprete di Arash, già visto nel cinema iraniano contemporaneo e nel cast de Il seme del fico sacro.
La sua è una performance che funziona soprattutto per sottrazione. Zareh non interpreta Arash come un uomo costantemente disperato.
E questa è una scelta fondamentale. Non piange continuamente, non cerca di rendere ogni scena drammatica, non trasforma il personaggio in una figura tragica da compatire.

Al contrario, spesso appare quasi normale. Parla. Cammina. Incontra i familiari. Osserva. È proprio questa apparente normalità a rendere più inquietante la sua situazione.
Arash potrebbe essere chiunque. E il fatto che abbia già preso una decisione definitiva mentre continua a svolgere azioni quotidiane produce una frattura emotiva molto potente.
Accanto a lui, Sadaf Asgari, Forouzan Jamshidnejad, Ramtin Daghigh e Mina Rahimzadeh completano un ensemble nel quale nessuno sembra avere il compito di rubare la scena agli altri.
Il film ha bisogno che la famiglia sembri una vera famiglia, non un gruppo di personaggi funzionali alla trama. E proprio per questo il lavoro corale degli interpreti risulta importante.
In conclusione
Un po’ di luce non è un film facile.
Non lo è per il tema, non lo è per il ritmo e non lo è nemmeno per il modo in cui sceglie di raccontare la disperazione. Ma è proprio questa difficoltà a renderlo un’opera interessante.
Ali Asgari non cerca una risposta semplice alla domanda più difficile che il film pone: che cosa può convincere una persona a continuare a vivere quando ha smesso di vedere un futuro?
La risposta non è il mondo. Il mondo di Arash rimane problematico. Non è nemmeno la politica, che continua a rappresentare una fonte di dolore.

E non è la promessa di una vita improvvisamente migliore. La risposta è, forse, la relazione con gli altri. La consapevolezza che anche quando non riusciamo più a trovare un motivo per restare, qualcun altro può continuare a trovarlo per noi.
Il merito maggiore del film è non trasformare questa idea in una favola consolatoria. La luce rimane piccola. Fragile. Quasi invisibile.
Ma c’è. Ed è sufficiente perché Arash, almeno per un momento, torni a guardarla.
