domenica, 17 Ottobre, 2021

Ultras

Meglio non discutere mai di politica, religione e calcio, diceva un detto: e probabilmente aveva ragione perché in tutti e tre i casi è difficile appianare, molto più comune degenerare, passare il confine e diventare ultras. Sono, questi, campi facili agli integralismi, alle lotte di principio, agli sdegni inconciliabili, alle violenze verbali e fisiche, ai deliri di onnipotenza, alle storture, alle rivendicazioni di identità e supremazia, sono un oppio ben congegnato per essere al contempo veleno e medicina di ogni popolo, sono fenomeno di massa ed individuale, sono fisiologia e patologia della convivenza organizzata, sono retaggio e progresso dell’uomo, strumento di manipolazione, conforto e sfogo per la comunità, sono il circenses che si sposa con il panem di latina memoria, sono fedi, letteralmente e non.

Ultras

In particolare di quella calcistica, a differenza delle altre, si dice sia immutabile, forse, magari, chissà, più immutabile delle altre. Fatto sta che a tante latitudini umane, che poco hanno su cui contare, la passione per una squadra diventa ossessione, ragione di vita, unico angolo di realizzazione personale consentito o trovato: tra quelle anime c’è Sandro (Aniello Arena), detto il Moicano, capo storico del gruppo Apache, gli ultras del Napoli, una vita consacrata al tifo, agli stadi, agli striscioni, agli inni a squarciagola cantati dai megafoni, ai tatuaggi d’appartenenza, ai bengala, alle bombe carta, ai lacrimogeni, tra curve, entrate ed uscite, più spesso fuori che dentro la legalità, re delle trasferte e degli scontri dentro e fuori casa contro le tifoserie opposte e le cariche della polizia, con alle spalle fermi, semiarresti, guai vari ed una coltellata al fianco di cui porta ancora il segno. Sandro è guida e punto di riferimento per molti giovani rapiti dal calcio in ogni fibra del loro fragile stare al mondo, tra cui c’è Angelo (Ciro Nacca), poco più che adolescente, solo, confuso ed arrabbiato, senza padre e con un fratello morto proprio in una delle tante sanguinose risse post-partita tra poliziotti e tifosi.

Ultras

Sandro a cinquant’anni, dopo un daspo che lo costringe a seguire la partite solo in radio o in tv e l’obbligo di firma giornaliero in questura, sente di dovere e potere cambiare vita. Incontra Terry (Antonia Truppo), giovane madre bella, sicura e sorridente e se ne innamora; ma nel suo gruppo fervono più o meno clandestini i tentativi per scavalcare la vecchia guardia e far salire alla ribalta le nuove leve, giovani scalpitanti, eccitati da fumo, alcool e droghe, pronti a picchiare, smaniosi fino all’estremo di dimostrare che esistono, sono forti, sono temibili, sono un’autorità e si chamano No Name Naples. Il Moicano al bivio della vita è scisso contro la sua stessa volontà: se cambiare strada o percorrere il suo sentiero fino in fondo, costi quel che costi.

Ultras

Distribuito, causa pandemia, da Netflix, Ultras è l’esordio del regista Francesco Lettieri, che, dopo aver masticato parecchia gavetta dirigendo videoclip di artisti come Calcutta e Liberato (quest’ultimo misterioso cantante napoletano, anonimo per scelta, autore di una delle canzoni presenti nella colonna sonora del film), arriva all’idea del film partendo proprio da un soggetto tenuto in un cassetto per uno di questi video musicali.

Dramma incisivo, in dialetto con sottotitoli, racconta le dinamiche interne alle tifoserie ultras di Napoli, città simbolo in cui il calcio da Maradona in poi è stato sinonimo di rivincita fisica e morale rispetto al resto del mondo, primo baluardo del Sud dei dimenticati, tra i vicoli dei quartieri, in branchi sui motorini, al porto nei raduni di massa o sopra i tetti di edifici abbandonati per chissà quale camorra a colorare striscioni con slogan ad effetto: tre generazioni di ultras a confronto, i diffidati che lo stadio lo possono vedere solo da fuori e cui bisogna portare rispetto (onora i diffidati recita una maglietta di un componente del branco), i giovani della No Name Naples che vogliono un cambio di guardia e lo spazio dei loro padri tifosi, i giovanissimi che portano strascichi e cicatrici di quel mondo, disorientati e facili prede di rancore e prevaricazioni.

