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Un marito sospetto, ovvero quando un palinsesto banalizza il male

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Un marito sospetto – premessa

Recentemente un omicidio viene commesso nei confronti di una donna e del bambino che porta in grembo da parte del compagno, il caso diventa mediatico, sconvolge il sentire popolare; parallelamente, su Raiplay compare tra i film più visti e quotati, Un marito sospetto, produzione francese del 2019.

Spesso a determinate tragedie di cronaca nera si associa la messa in onda di prodotti televisivi che in qualche modo facciano eco alla barbarie avvenuta. Una eco non necessaria, alienante, che decontestualizza errore ed orrore e spesso ridimensiona pericolosamente le responsabilità.

Un marito sospetto
Kad Merad (Thomas Kertez), Laurence Arné (Alice Kertez)

La programmazione tv come eco banalizzante alla barbarie reale

Il film Un marito sospetto appartiene a questa pratica inutilmente demonizzante, che strumentalizza un fatto e la sua percezione per posizionare una merce e manipolare click. Ma per sua fortuna o sfortuna, oltre che per inettitudine artistica, non porta a casa il celebre obiettivo di “sbattere il mostro in prima pagina”.

Che un padre uccida la sua famiglia, che sia l’ennesimo femminicidio su cui piangere troppo tardi, che si tratti di un omicida che l’ha fatta franca o sia in attesa di giudizio, il processo mediatico gongola e sentenzia come se non aspettasse altro per dare senso a se stesso.

Spesso, in questo modo, trovano sfogo frustrazioni non del tutto dissimili in nuce da quelle portate ad orrido compimento nella vita reale.

Il processo mediatico vive di voyeurismo indiretto, da talk show o da fiction ad hoc

Così assistiamo alla programmazioni su reti nazionali di babysitter assassine, madri degeneri, padri orchi, proprio quando le prime pagine dei quotidiani sguazzano per mesate sui dettagli di drammi quasi inconcepibili e terribilmente simili.

Vale lo stesso per talk show di prima e seconda serata che si lanciano in ricostruzioni goniometriche e psicoattitudinali di qualcosa riguardante fatti che non sanno, nè sapranno mai, se non sotto forma di verità processuali, per definizione convenzionali.

Un marito sospetto, diretto da Christophe Lamotte, non fa eccezione.

Un marito sospetto

Un marito sospetto – Trama

Molto rumore di pubblico grazie ad un passaparola da scandalo cronachistico, per un film che vede al centro la figura di Thomas (Kad Merad) la cui perfetta famiglia “da mulino bianco”, con moglie e figlioletto d’ordinanza, viene sconvolta nel momento in cui piombano su di lui pesanti sospetti di essere stato lo sterminatore che molti anni prima avrebbe annientato violentemente i propri tre pargoli e rispettiva madre.

D’altronde di Thomas non si sa nulla di dirimente: originario della Russia, di un paese piccolo e sconosciuto, a diciotto anni perde i suoi, vive per strada, poi più nulla fino ad un incidente automobilistico che gli cambia i connotati, un incendio a bruciare i documenti, e in qualche modo l’arrivo in Francia, in quella piccola comunità.

Il paese in cui vive si schiera alla velocità della luce contro di lui. Il lavoro al cantiere navale entra in stand-by, così come quello della moglie, gli amici si fanno più freddi, il figlio viene bullizzato a scuola, i suoceri lo boicottiano, una capitana di polizia (Geralidne Pailhas) fortemente convinta della sua reale identità e motivata a catturare l’assassino del passato gli sta col fiato sul collo.

L’uomo pensa di lasciare il paese che ormai lo vorrebbe lontano e partire per un lungo viaggio allo scopo di mettere fine a questo incubo. Ammesso che lo sia. Ma sua moglie Alice (Laurence Arnè) inizia a nutrire dubbi sull’uomo che le è accanto. 

Un marito sospetto

Un marito sospetto – Recensione

Un marito sospetto prende spunto da un drammatico fatto di sangue che gettò nel panico la popolazione francese ed accadde nel 2011: si tratta del massacro di Nantes, in cui un uomo uccise al ritorno dalla sua giornata di lavoro l’intero nucleo familiare e lo seppellì nel suo stesso giardino. Il colpevole fece perdere le tracce di sè ed il sonno ai francesi ed è, tutt’ora, latitante.

Un marito sospetto richiama quella vicenda, regalandole il finale infiocchettato che la pubblica opinione di allora non ha avuto ma che tanto aveva sospirato: un capro espiatorio messo definitivamente fuorigioco.

L’ispirazione: un delitto irrisolto realmente accaduto

Il livello di realizzazione del film lascia enormemente a desiderare. C’è il rovesciamento classico di una posizione tranquilla, descritta in poco meno di cinque minuti con una sfilza di clichè inerti, ci sono una serie di mosse a domino che disegnano l’intreccio di una prevedibilità esagerata, talmente veloci e consequenziali da perdere a volte passaggi logici, creando ellissi di senso e di causalità, come se si intendesse dare per scontato il modo ed i tempi di reazione della gente comune in questi tragici casi.

