venerdì, 23 Aprile, 2021
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Un divano a Tunisi

È disponibile dal 28 gennaio su Sky Primafila e sulle principali piattaforme on demand Un Divano a Tunisi brillante commedia diretta dalla regista franco-tunisina Manele Labidi Labbé, al timone del suo primo lungometraggio.


Dopo la fine della Primavera Araba, Selma, una giovane psicoanalista franco-tunisina, decide di tornare a Tunisi, la sua città natale, per esercitare la professione. A frenare il suo entusiasmo ci saranno non pochi ostacoli: le resistenze di un ambiente tradizionalista che fatica a prendere sul serio il suo lavoro, e le obiezioni normative della burocrazia e della polizia locale.

Un divano a Tunisi

La regista, in questa sua prima opera, ha scelto di raccontare con freschezza e ironia la situazione socio-politica in Tunisia dopo la Rivoluzione dei Gelsomini del 2010-2011 e la fine della presidenza di Ben Ali.
Il film riflette su un Paese che sta cercando di ricostruirsi; da una parte c’è la ricerca di una identità democratica, dall’altra incombe ancora un certo timore per il nuovo, per tutto ciò che è fuori dalla tradizione.
La novità si associa perfettamente alla giovane protagonista Selma (interpretata dall’attrice iraniana Golshifteh Farahani) una donna che ha vissuto gran parte della sua vita a Parigi, non indossa il velo, ha tatuaggi, non è sposata e vuole importare una professione per la quale si prova ancora una certa diffidenza.
Nonostante ciò, alla notizia dell’apertura di uno studio di psicoanalisi la fila non manca.


Le sedute sul divano di Selma – riprese con soggettive e campi-controcampi – colorano il film di personaggi stravaganti: la fanatica parrucchiera dai problemi irrisolti con la madre, il panettiere che ama travestirsi da donna, l’imam depresso perché lasciato dalla moglie e in crisi di fede.
Tutti personaggi volontariamente incredibili e fumettistici che, oltre a far sorridere, danno voce ad una comunità in cerca di emancipazione.
Selma lotta con tutte le sue forze per dare un supporto emotivo ai suoi concittadini. Quando la cugina adolescente le chiede il perché abbia scelto di abbandonare Parigi per tornare in una luogo dove “non viene bene neanche una tinta ai capelli”, Selma spiega che sa di poter essere utile: “C’è tanto da fare qui. A Parigi avevo due colleghe nel palazzo e dieci nella strada, non servivo a niente”.

Un divano a Tunisi

Dal punto di vita visivo, Un divano a Tunisi trascina lo spettatore in una scia di ottimismo che richiama l’happy ending, grazie ad una fotografia calda e luminosa e alla colonna sonora che prende in prestito alcuni pezzi storici di Mina, che accompagnano la protagonista nella sua lotta ai burocrati.
La struttura del racconto procede in maniera scorrevole e fiabesca, seguendo quasi alla lettera lo schema de Il viaggio dell’eroe di Christopher Vogler: la taciturna eroina deve superare prove ed ostacoli per raggiungere l’oggetto del desiderio, ovvero la maturazione culturale della sua gente e – nel concreto – la licenza per esercitare la professione, senza la quale rischia il carcere.
Ad accompagnare l’eroina alla conquista della meta c’è il nemico/mentore Naim, un poliziotto determinato a far rispettare la legge, ma allo stesso tempo incuriosito da una donna così mentalmente aperta e fuori dagli schemi.


Il tema della psicoanalisi è anche un escamotage per denunciare – in modo volutamente eccessivo e grottesco – una sistema caratterizzato da inerzia, pigrizia e incompetenza. Ne è un esempio l’impiegata comunale che invece di inoltrare le pratiche passa il suo tempo a mangiare e a vendere sottobanco biancheria intima.

Un divano a Tunisi

Nonostante il divertimento sia assicurato, Un divano a Tunisi non convince del tutto. L’attrice protagonista Golshifteh Farahani, già conosciuta dal grande pubblico e lanciatissima a Hollywood, si cala alla perfezione nei panni di Selma.
Tuttavia, alcuni aspetti del film avrebbero meritato un maggiore approfondimento: il surrealismo e le sequenze oniriche, introdotte solo saltuariamente – come l’apparizione di Freud – avrebbero meritato uno spazio maggiore, e così anche la problematica politica del Paese e alcune dinamiche familiari.
Molto di quello che viene tirato in ballo rimane in sospeso: il futuro dei personaggi principali, il flirt tra Selma e il poliziotto e, perfino, la scena finale.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozoni

SINOSSI

Il punto forte del film risiede nella sua semplicità. Non ci sono molti personaggi, ma quelli presenti sono tutti ben caratterizzati e dotati di un forte senso di homour. Se la situazione politica del Paese viene lasciata un po' da parte, il messaggio principale che ha voluto mandare la regista arriva forte e chiaro: c'è un problema nel prendere seriamente il lavoro professionale di una donna.
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