Recensioni FilmThe American - Ripensare il thriller a partire dal territorio

The American – Ripensare il thriller a partire dal territorio

The American (2010) rappresenta una deviazione inattesa rispetto ai thriller hollywoodiani tradizionali. Diretto dal regista olandese Anton Corbijn, il film trasforma una storia di assassini e fughe internazionali in un’opera contemplativa, rarefatta e profondamente malinconica. Più che sulla tensione narrativa, però, Corbijn costruisce il racconto sull’attesa, sul silenzio e sull’isolamento del protagonista, offrendo uno studio psicologico.

All’uscita, The American divise critica e pubblico. Molti spettatori si aspettavano un action-thriller ad alto ritmo costruito attorno alla star centrale. Il film, invece, si rivelò un’opera minimalista e introspettiva, più vicina al cinema d’autore europeo che ai “ritmi” hollywoodiani. Proprio questa scelta stilistica contribuì a renderlo, col tempo, un titolo rivalutato e sempre più apprezzato dagli estimatori di un certo cinema d’azione.

Dal punto di vista commerciale, il film ottenne risultati solidi: prodotto con un budget relativamente contenuto, riuscì a superare i 60 milioni di dollari d’incasso mondiale, dimostrando come anche un thriller atipico e lento potesse trovare spazio nel mercato internazionale grazie alla forza del suo protagonista e alla raffinatezza della regia. Meno entusiaste le recensioni e il parere della critica che pur lodando le idee alla base del film ne hanno sottolineato il ritmo a tratti “calante”.

The American – Trama

The American segue la storia di Jack (George Clooney), un killer professionista americano esperto nella costruzione e modifica di armi di precisione. Dopo aver subito un attentato in Scandinavia, l’uomo comprende di essere diventato vulnerabile e decide di fuggire. Viene in Italia, seguendo le indicazioni del suo enigmatico contatto Pavel (Johan Leysen). Il suo nascondiglio diventa un piccolo borgo abruzzese. Un piccolo paesino immerso tra montagne, silenzi e strade antiche, un luogo apparentemente lontano da ogni minaccia ma attraversato da una costante tensione invisibile.

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Jack cerca di mantenere un profilo basso mentre porta a termine un ultimo incarico: realizzare un’arma speciale per una misteriosa cliente. La routine del protagonista si divide così tra incontri sospetti, controlli ossessivi e giornate scandite da una metodica paranoia ormai radicata. Ogni gesto sembra calcolato, ogni volto potenzialmente pericoloso.

Nel lento scorrere della vita del paese qualcosa inizia a incrinare il suo isolamento. Jack entra progressivamente in contatto con gli abitanti del luogo, stringendo un ambiguo rapporto di fiducia con Padre Benedetto (Paolo Bonacelli) e avvicinandosi a Clara (Violante Placido), una prostituta capace di offrirgli un frammento di normalità che credeva perduto. Per un uomo abituato a vivere nell’ombra, l’idea stessa di un legame umano diventa però tanto seducente quanto rischiosa.

The American

The American – Il territorio

Uno degli aspetti più interessanti di The American è il modo in cui l’Abruzzo diventa molto più di una semplice ambientazione. La scelta di girare tra Sulmona, Castel del Monte e altri borghi della regione nasceva anche dalla volontà di riportare attenzione e investimenti in un territorio ancora segnato dal terremoto del 2009. Tuttavia il film riesce a superare la funzione “istituzionale” o cineturistica del territorio. Corbijn conferisce alla regione una presenza narrativa costante: le montagne isolate, i vicoli deserti, le piazze silenziose e le strade tortuose diventano parte integrante della paranoia del protagonista.

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Il ripensamento che nasce da luoghi apparentemente lontanissimi dai canoni del thriller hollywoodiano e dalla visualità d’azione è tra le più riuscite idee del film. Collocare una trama così tipica in un ambiente così atipico è ciò che ha permesso una lettura nuova dei luoghi sopracitati, staccandoli da romantici stereotipi. Allo stesso tempo ha consentito anche una nuova visione del thriller, più “local”. Non semplice sfondo pittoresco, dunque, ma territorio duro, malinconico e profondamente cinematografico. Cambiando drasticamente lo scenario principale ha conferito una maggiore autenticità al genere.