Ultras

E’ un universo manicheo, di cui si fa parte o non si fa parte, difficile da dimenticare, semplice da avvicinare, comodo da strumentalizzare, una tribù che poggia la sua forza sul sentirsi parte di qualcosa di più grande di chi la compone: i calciatori sono una squadra, gli ultras anche; il colore della maglietta non si discute, è unico come Dio e come la tessera del partito (al tempo in cui c’era), ed è immortale; scorre quasi da padre in figlio, per vie traverse, spesso dolorose, unifica e non fa sentire soli, “rende qualcuno”; la fede calcistica sconfigge la debolezza, la mancanza dello stato nelle zone più fragili ed abbandonate del territorio, e Sandro, dopo anni di cori e manganellate, lo sa, vede il pericolo, lo sente, lo scova, lo vorrebbe rifiutare.

Ultras è una montagna russa, passa dagli opposti senza spiegare né celebrare, dunque sale e precipita senza sensazione pur restituendola: alcune transizioni restano affrettate, così come determinati snodi nella trama accadono perché devono, non perché sia successo qualcosa che effettivamente li necessita. Una delle mancanze più sentite è un approfondimento sul perché della violenza, un discorso sui limiti e le contraddizioni di una frangia umana, non solo sociale, che insiste e resiste irriducibile al tempo, un analisi un po’ più ampia, profonda e circostanziata di quella affidata alle sintetiche parole dello stesso Sandro usate per calmare le giovani folle pronte ad andare a Roma a fare sfaceli in nome più di se stessi che di una squadra.

Ultras

Montaggio frenetico che accosta scene emotivamente cariche ma di segno differente se non opposto, in ambienti che tradiscono tutti un’identica matrice povera, chiusi in un grigio che stenta a trasformarsi in colore, tranne nelle inquadrature notturne in cui si esasperano le tonalità, complici lampioni, neon e lacrimogeni; tensione costante, che si rilassa su felici istantanee in cui ci sorprende la tenerezza, una fra tutte la scena al mare in cui Sandro ed i suoi intonano malamente un Caruso sgangherato di Lucio Dalla; poche -per fortuna- le citazioni gomorriane, nonostante la modalità dialoghistica in cui si azzera la distanza tra gli interpreti tipica del confronto ostile tra capi cosche, forte l’inevitabile influenza visiva di Garrone a partire dall’interprete principale Aniello Arena (visto in Reality, Dogman, l’immmancabile Gomorra e La paranza dei bambini) che, tra esperienza autobiografica e fiction, unisce insieme forza e fragilità, cercando l’uomo comune dietro il mito delle curve calcistiche; la colonna sonora è variegata ed efficace, spazia dal neomelodico alla techno, dalla canzone schitarrata dal vivo al suono campionato ossessivo della trap, con un effetto che strania ed accompagna,racconta e potenzia il merito di alcuni momenti. Molto buono il lavoro del cast: oltre ad Arena, la Truppo conferma il suo innato charme organico e il giovane Ciro Nacca catalizza genuinamente gli sguardi.

Ultras

Somma e sottrae Lettieri, non soddisfa del tutto, ma non delude nemmeno, sa trascinare anche se non sorprende: inizia e chiude con una chiesa, a ribadire la natura fideistica di una patologia identitaria sociale, ma non fa morale, lasciando sullo sfondo i problemi di una città che ancora fatica a dirsi normale, del calcio e persino degli agenti sceriffo, disegna storie poggiate su un humus identico, contraddittorio e vincolante, unisce predestinazione epica e ruvidezza documentaristica, non approfondisce gli angoli, ma non li smussa, mescola soggettive intense e vedute aeree su un mare pacifico che nulla sa del travaglio terrestre, non si rintana nella facile citazione, né si appoggia oltre il dovuto su un ambiente già carico di significato e molto frequentato, mantiene un piglio personale e desta interesse. Alla prossima per vederne le auspicabili evoluzioni.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Sandro, detto il Moicano, cinquant'anni di vita da ultras del Napoli, è ad un bivio: o fronteggia le nuove leve che chiedono spazio ed autorità, oppure segue l'amore in una vita normale. L'universo della tifoseria radicale, fede irriducibile ed atemporale, tra vicoli e periferie, dietro muscoli, tatuaggi, dialetto e bisogno di sentirsi qualcuno. Montagna russa dal ritmo incalzante, debole sui moventi non sull'azione: ruvidezza documentaristica e predestinazione epica, relativamente salva dal clichè partenopeo d'arrembaggio. Esordio imperfetto, ma con carattere.
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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