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The Son of no one – La recensione del film di Dito Montiel

The Son of no one è un titolo che va a rimpinguare un filone seriale di film dedicato a un argomento storico abbastanza delicato. Parliamo dell’11 settembre. La data in questione ha avuto un impatto politico, economico e sociale enorme, tanto che anche il cinema ha dedicato all’evento una corposa fila di opere.

The Son of no one incarna alla perfezione (in fatto di trama e girato) tutti i sentimenti americani ed occidentali scaturiti dalla giornata che ha di fatto cambiato il mondo. Per citare altri film che hanno accolto quest’impianto contenutistico è bene segnalare La 25ᵃ ora e Remember me.

In tutti i casi sopra avanzati, si ha che fare con una New York che deve riscoprire sé stessa. I personaggi sono fortemente permeati da un senso di spaesamento che pervade l’intera sceneggiatura. Anche in fatto di ambientazione e fotografia, vengono predilette inquadrature ampie, finalizzate a dare un affresco della grande mela.

La caratterizzazione scenica dei protagonisti è poi cupa e profonda. Non sempre chi è al centro della scena è un personaggio positivo (pur essendo il “buono della situazione”). Ogni maschera all’interno della storia nasconde una doppia identità o una natura emotiva interna ambigua.

Questo è anche il caso di The Son of no one che ha la sagacità di far svolgere gli eventi narrati all’interno di uno dei contesti che ha sofferto di più per gli attacchi di metà settembre: la polizia.

The Son of no one

The Son of no one – La Trama

Jonathan “Milk” White è infatti un giovane poliziotto che ha fatto già carriera. Dopo anni di servizio a Staten Island viene trasferito nel Queens (il suo quartiere nativo). Viene assegnato a uno dei dipartimenti più in vista della città, il centodiciottesimo.

Il reparto riceve onori da ogni angolo della metropoli per aver ripulito le strade e donato ai cittadini quanto di più anelavano: la serenità. Qui si sente proprio il peso e l’influenza dell’11 settembre. Da una sonora sconfitta si è ripartiti per rimettere a posto le cose. Anche solo svuotando le strade dalla criminalità.

Che poi, si tratta di un obiettivo effimero. La criminalità è figlia della povertà e questa non verrà mai sconfitta.

Il ritorno a casa nasconde infatti delle insidie: nello specifico, tornano a galla fantasmi del passato.

Milk rischia di essere smascherato da uno stalker anonimo che sa benissimo che lui, da bambino, ha ucciso ben due uomini. Versava in condizioni di pseudo abbandono, nell’indigenza più totale. Questo, unitamente a soprusi e malesseri, ha portato il piccolo a perdere la sua innocenza.

The Son of no one doveva essere un libro. Il regista Dito Montiel lo ha apertamente dichiarato subito prima dell’uscita dell’opera. Aveva approntato uno scritto anche abbastanza lungo ma successivamente ha deciso di metterlo su pellicola (per modo dire) e promuoverlo al Sundance Festival.

Rimane infatti un film che ha ricevuto poca copertura mediatica. Quasi un’opera di nicchia. Sono in pochi ad averlo visto all’epoca, adesso invece è disponibile su Amazon Prime.

The Son of no one

Un’ottima idea che implode su sé stessa

Viene in mente, tuttavia, che The Son of no one avrebbe potuto benissimo rimanere un successo da libro. La storia si presta molto e soprattutto anche alcune pecche di regia lo rendono un prodotto più letterario che filmico.

Da un’idea di grande impatto si passa in men che non si dica a una gestione maldestra del girato. La storia sembra implodere in sé stessa, regalando ben pochi colpi di scena.

Il ritmo degli eventi è, non solo lento, ma anche monotono. Diverso invece l’indotto emotivo: il film ha una matrice psicologica e riflessiva molto più solida dello scheletro thrilleristico che Montiel ha voluto conferire al tutto.

Da apprezzare il cast che porta dei nomi altisonanti (ed è dire poco). Tanto per cominciare vediamo la presenza di Channing Tatum (volto buono e sbarazzino di molte altre opere). Qui è alla prova invece con un personaggio cupo e sofferente (per l’appunto Milk). L’accostamento più che cozzare esalta la scelta del regista.

Ci sono poi Al Pacino e Ray Liotta, padroni della scena con savoir faire ed esperienza. Rappresentano due modi diversi di svolgere il proprio lavoro (quello di procuratore). Al Pacino (in servizio quando milk era piccolo) rappresenta la bontà ancora presente nelle istituzioni (un faro più che un ente punitivo). Amante del dialogo, utilizza lo stesso anche per arrivare alla verità.

Ray Liotta invece raffigura le istituzioni che hanno dovuto tutelarsi. Dopo l’11 settembre, la percezione del pericolo è cambiata e anche la polizia si è fatta più guardinga. Il suo personaggio è severo, puntiglioso e con un occhio alle probabili “talpe” interne.

In The Son of no one è Ray Liotta a incarnare perfettamente la volontà di cercare un nemico e combatterlo. Tutto questo è figlio dell’11 settembre, un giorno come tanti che ha cambiato il modo di vedere le cose. Ha scoperto tanti nervi, mettendo alla luce le paure di ognuno di noi.

Allo stesso tempo ha saputo anche dare forza e slancio a chi aveva bisogno di una ragione per vivere.

The Son of no one

PANORAMICA

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

The Son of no one parte da un'idea di fondo ottima per recedere a un impianto scenico senza picchi. La regia è molto brava nell'evidenziare cosa ha voluto dire per la polizia vivere e poi superare l'11 settembre. Chiaro però che i contenuti non sono all'altezza della forma. Un cast d'eccezione che completa il tutto impreziosendo il girato e coprendo qualche mancanza di troppo.
Federico Favale
Federico Favale
Anche da piccolo non andavo mai a letto presto. Troppi film a tenermi sveglio. Più guardavo più dicevo a me stesso: "ok, la vita non è un film ma se non guardassi film non capirei nulla della vita".

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