Jack risulta perfettamente “inserito” nell’ambiente nonostante tutto il suo “disinserimento”, il suo paranoico distacco, il suo aperto contrasto con la realtà contingente.

Gli stereotipi irrinunciabili

Non tutto però funziona con la stessa naturalezza. In alcuni momenti il film sembra voler innestare i meccanismi tipici del thriller hollywoodiano dentro una realtà che li respinge non solo culturalmente. Sequenze come l’inseguimento in Vespa tra le strette vie di Sulmona restituiscono un fascino insolito ma che può risultare anche leggermente artificiale. Il risultato è associabile ad una volontà di piegare a tutti i costi il paesaggio locale ai propri codici narrativi e cinematografici. Allo stesso modo, la rappresentazione femminile indulge talvolta in uno sguardo molto stereotipato sull’Italia mediterranea. Donne sensuali, immediate, calorose, risultano a tratti artificiali. Ne risulta un immaginario esotico proveniente da uno sguardo straniero talvolta superficiale.

Eppure proprio questa tensione tra autenticità locale e costruzione imposta a rendere il film un caso di studio interessante. L’Abruzzo di The American non è quello folkloristico da cartolina, fatto esclusivamente di pastori, campagne e tradizioni rurali. Corbijn ne coglie invece il lato più enigmatico e cinematografico: una terra aspra, rude, severa, perfetta per ospitare una storia di solitudine e sospetto. Ma al contempo il film non si sottrae (o non vuole rinunciare) del tutto a gli stereotipi tanto regionali quanto nazionali e alle convenzioni del genere a cui appartiene. Il risultato è una rappresentazione inusuale del territorio, capace di fondere il fascino del borgo storico con atmosfere da noir internazionale. Una regione non molto protagonista del grande cinema internazionale riesce a divenire uno spazio credibile per un thriller esistenziale.

Conclusione

The American oltre ad essere uno dei thriller più anomali di Hollywood resta uno delle prove più insolite della carriera di Clooney molto lontana dalla brillantezza di, ad esempio, Ocean’s Eleven. Anton Corbijn svuota il genere della sua spettacolarità tradizionale per costruire un racconto fatto di silenzi, attese e inquietudine esistenziale, dove la tensione nasce più dagli sguardi e dagli spazi che dall’azione stessa. Nonostante non tutte le contaminazioni tra immaginario hollywoodiano e provincia abruzzese risultino perfettamente armoniche, il film riesce ad inserirsi in un paesaggio anomalo per i suoi codici senza sfociare in forzature troppo eccessive.

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The American

In un panorama spesso dominato da rappresentazioni stereotipate dell’Italia, The American riesce a mostrare un volto diverso del Paese, trasformando borghi e montagne in luoghi di tensione e mistero. Più che un thriller tradizionale, il film è una riflessione sulla solitudine e sull’impossibilità di sfuggire a sé stessi. Ed è forse proprio questa sua natura sospesa, fredda e anti-spettacolare ad averlo reso negli anni un piccolo gioiello da riscoprire.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Un thriller esistenziale sospeso tra Hollywood e cinema europeo: The American di Anton Corbijn trasforma l’Abruzzo post-sisma in uno scenario di paranoia, solitudine e redenzione, offrendo a George Clooney una delle interpretazioni più insolite della sua carriera.
Fabio Salvati
Fabio Salvati
Il cinema mi piace da quando ero piccolo, e passavo i pomeriggi a perdermi tra storie di ogni tipo, dai cartoni animati ai grandi classici. Da Iñárritu a Kim Ki-duk, da Farhadi a Herzog, fino a Fellini e Monicelli: non faccio distinzioni, guardo tutto con entusiasmo quasi sospetto. Sono un appassionato di sceneggiatura e mi diverte smontare i film pezzo per pezzo, capire come funzionano e scoprire i segreti che li rendono così affascinanti.

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