Cosi Un marito sospetto si riempie di fondamentalisti che credono a tutto, che trattano la famiglia intera oggetto dello scandalo come ebrei appestati e di individui più discreti che fanno e non fanno capire da che parte stanno, mentre la polizia forza un po’ troppo la mano e viene tirata al guinzaglio da chi dovrebbe garantire i diritti.

Un marito sospetto

Realizzazione scarsa, mancato approfondimento psicologico

C’è poca discrezione e molta didascalicità, c’è il punto di vista di una donna che dovrebbe farci entrare nella difficile ottica di avere o non avere fiducia nella persona con cui si divide la vita da dieci anni, con lo spettro di vedere sgretolato malamente ciò in cui si è sempre creduto. In questo caso il risultato di questa sfumatura interiore è l’equivalente di una figurina per bambini.

Infatti manca ogni approfondimento psicologico degno di essere registrato, non c’è un respiro intimo che possa metterci a parte dell’universo di lei e di lui, paradossalmente sono più inquadrate le scale e le finestre della loro folkloristica casina di mare che non le loro anime.

Assenza di tensione, di qualità tecnica e di spirito

Sembra di trovarci di fronte alla qualità differente di un prodotto nato per la televisione rispetto ad uno nato per il grande schermo; ma in questo caso, una puntata del vecchio ispettore Derrick o del caro Don Matteo vanterebbero le stesse tempistiche di intreccio, la medesima superficialità di sviluppo, ma, probabilmente, in una confezione migliore e per ambientazione e per cast.

La tensione non è pervenuta, la paratassi delle inquadrature allibisce, la fotografia non conosce contrasti e definisce il quadro molto poco affascinante di una madre ed un figlio biondi con padre al seguito cattivo tutto scuro: un terzetto emotivamente molto poco coinvolgente.

Un marito sospetto

Un marito sospetto – Cast

Merad, attore algerino naturalizzato francese, nonostante abbia avuto il suo giusto riscontro in titoli come e Supercondriaco (2014)o Le vacanze del piccolo Nicolas (2014), qui sembra capitato per caso o per pigrizia: non afferra mai la parte, gli si adagia accanto lasciando fare tutto ai suoi connotati, mentre la mobilita espressiva è assente.

Della Arnè in questo film, ricorderemo la silhouette ed i capelli biondi, poiché non avendo spazi interiori ne ha solo di esteriori, totalmente trascurabili.

Cast sbagliato ed emotivamente poco coinvolgente

Chimica assente tra i due attori, non registrabile in nessuna immagine e forse neanche mai calcolata. Figlio dal volto perfetto, stile pubblicità di una merendina qualsiasi, che da solo avrebbe potuto esprimere la metà dell’inquietudine dei genitori, ma viene ridotto a dire battute per inerzia di scrittura, con risultati tra la noia ed il fastidio.

Un marito sospetto è un thriller grigio ed insignificante, che si staglia oltre la prevedibilità del noioso sabato giallo estivo, talmente elementare da essere di difficile digestione, spesso lascia la sensazione di un cartonato inverosimile, una ex-recita parrocchiale, in cui oltre ad una regia, una sceneggiatura, un casting director, che sappiano svolgere la professione, manca proprio un briciolo di spirito.

Un marito sospetto

Il pericolo di affiancare un prodotto televisivo ad una tragedia di cronaca nera

Ora non crediamo che il vasto pubblico di abbonati Rai meriti prodotti d’importazione (la superproduzione francese) di seconda, terza categoria come questo. Ma soprattutto, non capiamo la non casuale necessità di infilare nel palinsesto queste mancatissime perle che sembrano richiamare malefatti umani di una gravità ed un dolore sconfinati.

E se proprio ci sforziamo di vedere un nesso, ci viene in mente un voyeurismo di bassissima lega che producendosi in forme così amorfe e poco degne ha il cattivo gusto e il pessimo danno di svilire la tragedia sanguinosa cui si voglia/non si voglia fare riferimento.

E’ anche in queste operazioni che si cela, oltre alla banalità del male, la sua banalizzazione.

Un marito sospetto – Trailer

PANORAMICA

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Quando su Thomas piovono i sospetti che possa essere la stessa persona che ha commesso la strage della sua famiglia dieci anni prima, per la moglie Alice inizia l'incubo. Thriller familiare privo di tensione, con montaggio paratattico ed affrettato, senza contrasti nè esteriori nè interiori. Prodotto televisivo privo di approfondimenti psicologici, con cast fuori parte e senza chimica, programmato in modo furbo a ridosso di vicende delittuose di cronaca nera dall'ampia risonanza mediatica. Esempio di banalizzazione del male.
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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