The Hateful Eight è un film western del 2015, diretto da Quentin Tarantino e il titolo rappresenta anche la cronologia della sua filmografia. Gli otto odiosi cowboy e banditi protagonisti fanno infatti parte dell’ ottavo film del regista. Ciascuno di loro sprigiona odio da tutti i pori, ma grazie alla sceneggiatura si rendono odiosamente amabili.
The Hateful Eight-trama
Non è un azzardo dire che c’è un po’ di struttura fiabesca in The Hateful Eight. Se in una fiaba l’oggetto di valore del protagonista è un anello o la mano di una principessa, qui tutti gli otto bramano Daisy Domergue, destinata alla forca, per mano del boia John Ruth. Ognuno di loro ha un motivo per pretendere Daisy, ma irrompe una bufera sul loro desiderio. Così, tutti i contendenti, sono costretti a rifugiarsi nell’emporio di Minnie e stare lì fino a che il tempo non migliorerà.

The Hateful Eight-la recensione
The Hateful Eight non è stato apprezzato dalla critica e dal pubblico come avrebbe dovuto. Arrivando a ridosso di Django Unchained, un altro dignitoso western, in molti si sarebbero aspettati una trama simile e dei personaggi affini. C’è chi l’ha addirittura definito il più noioso film di Tarantino, esprimendo un parere puramente soggettivo. La noia esiste, ma non è causata da una sceneggiatura svogliata o sciatta. Il sentimento, in apparenza noioso, che invade quell’emporio, allunga l’attesa per i protagonisti, mentre lo spettatore avverte una tensione latente. Sono tutti e otto lì, con il loro tesoro di carne, Daisy, e non si fidano di nessuno. Ma prima di occultarli all’interno di un emporio colmo di dettagli, la scenografia ci ha mostrato l’ampio orizzonte del Wyoming, creando il contrasto perfetto tra natura esteriore ed interiore, quella dei nostri protagonisti, dei loro volti che trasudano odio, diffidenza e crudeltà.
The Hateful Eight-un odio intriso d’amore
Tutte le connotazioni negative dei personaggi sono costruite così bene che diventano quasi apprezzabili. Ed è sia merito della sceneggiatura che dell’interpretazione degli attori. L’odio, prima che concreto, come quando John Ruth tira sonori ceffoni a Daisy o il maggiore Marquis Warren si diverte con i suoi revolver, è linguistico. Le bocche dei personaggi espellono, dalle loro labbra, odiose parole di risentimento. E alcuni di loro, come Chris Mannix, non sanno nemmeno perché odiano. Il manigoldo di Mannix ha in realtà ereditato il suo odio dal padre razzista, nonché soldato del sud. Invece, John Ruth e Marquis Warren l’hanno costruito il loro odioso approccio all’umanità. Ruth odia le menzogne, l’ingiustizia e cerca di stare a galla, con tutti i suoi difetti detestabili, aggrappato ad una legge, che seppur barbara non è illecita.

Un viaggio nelle sfaccettature umane
Tarantino ha raccontato l’anima umana come fosse un mosaico di passioni e istinti, anche contrapposti. John Ruth, Warren e Mannix odiano, ma sono anche capaci di amare, stupendo loro stessi. Warren infatti si stupirà di farsi amico, anche se alla fine, Chris Mannix, che l’aveva sempre deriso con epiteti razzisti. Sarà lui l’unico degli otto a morire, ferito, nella stessa pozza di sangue, condivisa da Warren e leggerà una sua lettera. Ancora una volta, l’impianto linguistico della sceneggiatura fa la sua entrata in scena. La finta lettera di Lincoln è un tocco di classe e contribuisce a rendere ancora più poetica ciò che già è una poesia al cinema.
Un finale splendidamente tragico
La scena che consolida la nascita dell’amicizia, contro ogni prognostico, tra Warren e Mannix, è la cerimonia funebre di John Ruth. I due, infatti, impiccheranno Daisy, dopo aver decimato la sua banda. Erano tutti lì nell’emporio, camuffati da mandriani, boia ed inservienti. Tarantino ci ricorda che il più delle volte nessuno è chi dice di essere ed è nei momenti più vicini alla fine che resta solo la vera identità. La maschera cade e Domergue viene issata, a motivo di John Ruth, l’unico vero boia. Dopo colpi di pistola tipici dello stile del regista, sangue e umorismo nero, quell’atmosfera sporca e amorale si trasforma in una più lieta. L’odio scompare, scandito dalle bellissime parole della lettera di Lincoln, da una delle sceneggiature meglio riuscite di Tarantino.

Conclusioni
The Hateful Eight, al di là della violenza, della perversione che trasuda dallo squallore dei personaggi, riesce comunque a mostrare l’umanità senza compromessi, a mettere in scena un dibattito sulle coscienze in un emporio del selvaggio ovest. Non è esattamente un salotto di intellettuali però quello in cui ci cala Tarantino e vale la pena aprire la porta per scoprirlo.
Cast e personaggi principali
Samuel L. Jackson interpreta il maggiore Marquis Warren, Kurt Russel, il famoso Iena Plinsky che tornerà nel remake di Zack Snyder(QUI gli ultimi aggiornamenti) è il boia John Ruth, affiancato da quello falso, Tim Roth, facente parte della banda dei Domingrue, composta da Joe Gage, ovvero Micheal Madsen, altrettanto malevolo in Kill Bill Vol. 1 e 2. Quasi tra gli ultimi, ma non meno importanti troviamo Bob il messicano(Demiàn Bichir), Jody Domingrue(Channing Tatum). Walton Goggins è nel ruolo di Chris Mannix e Jennifer Jason Leigh interpreta Daisy Domergue.

